Ayryn83

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DAN BYRNE
“This Is Where The Show Begins”
(Frontiers Music S.r.l)
release: 22 – 05 - 2026
genere: rock, hard rock
voto: 7,5

Line up: Dan Byrne — vocals, guitars, Glenn Quinn — lead guitar, chorus, Colin Parkinson — bass, chorus, Max Rhead — drums, chorus

Tracklist: Saviour, She's The Devil, Praise Hell, Sober, Cherry & Leather, Death Of Me, Temple, Pulling Me Under, Hate Me, Home

Con questo disco d'esordio da solista, il rocker di Liverpool Dan Byrne chiude simbolicamente il capitolo Revival Black — band lasciata a sorpresa appena due settimane dopo l'uscita di “Under the Light” — e apre quello che il titolo stesso annuncia senza troppi giri di parole: l'inizio dello spettacolo. Dieci tracce per circa 39 minuti di hard rock melodico contemporaneo, con innesti di classic rock britannico, qualche venatura soul e tocchi pop nei ritornelli più immediati. L'apertura con "Saviour" è probabilmente il biglietto da visita perfetto: una strofa che cova tensione prima di esplodere in un ritornello ad effetto, tipico manifesto sonoro dell'album. "She's the Devil" conferma la volontà di non restare ancorati alla nostalgia, con una ritmica pesante e dettagli più moderni; "Praise Hell" vira verso tinte soul, mentre "Temple" strizza l'occhio a un pop-rock più orecchiabile. Il punto di forza: la voce. Se c'è un elemento che tutti i recensori concordano nel sottolineare, è la voce di Byrne — potente, educata, capace di alternare grinta e vulnerabilità nello stesso brano. Il paragone più ricorrente è con Mark Tremonti degli Alter Bridge, ma emergono anche echi di Glenn Hughes, soprattutto nella conclusiva "Home", un brano più ampio e mutevole che lascia intuire dove Byrne potrebbe spingersi in futuro. I momenti più riusciti "Death of Me" — il singolo che aveva già lanciato la sua carriera solista prima ancora dell'album — resta probabilmente il vertice del disco: scrittura solida, atmosfera cinematografica, un ritornello che si struttura come un instant classic. "Pulling Me Under" gioca invece su un registro più cupo e atmosferico, con testi che affrontano il rapporto tossico tra chi cerca aiuto e chi, paradossalmente, è anche la causa del male. Qualche limite. Non tutto il disco viaggia alla stessa quota: brani come "Sober" o "Cherry & Leather" risultano più convenzionali e meno memorabili rispetto ai picchi del disco, dando la sensazione — condivisa da più critici — che a colpire sia più la voce del cantante che le canzoni in sé. È il rischio tipico di un debutto costruito attorno a un interprete già affermato dal vivo: il rischio di restare un veicolo per il talento vocale più che un insieme di pezzi capaci di reggersi da soli. In sintesi “This Is Where The Show Begins” è un esordio maturo, sicuro di sé, che dimostra come Byrne non sia il classico solista "acerbo" in cerca di un'identità: quell'identità, tra hard rock, melodic rock e sfumature alternative, è già abbastanza definita. Manca forse un pizzico di uniformità nella scrittura per renderlo un capolavoro assoluto, ma come punto di partenza per una carriera solista è più che convincente — e lascia presagire un margine di crescita notevole per i prossimi capitoli.

Ayryn83

Live Report: Helloween + Wind Rose + Visions of Atlantis Ferrara Summer Festival, Piazza Ariostea – 18 luglio 2026

 

live report & photo: Ayryn83
si ringrazia MC2 LIVE

 

 

Il 2026 del Ferrara Summer Festival passerà alla storia come un'annata di quelle irripetibili: dall'addio dei Megadeth al ritorno degli A Perfect Circle, fino alla furia scenica di Marilyn Manson. Sabato 18 luglio è toccato alle "Zucche" più famose del metal mondiale prendersi Piazza Ariostea, in un trionfo di power metal che ha attraversato tre generazioni di band e quarant'anni di storia del genere. Cancelli aperti dalle 18:00, affluenza sostenuta ma più contenuta rispetto ad altre serate clou del festival: il golden pit più raccolto regala però un'atmosfera intima, quasi da club, nonostante le dimensioni della piazza.

 

Visions of Atlantis (19:00 – 19:40)

Ad aprire le danze sono gli austriaci, con un ingresso teatrale sulle note di un'intro strumentale prima di lanciarsi a capofitto in "Master of the Hurricane". Il combo, capitanato dal duo vocale Clémentine Delauney e Michele Guaitoli, punta tutto sull'estetica piratesca e sulla teatralità: l'abito rosso sangue di Clémentine, con lo strascico che si apre al vento durante l'esibizione, diventa uno dei momenti scenici più memorabili dell'intero pomeriggio. Scaletta pescata a piene mani da "Pirates", il disco che ha consacrato la band a livello internazionale, con momenti di grande partecipazione popolare — su tutti il "remare insieme" richiesto al pubblico durante "Pirates Will Return". Un set breve ma efficace, cresciuto di intensità sonora col passare dei minuti, che si chiude con "Armada" e un pubblico già scaldato per bene.
Setlist: Master of the Hurricane · Clocks · Legion of the Seas · Hellfire · Pirates Will Return · Melancholy Angel · Armada

 

Wind Rose (20:05 – 20:55)

Cambio scena imponente: teschio cornuto gigante, rune, e sullo schermo la copertina dell'ultimo album "Trollslayer". I toscani del dwarf metal entrano uno alla volta tra il boato della folla e aprono con "Dance of the Axes", incendiando subito la piazza. Il pubblico, tra picconi e asce gonfiabili, risponde con un entusiasmo quasi da manuale: bambini, famiglie e metalhead di ogni età si ritrovano a cantare in coro. La title-track "Trollslayer" e i pezzi più recenti convivono senza attriti con i classici di fine set, "Diggy Diggy Hole" e "Rock and Stone", vero e proprio inno generazionale ormai remixato anche in versione outro. Show curato, energico, con largo uso di cryojet e fiamme a scandire i momenti clou: la conferma di una band che sta scalando rapidamente le gerarchie del metal europeo.
Setlist: Dance of the Axes · The Great Feast Underground · Army of Stone · Mine Mine Mine! · Trollslayer · Together We Rise · Diggy Diggy Hole · Rock and Stone

Helloween (21:25 – 23:10 circa)

Il palco si trasforma: sparisce la seconda batteria "di supporto", resta solo il kit mastodontico di Dani Löble — quattro casse, piatti Paiste neri, un impianto scenico che da solo vale il biglietto. Sipario nero, intro sulle note di "Let Me Entertain You", e la folla che intona "Happy Happy Helloween" ben prima che la band metta piede sul palco. L'ingresso è di quelli da pelle d'oca: "March of Time" cantata all'unisono da Andi Deris e Michael Kiske, con un pubblico già completamente fuori controllo. Da lì in avanti la scaletta scorre come un manuale di storia del power metal: "The King for a 1000 Years", "Future World", "This Is Tokyo", "We Burn" tra fuochi d'artificio, "Twilight of the Gods" con scenografie in perfetto stile anni Ottanta. Punto di svolta della serata è il momento in cui la band si presenta in formazione ridotta, con Kai Hansen al microfono per una scatenata "Ride the Sky", seguita da "Into the Sun" e "Hey Lord!", cantata per intero dalla piazza. Dopo un assolo di batteria coinvolgente, arriva "I Want Out", inno per antonomasia del genere. Il momento più intimo della serata è il breve set acustico di Deris e Kiske: tra una battuta su Simon & Garfunkel e un accenno a Elvis, i due regalano una toccante "In the Middle of a Heartbeat" e una "A Tale That Wasn't Right" che si trasforma gradualmente in versione elettrica, con il rientro di tutta la band. Il quartetto delle origini (Hansen, Weikath, Grosskopf, Löble) chiude il corpo centrale dello show con "Heavy Metal (Is the Law)", prima della travolgente "Halloween" in chiusura. Il pubblico non si accontenta e richiama a gran voce la band, che torna per un encore da manuale: "Eagle Fly Free" (con Kiske solista ma la piazza intera a fare da coro), "Power" con Deris, e la immancabile "Dr. Stein" a chiudere in festa, tra migliaia di palloncini gonfiabili con il "40" degli anniversari. Gran finale con l'ultimo ritornello di "Keeper of the Seven Keys", qualche lacrima tra il pubblico e i classici omaggi finali — plettri, bacchette e pelli della batteria lanciati tra la folla.

Setlist: Let Me Entertain You (intro) · March of Time · The Keeper (interludio) · The King for a 1000 Years · Future World · This Is Tokyo · We Burn · Twilight of the Gods · The Keeper (interludio) · Ride the Sky · Into the Sun · Hey Lord! · Universe (Gravity for Hearts) · Drum Solo · I Want Out · In the Middle of a Heartbeat (acustica) · A Tale That Wasn't Right (acustica/elettrica) · Heavy Metal (Is the Law) · The Keeper (interludio) · Halloween Encore: Invitation · Eagle Fly Free · Power · Dr. Stein · Keeper of the Seven Keys (ultimo ritornello) · The Keeper's Trilogy (outro)

Conclusioni

Quarant'anni di carriera e non sentirli: gli Helloween confermano ancora una volta di essere un punto di riferimento assoluto del power metal mondiale, capaci di alternare classici intramontabili a momenti di rara intimità (il segmento acustico su tutti), senza mai perdere la connessione con il pubblico. Qualche imperfezione nel mix in alcuni momenti non scalfisce minimamente il giudizio su una prova tecnica ed emotiva di altissimo livello. Se le Zucche di Amburgo rappresentano la vecchia scuola — suonata nota per nota, senza basi — Wind Rose e Visions of Atlantis incarnano la faccia più contemporanea del genere: immediatezza, identità visiva fortissima e un rapporto quasi ludico col pubblico. Il salto generazionale tra le due filosofie è evidente, ma la serata dimostra che nel 2026 il power/symphonic metal europeo gode di ottima salute su entrambi i fronti. Una data da ricordare per il Ferrara Summer Festival, che chiude così un'edizione 2026 di altissimo livello. Horns up!

 

Helloween

Visions of Atlantis

Wind Rose 

 

 

The Darkness – Pistoia Blues Festival, Piazza del Duomo, 8 luglio 2026

report & photo by: Ayryn83

organizzazione: MC2 LIVE

Il glam rock come atto di resistenza culturale

C'è qualcosa di quasi provocatorio, nel 2026, in una band che sale sul palco vestita di tute aderenti e falsetti impossibili e decide che il proprio compito è, semplicemente, far divertire la gente. In un'epoca di minimalismo e di algoritmi che premiano la sottrazione, i The Darkness hanno riportato in Piazza del Duomo l'idea di concerto come eccesso gioioso — e la piazza pistoiese, quarantacinquesima edizione del Blues Festival alle spalle come garanzia di credibilità, ha risposto con un entusiasmo che raramente si vede riservato a una band di ritorno dopo dieci anni.

Il percorso verso l'headliner

La serata è stata costruita con intelligenza, non semplicemente "riempita" prima del nome grosso. Ad aprire il pomeriggio è stato Woody Bones, vincitore del contest Obiettivo Bluesin dedicato agli artisti emergenti, con un set che ha mescolato chitarre folk e richiami southern in chiave cantautorale. Sono seguiti gli Spleen, formazione toscana dall'attitudine più elettrica e moderna, capaci di reggere il palco nonostante il pubblico fosse già proiettato verso il nome internazionale della serata. Il vero cambio di passo, prima dell'arrivo degli inglesi, lo hanno regalato i Messa, quartetto veneto che lavora sulla profondità più che sull'immediatezza, fondendo doom metal, blues oscuro e psichedelia in un paesaggio sonoro dominato dalla voce di Sara Bianchin.

L'ingresso in scena

Quando le luci calano e tocca ai fratelli Hawkins, la piazza cambia pelle. Justin Hawkins entra con quella miscela di sicurezza, ironia e teatralità che lo ha reso uno dei frontman più riconoscibili del rock britannico, senza mai scivolare nella caricatura fine a sé stessa. Ad aprire, non a caso, un brano che è quasi un manifesto: “Rock and Roll Party Cowboy”, seguito a stretto giro da “Growing on Me”, che riporta subito il pubblico dentro il mondo di armonie vocali levigate e ritornelli fatti apposta per essere cantati in coro. Il resto della band non è semplice contorno. Dan Hawkins costruisce riff pensati per restare in testa più che per stupire da soli; Frankie Poullain governa il basso con l'eleganza sobria di sempre; Rufus Taylor dà allo show quella spinta ritmica indispensabile a una band che vive di eccesso controllato.

Classici e materiale recente in equilibrio

Il concerto ha saputo alternare i pezzi storici — “Get Your Hands Off My Woman”, con tutto il lato più sopra le righe della prima fase della carriera — a brani più recenti come “Mortal Dread”, “Motorheart” e “Barbarian”, dimostrando che i The Darkness non vivono di sola nostalgia. Il momento più sorprendente, per intensità, resta però “Love Is Only a Feeling”: la piazza si è fatta silenziosa, quasi raccolta, e il celebre falsetto di Hawkins ha smesso per qualche minuto di essere un numero da circo per diventare puro strumento emotivo.

Il momento-simbolo della serata

Proprio nel picco di entusiasmo scatenato da “I Believe in a Thing Called Love”, il concerto ha vissuto il suo istante più raccontato: Hawkins ha fermato tutto, notando la selva di smartphone alzati, e ha chiesto al pubblico di abbassare i telefoni e vivere la canzone invece di filmarla. Non un rimprovero, ma un invito accolto immediatamente: gli schermi sono spariti, il ritornello è tornato più forte di prima. Un piccolo gesto che dice molto sulla filosofia della band — il concerto come esperienza condivisa, non come contenuto da archiviare.

Bis e chiusura

Dopo una breve uscita, la band è tornata per un bis aperto da “One Way Ticket” e chiuso, scelta tutt'altro che scontata, da “I Hate Myself “ — non l'inno più ovvio con cui congedarsi, ma la conferma che il repertorio dei The Darkness va oltre i due o tre singoli più noti. Hawkins ha lasciato il palco solo dopo una lunga sequenza di ringraziamenti, baci mandati alla piazza e cuori disegnati con le mani: gesti che, ripetuti con quella insistenza, hanno smesso di sembrare rituale per farsi genuina riconoscenza.

In sintesi

Oltre due ore di musica che non lasciano solo il ricordo di una scaletta solida, ma la sensazione — sempre più rara — di aver assistito a uno spettacolo dove il divertimento è stato il linguaggio, non il fine. I The Darkness confermano di essere, ancora oggi, una delle macchine live più credibili del rock britannico contemporaneo: ironiche quanto basta per non prendersi sul serio, serissime quanto basta per non essere solo una parodia di sé stesse.

Setlist

Rock and Roll Party Cowboy · Growing on Me · Get Your Hands Off My Woman · Mortal Dread · Motorheart · Barbarian · Walking Through Fire · Love Is Only a Feeling · The Longest Kiss · Heart Explodes · Japanese Prisoner of Love · Friday Night · I Believe in a Thing Called Love Encore: One Way Ticket · I Hate Myself

Rock and Roll Party Cowboy · Growing on Me · Get Your Hands Off My Woman · Mortal Dread · Motorheart · Barbarian · Walking Through Fire · Love Is Only a Feeling · The Longest Kiss · Heart Explodes · Japanese Prisoner of Love · Friday Night · I Believe in a Thing Called Love Encore: One Way Ticket · I Hate Myself

 

Europe, Villa Bertelli, Forte dei Marmi (09/07/2026) — Live Report

 

report & photo by: Ayryn83

organizzazione: MC2 LIVE

 

Gran finale versiliese per il tour italiano della band svedese, tra classici intramontabili e la voglia di dimostrare di essere ancora una macchina da rock viva e vegeta. Il conto alla rovescia, stavolta, era iniziato qualche giorno prima. Il concerto di Forte dei Marmi, inizialmente annunciato per il 10 luglio, era stato anticipato al 9 per un imprevisto organizzativo: un piccolo scossone che però non ha scalfito l'attesa del pubblico riunito nel parco di Villa Bertelli, location che negli ultimi anni si è ritagliata un posto di rilievo tra i palchi estivi italiani più prestigiosi e “fighetti”, tra il verde e l'eleganza discreta della Versilia. Ci aspettavamo un po’ più di fresco, data la vicina presenza del mare; in realtà il caldo era umido e soffocante. Sudati e trepidanti, ci siamo accomodati nel pit; l’atmosfera, a dispetto della location, era familiare, quasi da piccolo circolo, rispetto ad altre, come quella di Roma. Abbiamo incontrato diverse facce conosciute e, tra due chiacchiere e qualche saluto qua e là, la serata è iniziata. Per gli Europe era la quarta e ultima tappa di un breve tour italiano che li aveva già portati a Marostica, Roma e Brescia nei giorni precedenti: un mini-giro che ha avuto il sapore di una vittoria di lunga durata per una band che, dopo il boom planetario di metà anni Ottanta, ha saputo reinventarsi senza mai rinnegare la propria eredità.

Una scaletta tra nostalgia e presente

Joey Tempest, voce e frontman carismatico quanto basta per tenere in pugno un pubblico eterogeneo — dai cinquantenni cresciuti a pane e MTV ai più giovani lì per curiosità o eredità familiare — ha guidato la band attraverso un percorso che ha alternato con mestiere gli inni scritti per restare nella memoria collettiva e il materiale più recente, a testimonianza di un gruppo che non si accontenta di vivere di rendita. Non sono mancati i pezzi pescati da “The Final Countdown” (1986) e “Open Your Heart” (1988), colonna sonora di un'epoca che il pubblico di Forte dei Marmi ha accolto cantando a squarciagola ogni singola strofa. Ma il vero valore aggiunto della serata è arrivato dai brani più freschi, anticipazioni del nuovo album “Come This Madness”, in uscita a settembre: pezzi che, lungi dallo sfigurare accanto ai classici, hanno mostrato una band ancora capace di scrivere canzoni vere, con urgenza e mestiere. Sarò controcorrente come sempre ma mi sono emozionata molto, non tanto con “The Final Countdown”, bensì con brani come “On Broken Whings”, “Rock The Night” e “Superstitious”. La lacrimuccia è stata trattenuta a stento sulla ballad per eccellenza “Carrie”, che era anche la preferita del mio babbo.

Perché "Rock the Night" ha acceso subito la serata

Se "On Broken Wings" ha aperto lo show con un crescendo quasi cerimoniale, è con "Rock the Night", piazzata già in seconda posizione, che il concerto ha trovato la sua prima vera scarica di adrenalina. Scritta nel 1985 e da sempre uno dei pezzi più identitari del repertorio Europe — ben prima che "The Final Countdown" ne definisse lo status planetario — "Rock the Night" ha il compito preciso di trasformare un pubblico ancora seduto (o appena arrivato) in una massa che canta e alza le braccia al primo ritornello. Dal punto di vista puramente critico, è una scelta di scaletta intelligente: posizionare così presto un brano di questa carica evita il rischio, tipico dei tour "nostalgia", di far salire la tensione solo verso il gran finale. A Villa Bertelli l'effetto è stato immediato — il classico riff scandito, il ritornello cantato all'unisono da un pubblico di generazioni diverse, e Joey Tempest che ha usato il brano come vero e proprio detonatore emotivo della serata, ben prima di arrivare ai fuochi d'artificio finali di "The Final Countdown". Un segnale chiaro: gli Europe non hanno bisogno di aspettare i bis per ricordare al pubblico perché sono ancora, oggi, una live band di riferimento del genere.

John Norum e la chitarra che non invecchia

Sul fronte strumentale, la chitarra di John Norum resta un pilastro difficilmente eguagliabile nel panorama hard rock melodico: assoli puliti, mai gratuiti, costruiti per servire la canzone più che per esibire il virtuosismo fine a se stesso. È lui, insieme a Tempest, a reggere il peso specifico di un repertorio che pochi coetanei possono vantare. Davvero una bestia di chitarrista. Contrariamente a Tempest, la cui voce ha ovviamente subito il peso degli anni (arrivarci comunque con una voce così alla sua età), il virtuosismo chitarristico di Norum è rimasto intatto.

Il gran finale

Come da tradizione, la parte conclusiva dello show è quella in cui la band scioglie ogni riserva: prima un affondo nei territori più oscuri e narrativi del proprio catalogo, poi l'inevitabile, epica resa dei conti finale, quella manciata di note di tastiera che in tutto il mondo — e in questo angolo di Toscana affacciato sul mare non ha fatto eccezione — trasforma un concerto in un rito collettivo. Cori, telefoni alzati, qualche lacrima di chi quella canzone la sentì suonare per la prima volta quarant'anni fa: il tempo, per una sera, si è fermato.

bilancio

Villa Bertelli si conferma un palcoscenico all'altezza dei nomi che ospita e gli Europe hanno chiuso il loro breve tour italiano con la conferma di essere, ancora oggi, una live band solidissima: un gruppo che non ha bisogno di nascondersi dietro la nostalgia perché ha ancora qualcosa da dire, e lo sa dire suonando.

La scaletta della serata

On Broken Wings, Rock the Night, Walk the Earth, Scream of Anger, Sign of the Times, One on One, The Cult of Ignorance, Carrie, War of Kings, Stormwind, Open Your Heart, More Than Meets the Eye, Last Look At Eden, Ready Or Not, Superstitious, Cherokee, The Final Countdown

 

Interview with Fatal Vision

by: Ayryn83 – Cathouse Italy Rock'n'Roll Project

www.cathouse.it

un sentito ringraziamento a Scream For Existence

 

Abbiamo intervistato il disponibile e gentile vocalist Simon Marwood in occasione dell'uscita del nuovo album “Four Sides to Every Story” (leggete la nostra recensione cliccando qui), ed è stata una gran bella chiacchierata

 

 

La band si è formata negli anni '80, ma è rimasta inattiva per decenni. Simon, cosa ti ha spinto a rispolverare i tuoi vecchi spartiti nel 2019, proprio il giorno del tuo compleanno? È stato un momento di nostalgia o una vera e propria vocazione musicale?

In realtà è stato un regalo di compleanno! Mi hanno regalato l'opportunità di andare in uno studio di registrazione di Ottawa per registrare una canzone e un video. Così ci sono andato con il mio raccoglitore di vecchie canzoni risalenti al periodo originale dei Fatal Vision, tra il 1987 e il 1988, ho incontrato il proprietario... e ho scoperto che in realtà ti facevano cantare una canzone dal *loro* raccoglitore, quindi praticamente un karaoke. Non era affatto quello che avevo in mente.

Però so essere molto persuasivo, quindi ho parlato con la proprietaria, che mi ha detto: "Sai cosa? Il nostro tecnico del suono è qui oggi, è un chitarrista, e magari potreste fare qualcosa insieme?".

Così la settimana successiva andai nel suo studio e registrammo una versione acustica di "Time Keeps Slipping Away", che era l'ultima canzone che avevo scritto nel 1990. Mi mandò la registrazione e pensai "ehi, questa è davvero buona". Avevo ancora il demo che avevamo fatto all'epoca con altre tre canzoni e gli dissi "ehi, potresti registrarla di nuovo, ma con gli standard di produzione del 2019?". La settimana successiva me la mandò e aveva scritto un nuovo assolo per "Burning For You" che mi lasciò a bocca aperta. Accostai la macchina a bordo strada, un po' sbalordito. E poi pensai... beh, abbiamo quattro canzoni, ce ne sono dieci in un album... e da lì partimmo. Nacque "Once".

I Fatal Vision sono chiaramente figli di un'epoca d'oro del rock melodico: Asia, Journey, Europe, Survivor, Van Halen. Come fate a rendere questo sound rilevante per il pubblico degli anni 2020 senza che sembri una semplice operazione nostalgia?

Credo che il nostro punto di forza sia la serie di videoclip: non ci limitiamo a quattro ragazzi che cantano in playback in un magazzino... abbiamo gli stessi attori che interpretano gli stessi personaggi in una storia in continua evoluzione, giunta ormai alla quarta stagione. Questo ha conquistato molti fan. "No More Tears To Cry" ha registrato l'80% di spettatori donne tra i 35 e i 54 anni. È musica con una forte carica emotiva: "amore perduto e ritrovato" e una storia avvincente.

Spero che, al giorno d'oggi, questo continui ad attrarre il pubblico, spingendolo a chiedersi "cosa succederà dopo?", con una colonna sonora emozionante, cinematografica e drammatica a fare da sfondo.

A volte mi chiedo: sono i video a promuovere la musica, o è la musica a promuovere i video?

Per il vostro ritorno, avete collaborato con musicisti di band come Journey, Danger Danger, Hardline e Toto. Come sono nate queste collaborazioni e cosa hanno apportato alla vostra musica?

È iniziato tutto durante la pandemia. Ho sempre amato i cori di Def Leppard e Blue Tears, e volevo che fossero un elemento centrale del nostro sound. Eravamo tutti a casa senza molto da fare, e ho iniziato a contattare diverse persone... Il primo è stato Marc LaFrance (Motley Crue, Loverboy), poi Mark Holden (Boulevard), JK Northrup (King Kobra) e David Cagle (Silent Tiger), e Andrew McNeice di melodicrock.com mi ha presentato Jeff Scott Soto e Paul Laine, e così siamo diventati piuttosto conosciuti tra i grandi nomi del rock melodico, e abbiamo continuato a crescere.

Oltre ai grandi nomi di cui sopra, due dei miei preferiti sono senza dubbio Ron Nevison, che canta tutte le nostre power ballad, e la mia complice, Christine Corless. Ron ha prodotto tutte le power ballad su cui ballavo lentamente al liceo e ha un tocco magico. L'anno scorso, stavamo cercando un assolo di chitarra per "Out of the Blue" e ho chiamato Ron e lui mi ha detto "che ne dici di Phil X?". Il pomeriggio dopo stavo parlando con Phil. La mia parte adolescente non riusciva a credere a nulla di quella frase, a cominciare da "ho chiamato Ron". Sono stato molto fortunato. È un sogno che si avvera.

Soprattutto con Christine. Scherziamo sempre dicendo che farei duettare ogni canzone se potessi. Dico a Miguel: "Sai cosa ci vorrebbe per questa canzone..." e lui sa sempre che la risposta è lei. La gente dice che le nostre voci si incastrano alla perfezione, ed è davvero magico. Abbiamo un altro progetto che stiamo per concludere, che è praticamente una versione moderna degli Starship: tutti duetti uomo/donna. Il nucleo è formato da me e Christine, e poi, sotto di noi, ci sono Phil, Vinny Burns, Alessandro, Mark Holden, Lee Sklar, Ron Wikso e Paul Laine. Se questo non è un supergruppo, non so cosa lo sia!


La formazione attuale – Andrew Burns, Juan Miguel Gomez Montant e Alex Wickham – è composta da professionisti con background molto diversi, dal jazz al teatro al rock. Come si riflette questa diversità nel vostro processo creativo in studio?

Il processo di composizione si è evoluto nel corso degli anni. Inizialmente eravamo io, Miguel e il nostro ex tastierista, Scottie Irving (che è tornato a suonare la maggior parte delle tastiere in questo disco), poi per questo album ho collaborato con persone come Alessandro, Mark Holden e Mike Shotton. Andrew è un grande fan di gruppi come Def Leppard e Mötley Crüe, quindi spesso propone linee di basso o riff a cui non avremmo mai pensato, e Alex non ha alcun background in questo ambito, quindi contribuisce ad aggiungere quella vena progressive che abbiamo iniziato ad inserire in alcuni brani.

Con quattro album all'attivo, avete costruito una solida base di fan internazionali. Cosa vi ha sorpreso di più della risposta del pubblico? C'è un paese o una scena musicale che vi ha accolto inaspettatamente?

Come ho detto prima, donne tra i 35 e i 54 anni, ahah. Siamo entrati in classifica su Spotify e Apple Music in paesi diversi come Messico, Ungheria, Turchia e Cina, e riceviamo un numero enorme di stream dal Brasile. Quando abbiamo iniziato, questo era solo un piccolo progetto per dare nuova vita alle mie vecchie canzoni. Firmare contratti discografici, avere più di due milioni di stream su Spotify e lo stesso numero di visualizzazioni su YouTube, un cast di venti attori... è tutto incredibile.

Il rock melodico è un genere che ha conosciuto alti e bassi in termini di popolarità. Il vostro ritorno coincide con un momento in cui sembra stia vivendo una nuova primavera. Perché pensate che questo sound risuoni così fortemente oggi?

È senza tempo. Il rock melodico/AOR è grandioso, drammatico, emozionante e cinematografico. Trasmette sentimenti, messaggi e storie senza tempo in un modo che una canzone pop usa e getta del 2026 di tre minuti semplicemente non può fare. Nessuno si metterà a stringere i pugni e a cantare a squarciagola verso le stelle con la maggior parte dei brani da Top 40.

Guardando al futuro: il progetto Fatal Vision sembra avere ancora molto da dire. Cosa possiamo aspettarci nel prossimo futuro: nuova musica, tour o forse qualcosa di completamente inaspettato?

Attualmente stiamo lavorando al nostro quinto album, "Five Live (Plus Five)", che è un disco dal vivo con cinque nuovi brani in studio. Stiamo anche producendo "Dr. Jekyll and Mrs. Hyde" per Halloween, "Once Upon a Christmas" per la fine dell'anno, cover di "Drive" (The Cars) e "Jet Lag" (Simple Plan) nel 2026, e la prossima settimana finiremo le ultime demo per "A Story of Six Years", che uscirà nel 2028. Ha 18 canzoni ed è un concept album che ripercorre una relazione dagli inizi della luna di miele alla fine devastante. Così lungo. Così tante canzoni. I nostri critici più severi lo odieranno. Gli itics lo odieranno....
Vabbè.
Ahahahah.
Grazie per il tempo che ci avete dedicato!

 

ENGLISH TRANSLATION

The band was formed in the '80s but was put on hiatus for decades. Simon, what prompted you to dust off your old songbooks in 2019, on your birthday? Was it a moment of nostalgia or a genuine musical calling?

It was actually a birthday present! I was given a gift to go to a local Ottawa studio and record a song and a video. So I went there with my binder of old songs from back in the original 1987/1988 Fatal Vision era, met the owner… and found out that what they actually did was have you do a song from *their* binder – so basically karaoke. Not what I had in mind at all. I can be very persuasive though, so I talked to the owner, and she said “you know what, our engineer is here today, he’s a guitar player and maybe you guys can do something together?”

So the next week, I went to his studio and we recorded an acoustic version of “Time Keeps Slipping Away”, which was the last song I wrote back in 1990. He sent me the recording and I thought “huh, this is actually pretty good”. I still had the demo tape we did back in the day with three other songs on there and I said “hey, could you just re-record this but with 2019 production values?”. The next week, he sent it over and he had written a new solo to “Burning For You” which blew my mind. I pulled the car over to the side of the highway, somewhat stunned. And then I thought… well, we have four songs, there’s ten on an album… and then we were off to the races. “Once” was born.

Fatal Vision are clearly children of a golden era of melodic rock—Asia, Journey, Europe, Survivor, Van Halen—how do you make that sound relevant to a 2020s audience without making it seem like a simple exercise in nostalgia?

I think our unique selling proposition is our music video series: we don’t do four guys standing around in a warehouse lip syching… we have the same actors playing the same characters in an ongoing story that’s now in its fourth season. This has pulled in a lot of fans. “No More Tears To Cry”, 80% of the viewers are women aged 35-54. It’s music with a very emotional draw: “love lost and found” and a compelling story.

Hopefully, in this day and age, that will always appeal to people to see “what happens next?” with a very emotional, cinematic and dramatic soundtrack behind it. I do sometimes wonder: do the videos market the music, or does the music market the videos…

For your comeback, you collaborated with musicians from bands like Journey, Danger Danger, Hardline, and Toto. How did these partnerships come about, and what did they bring to your music?

It started during the pandemic. I’ve always loved the backing vocals that Def Leppard and Blue Tears had, and I wanted that to be a central piece of our sound. Everyone was at home with nothing much to do, and I started reaching out to people… Marc LaFrance (Motley Crue, Loverboy) came first, then Mark Holden (Boulevard), JK Northrup (King Kobra) and David Cagle (Silent Tiger), and Andrew McNeice from melodicrock.com introduced me to Jeff Scott Soto and Paul Laine, and then we became quite well-known amongst melodic rock royalty, and we just kept growing. As well as the big names above, two of my favourites are decidedly Ron Nevison, who does all of our power ballads, and then my partner in crime, Christine Corless.

Ron produced every power ballad I slow-danced to in high school and he has a magical touch. Last year, we were looking for a guest guitar solo for “Out of the Blue” and I called Ron up and he said “what about Phil X?” The next afternoon I was talking to Phil. The high school version of me could not believe any part of that sentence, starting with “I called Ron up.” I’ve been very lucky. It’s a dream come true.

Especially with Christine. The running joke is that I would make every song a duet if I can. I’ll say to Miguel: “you know what this song needs….” And he always knows the answer is her. People have said our voices fit like a glove, and it is quite magical. We have another project we’re just wrapping that’s basically a modern-day Starship: all guy/girl duets. It’s Christine and I as the core, and then underneath us, we have Phil, Vinny Burns, Alessandro, Mark Holden, Lee Sklar, Ron Wikso and Paul Laine. If that’s not a supergroup, I don’t know what is!

The current lineup—Andrew Burns, Juan Miguel Gomez Montant, and Alex Wickham—is made up of professionals with very diverse backgrounds, from jazz to theater to rock. How does this diversity reflect in your creative process in the studio?

The songwriting has evolved over the years. It was originally myself, Miguel, and our former keyboard player, Scottie Irving (who came back to play most of the keys on this record), then on this album, I collaborated with people like Alessandro, Mark Holden and Mike Shotton. Andrew is a big fan of bands like Def Leppard and Motley Crue, so he’ll often come in with bass lines or riffs that we wouldn’t have thought of, and Alex’s background is not in this space at all, so he helps add to the progressive angle we’ve started adding some of the tracks.

Over four albums, you've built quite an international fanbase. What surprised you most about the public response, and is there a country or music scene that welcomed you unexpectedly?

Like I said above, women 35-54 haha. We’ve charted on both Spotify and Apple Music in places as diverse as Mexico, Hungary, Turkey and China, and we get massive numbers of streams from Brazil. When we started, this was just this little project to give my old songs new life for myself. Signing to labels, having two million+ streams on Spotify and the same number of views on YouTube, a cast of twenty actors… it’s all unbelievable.

Melodic rock is a genre that has seen its ups and downs in popularity. You've returned just at a time when it seems to be experiencing a new spring. Why do you think this sound resonates so strongly today?

It’s timeless. Melodic rock / AOR are big, dramatic, emotional and cinematic. They convey timeless feelings, messages and stories in ways that a throwaway 2026 three minute pop song just can’t. Nobody is going to clutch their fist and belt a big note to the stars with most Top 40 tracks.

Looking ahead: the Fatal Vision project seems to still have a lot to say. What can we expect in the near future—new music, tours, or maybe something completely unexpected?

We are currently working on our fifth album, “Five Live (Plus Five)”, which is a live record with five new studio tracks. We’re also producing “Dr. Jekyll and Mrs. Hyde” for Halloween, “Once Upon a Christmas” for the end of the year, covers of “Drive” (The Cars) and “Jet Lag” (Simple Plan) in 2026, and next week we’re finishing the last demos for “A Story of Six Years”, which will be out in 2028. It has 18 songs and is a concept album tracing a relationship from the honeymoon beginnings to the devastating end. So long. So many songs. Our worst critics will hate it. itics will hate it. itics will hate it.

Oh well.

Hahahaha.

Thanks for the time!