Gen 10

INTERVISTA: “FUZZ FUZZ” FRANCESCO PASCOLETTI

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INTERVISTA “FUZZ FUZZ” FRANCESCO PASCOLETTI

Vi proponiamo questa intervista fiume fatta ad un autentico “mammasantissima” dell'editoria e giornalismo rock/metal italiano; leggete le sue opinioni e le interessanti conclusioni e informazioni che derivano da oltre 30 anni di militanza nel nostro beneamato rock world!

Intervista by Roby Comanducci

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Francesco Pascoletti - editor & publisher
for info click here: Say Yes Publishing
CLASSIX/CLASSIX eXtra! - old & new classic rock
CLASSIX METAL/CLASSIX METAL eXtra! - old school heavy metal
RRAZÖRR - new underground metal
WANTLIST - free reviews-only magazine
CLASSIXBOOK: grandi storie di grande rock
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Buonasera Roberto, ti ringrazio molto per questa intervista e scusa se ci ho messo un bel po’ di tempo per risponderti!!!! Ti assicuro che non è la solita sviolinata o il “thank you Cleveland, you’re the best” di prammatica. Per me, che sono sempre stato dall’altra parte, che ho posto le domande per le interviste, che ho commissionato, editato, tagliato, corretto, allungato e rammendato interviste, che spesso ho dovuto anche migliorare le interviste della pseudo rockstar imbecille, che rispondeva in maniera approssimativa o pedante, è sempre un piacere trovarsi nel ruolo opposto, essere quello che deve rispondere. Cerco sempre di farlo divertendomi a trovare qualche spunto nuovo, soprattutto in questo periodo dove, grazie anche alle nuove pubblicazioni, all’uscita della rivista Wantlist freepress, distribuito gratuitamente nei negozi di dischi, mi sono trovato a rilasciare parecchie interviste. Cerco sempre di riuscire a colorare una risposta, magari buttandoci dentro 3 o 4 cazzate mescolate a 2 o 3 cose vere, moltiplicate per un paio di robe di cui non mi ricordo niente e divise per l’unica cosa che ha senso dire! Scherzi a parte, il minimo che si deve fare è rispondere con sincerità e originalità a ogni domanda… peccato che siano in pochi a capirlo, ecco perché si leggono tante, troppe interviste noiosissime!!!

Anche se sei conosciuto nel settore, potrebbe essere che alcuni - magari i rocker più giovani - non sappiano nulla delle tue gesta.....

Non ho nessun problema a spiegare chi sono, fa parte del gioco e amo farlo, perché ti assicuro che ogni mese c’è qualcuno che ci scrive o si fa vivo sul nostro webStore (www.sayyespublishing.bigcartel.com) comprando uno scatafascio di arretrati e ammettendo che ancora non ci conosceva! Questo dimostra che si può fare di tutto, dire di tutto, essere sempre online e trovare tutti i tag più giusti, ma è impossibile raggiungere tutti. Viviamo in un tempo strano: una volta, più a lungo stavi on the road e più a lungo facevi un lavoro, più persone ti conoscevano, oggi c’è troppo di tutto, troppe informazioni, troppi nomi, troppi personaggi, troppa comunicazione, troppa offerta e ovviamente troppa distrazione. A me, come anche a Gianni Della Cioppa o a qualcuno dei collaboratori che lavorano con noi fin dall’inizio, ovvero da metà degli anni ’90, capita di sentirci dire: “Vi seguivo tanto ai tempi di Metal Shock, ma che fine avete fatto?”. Eppure noi ogni mese, ogni fottuto mese, da trent'anni a questa parte, abbiamo buttato fuori una rivista, siamo stati sempre presenti, abbiamo avuto decine di progetti!!! Però lo capisco, non mi offendo, e mi fa riflettere sul futuro: se anche di noi Grandi Anziani la gente si dimentica o ci perde dal suo radar, oggi tutta questa overdose di informazioni, questo dare neanche 60 secondi ad ogni singolo evento o notizia priverà le nuove generazioni di ricordi, punti fermi o di quel bagaglio di piccole, stupide conoscenze che però ci fanno tanta compagnia.

Raccontaci qualcosa di te quindi.... sei in pista fino dai primi anni ’90, come hai iniziato?

Io sono semplicemente una di quelle persone fortunate che ha fatto della sua passione non solo un lavoro, ma la sua vita! Poi naturalmente c’è quella storia che ti dice “stai attento a quello che desideri, perché potresti ottenerlo!”… E infatti, vivere scrivendo di musica, ascoltando musica, parlando di musica non solo è difficile, ma a volte diventa una dannazione. Per me è iniziato tutto nel 1990, quando è partita la collaborazione man mano sempre più continuativa con il quindicinale Metal Shock, poi è diventata un’esperienza splendidamente professionale nel 1994 quando di Metal Shock sono diventato caporedattore. L’avventura si è trasformata in qualcosa di ancora più importante, perché ha cominciato ad essere una “cosa” mia al 100%, nel 1997, quando ho fondato il mensile Psycho!, che probabilmente è stata, senza giri di parole, ma sulla base della testimonianza e del rispetto che ha ottenuto negli anni, anche in quelli recenti, la più apprezzata e amata rivista rock italiana degli anni ’90. Psycho! ha poi generato tanti altri figli: da :Ritual:, la prima rivista italiana in assoluto dedicata la scena dark, gothic, electro e industrial, a Classix che, anche qui per la prima volta (ancor prima del pluricelebrato Classic Rock britannico) parlava di quello che all’epoca ancora non si definiva al 100% classic o vintage rock, riscoprendo in tempi non sospetti l’hard rock, il prog, il blues rock, i nomi minori degli anni ’70, quelli già sfuggiti dalla memoria degli ’80 etc. Da qui, in realtà da un suggerimento fortemente voluto dall’editore del tempo, Francesco Coniglio, l’arrivo di Classix Metal. Infine, in tempi recenti, il progetto Rrazörr (magazine in antitesi a quelli “classici”, orientato verso tutto ciò che è nuovo e all’avanguardia nel rock e soprattutto nel metal) e Wantlist, la nostra rivista esclusivamente dedicata alle recensioni. La nostra attività prosegue in maniera sfavillante anche dopo il recente abbandono dell’edicola, per una nuova, entusiasmante e molto fortunata dimensione editoriale, sempre fatta di riviste cartacee e “toccabili”. Poi in mezzo mettici collaborazioni con radio e tv, l’essere stato nel 2000 autore e conduttore di un programma su Rai2, mettici dentro il Metal Shock On Stage o gli Psychoparty, veri propri festival metal completamente gratuiti, e ricordiamoci delle compilation CD che allegavamo sia a Classix (‘Burn’) che a :Ritual: (:Perversion:) e soprattutto a Psycho!, con i tantissimi volumi della mitica compilation Psychosonic!!! Diciamo che, con l’arrivo del 2024, festeggio 34 anni di attività lavorativa per il rock, nel nome del rock, sulle ali del rock. Quanto io e la mia squadra di incredibili collaboratori abbiamo fatto per la “nostra” musica in tutti questi anni non ce lo potrà mai togliere nessuno, e infatti oggi siamo ancora qui a parlarne. Poi naturalmente, come ho già accennato qua e là, sto anche pensando ad un inevitabile rallentamento delle mie attività, sia per una inevitabile stanchezza che per altri impegni diciamo così familiari/professionali/ludici… insomma, non prevedo di fare riviste musicali fino a 75 anni!!!

 Metal Shock, Psycho! e mille altre iniziative per poi arrivare a Classix. Com'è cambiata l'editoria musicale metal in questi anni? A tuo parere la carta stampata è ancora un valido motivo di informazione/diffusione?

Guardandomi indietro, essendo passato attraverso così tante rivoluzioni, innovazioni, crisi, problemi, soluzioni, cambiamenti, ripensamenti ed esperimenti, mi sono reso conto che il modo di comunicare e fare editoria cambia letteralmente ogni giorno. Ogni giorno arriva una nuova notizia e si trova un nuovo modo di proporla. I gusti cambiano di anno in anno e questo porta a una continua e impercettibile (ma, voltandosi indietro, mastodontica) evoluzione anche nel modo di fare riviste. Devo anche dire che, purtroppo, una gran parte delle riviste rock storicamente sono sempre rimaste uguali a se stesse, non hanno mai variato loro formula fatta di interviste, intervistine, articoli, recensioni, insomma, sono diventate vecchie insieme ai loro lettori, ma questo ha impedito loro di trovarne altri! La tradizionale rivista di musica oggi è una cosa del passato, ma i lettori vivono ormai nel presente, se non il futuro! Questa staticità, immobilità delle riviste musicali non è una cosa nuova, anche quando ho iniziato io si assomigliavano tutte e parlavano tutte delle stesse cose e nello stesso modo. Ecco il motivo per cui io ho sempre cercato di innovare e rinnovare il mio stesso lavoro, interrogandomi, guardandomi allo specchio ma anche cercando di prendere completamente un’altra strada. Non pretendo di essere stato il più furbo di tutti, anche perché è stato facile: bastava vedere cosa facevano i miei concorrenti o colleghi e cercare di fare la cosa non dico opposta, ma decisamente diversa.

Ma il web ha ucciso la stampa?

L’avvento del web in realtà non è stata l’Apocalisse, perché ti assicuro che nei ’90 già il solo arrivo di computer e programmi che hanno semplificato il lavoro editoriale e permesso di realizzare grafiche più eleganti e articolate è stato un passo importante. Come detto sopra, quello dell’editoria è stato un percorso di continuo cambiamento e credo che, paradossalmente, il web abbia dato una ulteriore e diversa possibilità alla stampa: quella di differenziarsi dall’informazione spicciola, immediata, essenziale e di lavorare su un approfondimento e un’analisi. Purtroppo, nel settore della stampa musicale anche in questo caso si è rimasti indietro e si è fatto autogol. Il web poteva dire ora quello che è accaduto cinque minuti fa? Fare domani la recensione del disco arrivato oggi pomeriggio? E allora perché tanti giornali hanno cercato di replicare questo stile quando potevano prendersi tutto il tempo per fare altro? Stare sempre dietro con l’affanno, cercando di replicare quello che la rete poteva fare benissimo in pochi minuti, non è il modo di lavorare che piaceva a me. Ho cercato sempre l’alternativa e quindi se gli altri davano 50 righe o due pagine, io dovevo darne 10 di pagine, era l’unico strumento per fare un lavoro diverso e originale. Oggi il divario web/stampa è immenso, impossibile da colmare, oggi è imperativo che la rivista trovi un’altra strada. È anche per questo che ho tolto Classix e Classix Metal dall’edicola, proprio per fornire un prodotto ancora più ricco, ancora più approfondito, ancora più elaborato e più lussuoso, sia come carta e grafica che come formato e numero di pagine. Insomma, un prodotto superiore e anche costoso, che in edicola non sarebbe mai potuto andare, a meno di non avere un prezzo di copertina veramente troppo alto. La comunicazione oggi è destinata a viaggiare su web, che sia quella musicale o quella politica o i deleteri clickbait scandalistici, inoltre dovremo fare i conti con quello che l’Intelligenza Artificiale potrà creare nel giro di una frazione di secondo. Chi vorrà leggere, chi vorrà conservare, chi vorrà nel tempo tornare su determinati argomenti o letture, lo farà con riviste, ma queste dovranno necessariamente diventare quasi dei libri, dei saggi. La rivista diventerà un lusso e un piacere, il web sarà l’oggetto pratico e di uso quotidiano.

Parlerei subito della tua ultima creatura Classix. E' stata sicuramente un'idea eccellente che ha riscosso ampi consensi. Attualmente come sta andando e quali sono gli sviluppi di questo importante magazine rock nazionale tenendo conto delle novità 'L’Altra NWOBHM!!! - La Rivoluzione Che Venne Dalla Strada' e 'Cult Hard Rock?

Da qualche tempo le mie riviste storiche, Classix e Classix Metal, hanno aggiunto un aggettivo che è presente anche nel logo, eXtra!. Il formato infatti è diventato eXtra, con più pagine e più grande, gli argomenti sono diventati eXtremamente approfonditi, restando legati a un tema comune (un genere, un’epoca, una nazione etc), le riviste sono accompagnate da gadget, quindi anche qui degli eXtra (artprint, poster, borse in tela, magliette) come dalla collana dei libri ClassiXbook, che è già arrivata al quinto volume, e poi ovviamente, come detto, sono eXterni all’edicola e venduti attraverso gli abbonamenti o il nostro webStore. Posso dirti con tutta la trasparenza e sincerità possibili che, dal punto di vista dei contenuti, i numeri che stiamo realizzando da due anni a questa parte, ovvero dalla famosa fuga dall’edicola, non sono minimamente paragonabili a quanto facevamo prima: abbiamo trasformato un’ottima rivista in un prodotto davvero eccellente, da collezionare, da conservare e tramandare, direi addirittura in un oggetto di lusso, che ovviamente deve avere un costo diverso, perché è un prodotto di elevatissima qualità. Le testimonianze di chi ci ha comprato in questi mesi parlano da sole, i nostri lettori hanno riconosciuto la caratura altissima delle nuove uscite. Allo stesso tempo, sappiamo bene che c’è chi ci ha dato per morti, chiusi o dispersi. Fa parte del gioco: c’è ancora chi non considera “vero” l’acquisto online oppure non si fida o non ama gli abbonamenti. Per qualcuno altro poi interrompere il percorso, anzi, il rituale casa-edicola-casa è stato brutale! Naturalmente tutto ciò fa venire a galla anche tanti paradossi, perché, fra i teorici del “le riviste si comprano solo in edicola!”, c’è chi magari è abituato a comprare di tutto online e si rifornisce settimanalmente di nuova musica attraverso la rete, ma non pensa che si possa fare lo stesso con una rivista. Abbiamo però scelto di non preoccuparci di questa situazione, anche perché oggi le nostre riviste sono degli “evergreen”, non sono più legate all’uscita del momento, alla faccia nota, al disco caldo di cui bisogna parlare subito, per cui credo che anche i dubbiosi, gli scettici o gli indecisi un domani potranno comprare sul nostro webStore le nuove uscite e troveranno una rivista ancora assolutamente attuale, anzi, ricca di argomenti di cui nessun altro ha praticamente mai parlato!

In effetti ho notato che tutte le vostre ultime uscite non “sparano” una band in copertina

Vero! Sui nostri nuovi numeri non troverai più una faccia, un logo, la rockstar stranota che ti permette di vendere X copie. Basta! Noi ci siamo affrancati dalla terribile schiavitù del nome famoso in copertina, dai troppi paletti che ti rendono sterile, ti svuotano, perché ti obbligano a parlare sempre delle stesse. Non andare più in edicola ci ha permesso di essere assolutamente, fantasticamente liberi!

Una cosa che ho sempre apprezzato di Classix è la capacità di spaziare in TUTTI i settori/generi musicali, andando a pescare anche chicche di storia e artisti misconosciuti. Credo sia questa la caratteristica principale che vi rende migliori e più appetibili rispetto ad altre riviste. Non credi?

Grazie, hai centrato perfettamente quello che è stato il modus operandi che ha sempre caratterizzato non solo il mio lavoro, ma anche quello di tutti i fantastici, espertissimi collaboratori di cui mi sono circondato negli anni. Nessuno di noi si è mai accontentato dell’ovvio, nessuno è mai arrivato qui per scrivere solo e soltanto degli Iron Maiden o per raccontare la solita storia dei soliti nomi, avrebbe avuto vita molto breve in redazione… Vedi, noi non siamo mai stati la più venduta rivista italiana (in realtà lo siamo stati ai tempi di Psycho!, ma quelli, appunto, erano ben altri tempi, in cui anche una rivista mediocre vendeva più di quanto oggi possano vendere i “leader del settore”), perché non abbiamo mai seguito la corrente, abbiamo sempre voluto fare di testa nostra e parlare delle cose che ci piacevano. Ho detto di no a chissà quante cover-story e a tante esclusive solo perché non ci rappresentavano al 100%. Quindi ci siamo volutamente e felicemente piazzati su un’isoletta deserta in cui potevamo fare come cazzo ci pareva, perché avevamo una ristretta ma fedele nicchia di persone che apprezzava il nostro stile. È ovvio che non puoi piacere a tutti quando fai sempre di testa tua. La cosa che ho capito fin dai miei primi passi come caporedattore e responsabile di una rivista è che ci sono solo due strade: dare al pubblico quello che il pubblico vuole oppure scegliere la piena soddisfazione artistica (perché io credo che anche fare riviste sia un gesto creativo e un’espressione artistica). La prima strada può dare delle certezze economiche, una certa sicurezza sui venduti, il rispetto delle case discografiche, ma inevitabilmente, con il tempo fa sorgere una insinuante insoddisfazione personale. La seconda ti offre tutta la libertà di questo mondo, il coraggio e la follia di rischiare, ma anche la consapevolezza di non poter mai diventare il n.1. L’equilibrio sta nel mezzo, ma è un equilibrio difficile da trovare e mantenere.

Veniamo a te come professionista. Sei sempre stato originale nei tuoi scritti e, soprattutto, diretto e dissacrante con tutti, senza peli sulla lingua come si direbbe....Spiegami com'è nata questa tua capacità critica, questa tua verve quasi "istrionica" e quindi fortemente caratterizzata e in grado di ammaliare - o shockare - il lettore???

Grazie per i tuoi complimenti. Sicuramente “ammaliare”, conquistare l’attenzione o, ancora meglio, la simpatia del lettore, ma soprattutto essere subito identificabile, è stato il mio obiettivo fin dalle primissime cose che scrissi su Metal Shock. Probabilmente la mia fortuna è stata quella di essere stato, prima che un giornalista, un attento, entusiasta lettore di tante riviste musicali. Ho iniziato da bambino, razziando le riviste di stereofonia di fine ‘70 che comprava mio padre, che per alcuni anni fu un fervente audiofilo. Suono e soprattutto Stereoplay avevano un’ottima appendice musicale e io mi divertivo a leggere recensioni di gruppi e dischi che poi, in realtà, non avevo nessun modo di poter ascoltare! Ero veramente troppo piccolo per comprare dischi e gran parte di questi non li potevi ascoltare da nessuna parte! Preferivo le recensioni ai fumetti e mi divertivo a immaginare come potesse suonare questo o quel gruppo di cui capivo qualcosina fra le righe del giornalista di turno. La mia più grande e migliore scuola però è stata leggere le riviste straniere, soprattutto quelle britanniche, Kerrang! su tutti. Avevano uno stile davvero giornalistico, l’autore del pezzo si poneva al centro di tutto, esponeva le proprie opinioni, aveva uno stile personale, si metteva in gioco. Gente come Dave Dickson, Mick Wall, Xavier Russel, Dante Bonutto, Malcom Dome, Ray Zell o Derek Oliver non erano degli anonimi recensori, come ne abbiamo avuti tanti (troppi!) sulla stampa italiana, ma erano abili scrittori, che riuscivano a farmi tuffare dentro la musica, a farmela scorrere sulla pelle. Mi parlavano di dischi, ma soprattutto di emozioni, e mi narravano storie, fatti e soprattutto misfatti. Ai miei occhi, leggendo certi articoli e certi report, ovviamente impensabili per la stampa italiana dell’epoca, questi giornalisti mi apparivano rockstar quanto i musicisti di cui scrivevano.

Parliamo adesso del lato più "tecnico" del tuo lavoro. Come "nasce" una tua recensione? ok...ascolti il disco in primis ma poi come strutturi il tutto. Valuti prima tutti i brani, la tecnica, l'originalità, ti piace fare un sunto o scavare a fondo?

Allora Roby, partiamo dal dire che la recensione non è tutto, non è certo l’Alfa e l’Omega del giornalismo rock, anzi, è manovalanza… Diciamo che ogni essere umano dotato di orecchie, un minimo di capacità di scrittura, diciamo da scuola media, e un barlume di intelligenza, una buona recensione te la può fare, ok? Questo ovviamente non esclude il fatto che sulla stampa di settore e non solo (ahimè, qualche volta anche sulle mie riviste, lo ammetto!!!) ho letto montagne, ma letteralmente montagne di recensioni di merda, scritte da gente a cui un caporedattore degno di questo nome non avrebbe mai dovuto dare l’onere e l’onore di documentare un disco per i lettori. La recensione può avere il suo valore, ok, ma è tremendamente più difficile fare un’intervista intelligente, che stimoli l’intervistato ad aprirsi, raccontarsi, anche a divertirsi nel rispondere e cercare di dare un qualcosa in più, non la solita aria fritta e riciclata. È poi è incommensurabilmente più difficile fare un ampio pezzo retrospettivo, che non sia quella solita, sterile raccolta di date, titoli, nomi, batteristi, bassisti, ex questo, ex quello, che francamente non oso neanche chiamare giornalismo. A chi scrive così, io dico: “ragazzo, non illuderti, non stai facendo giornalismo musicale, stai solo fornendo una sterile, inutile prova di nozionismo”. In ogni caso, quando affronto la recensione innanzitutto mi preparo molto prima, mi informo, recupero il passato di quell’artista (questo però non vuol dire che, se devo parlare del decimo disco di una band, prima mi risenta tutti gli altri nove, non sono così paranoico!), Cerco anche io gli eventuali collegamenti, appunto gli ex questo ex quello che magari non avrò bisogno di elencare nella recensione, ma mi servono per capire bene da dove arriva chi suona in quel disco. Realizzo una prima base che mi predisponga all’ascolto. Poi sono molto concentrato, ma questo ormai è frutto del mestiere. Posso riuscire a fare un’ottima recensione e ad avere una chiara idea di un disco anche mentre preparo il sugo per la pasta! Inoltre, cerco di tornare quel ragazzino che si sorprende davanti alla musica, ma non la dà certo per scontata e si fa piacere tutto (soprattutto quando un disco ti è arrivato gratuitamente o è un link digitale che non puoi vedere o toccare). Questo buonismo, questo “tutto va bene”, questo “ma sì, in fondo il disco non è malaccio…” è la morte della critica… e infatti purtroppo in Italia la critica musicale mi sembra morta! Ma soprattutto, è fondamentale!, cerco di lavorare sulle emozioni. Non sto ad analizzare se il batterista è bravo o se il bassista fa un bel giro, quello magari verrà dopo, ma focalizzo sulle emozioni e sulle canzoni, siano cose di 3 minuti che una suite di 20. Anche perché, alla fine, cosa resterà, cosa puoi raccontare al lettore o ai famosi amici del pub? Che il giro del basso fa bim bum plum plam? Che al settimo minuto c’è un accordo maggiore che si sposa magnificamente al mi discendente del mandolino? O gli vuoi dare il regalo una canzone che gli crescerà nel cuore e non li abbandonerà mai?

Attualmente, beh...direi ormai da circa un ventennio ma anche più, il metal si è inflazionato su generi growl, death, nu metal e, comunque, molto estremi. Cosa ne pensi di questo cambio di tendenza considerato il fatto che tu con il mitico Psycho! sei stato uno dei primi ad "appoggiare" il sound più greve e "incazzato" del periodo? C'è ancora posto per l'hard rock, lo street rock, l'heavy metal classico...ma anche i generi "più coloriti" come glam o sleaze? Considerando la tua rivista credo proprio di si.. ma non vedo ancora un barlume di ripresa per questi ultimi settori menzionati...

Beh guarda, se lo chiamano “classic rock” un motivo c’è, e non solo perché ormai è antico e vetusto, ma perché utilizza delle strutture definite codificate, classiche in tutto e per tutto, che funzionano alla grande. Seguire certe regole sacrosante però non permette quella duttilità, adattabilità che invece, paradossalmente, hanno generi anche più estremi, più “ignoranti, passami questo termine. Insomma, gli esperimenti ovviamente si possono sempre tentare, si può anche incrociare il glam con il grind e l’hard rock con il postcore, così come puoi incrociare un levriero con un bassotto, provaci… se ci riesci! Il risultato, non c’è bisogno di immaginarselo, non funziona! Il classic rock, che poi è diventato hard, street, glam etc, se vogliamo ha detto tutto perché ha sfruttato l’estensibilità delle sue regole fino al limite possibile immaginabile, dopo non ho fatto altro che riciclarsi, magari con splendidi risultati, ottime canzoni ma che, appunto, ci piacevano perché ci sembravano già note, erano un’eco di quanto già conoscevamo e apprezzavamo. Le frontiere del nuovo metal invece guardano avanti e possono anche permettersi di fare proprie sonorità che tutto sommato sono di genesi recentissima, infatti abbiamo assistito anche a riusciti (ovviamente non certo per le nostre orecchie) ibridi di metallo estremo e trap!

Mi viene da pensare ad artisti come Corey Tylor, conosciuto da tutti per la militanza negli Slipknot, che se ne esce con un album solista eccezionale "CMFT" (nel 2020 se non erro) dove abbraccia un sound diametralmente opposto alla sua band madre mostrando, anche, una capacità vocale e compositiva varia, originale e fuori dal comune. Secondo te si tratta di "fughe artistiche" che questi musicisti fanno rispetto alla realtà musicale che li ha resi famosi ma non soddisfatti dal punto di vista prettamente stilistico oppure sono solo vezzi e uscite discografiche fini a se stesse?

Secondo me sono un equilibrato mix di fughe, vezzi ma anche necessità e desideri creativi. Stai parlando di artisti che artisticamente non sono nati certo ieri, quindi anche loro sono cresciuti con altre sonorità, hanno un bagaglio di ascolti ampio e per certi versi “classico”, oppure hanno avuto l’intelligenza o semplicemente la curiosità (quella che purtroppo manca a molti ascoltatori di metal) di fare ammenda e percorrere la strada della musica a ritroso e (ri)scoprire le loro stesse radici, quelle che ancora non conoscevano. Ricordiamoci che, da sempre, il disco solista è stato principalmente un esperimento, e quasi sempre stato sbagliato! Chi si allontanava dal suono del gruppo-madre veniva criticato dal pubblico che non condivideva le sue scelte (e infatti alcuni dischi solisti, anche di componenti di band importanti, sono fra i più grossi fiaschi della storia del rock), oppure, se le canzoni erano quasi identiche allo stile del gruppo di provenienza, critiche e pubblico bocciavano la mancanza di coraggio o il fatto che sembravano versioni di serie B di brani precedenti. Ricorda cosa è successo al povero Peter Criss (e per certi versi anche a Gene Simmons) quando i Kiss hanno fatto i loro quattro dischi solisti; Criss si è volutamente allontanato dal suono del gruppo ed è stato preso a pernacchie, eppure, riascoltandolo adesso, il suo è probabilmente il più originale dei quattro solo-album, non sarà un capolavoro ma sicuramente è quello che offre le varianti sul tema più curiose. In certe situazioni non si vince quasi mai, ma osare secondo me è sempre la carta migliore.

Cambiando discorso vorrei una tua opinione sul music business; attualmente di dischi se ne vendono sempre meno e di contro è triplicata l'attività live delle band. Io lo vedo come un impoverimento, poichè la gente non acquista più musica, si limita ad ascoltarla sul web o a scaricare lo stretto necessario. Ok, ci sono tanti live, ma oltre che ad essere milionari (visto il caro biglietti) credo che la cultura venga prima dall'ascolto attento, magari da un buon cd o meglio ancora da un vinile. Cosa ne pensi di tutto questo?

Sai che ti dico? Non è un nostro problema! Saranno cazzi amari delle generazioni future! Fammi chiarire: il tipico “ragazzo di oggi” può ascoltare una quantità infinita di musica, letteralmente infinita, ormai fra rete e le varie piattaforme con un click puoi trovare anche le rarità che nei decenni passati facevano letteralmente dannare i collezionisti, il problema è che non immagazzinano quasi nulla! La quantità provoca distrazione, noia, ascoltare uno stesso disco cinque volte sarebbe una tortura! Abbassando la soglie dell’attenzione e mancando l’oggetto fisico (perché è ovvio che è un oggetto che puoi toccare ti lascia una impressione visiva, mnemonica e tangibile rispetto a una cosa fluida, liquida, eterea), fra trent’anni cosa resterà nella memoria musicale di questi ragazzi? Noi vecchietti abbiamo affrontato enormi difficoltà per approvvigionarci di musica, ma le nostre cellule ne sono state impregnate e quindi ce la portiamo dietro per tutta la vita, sicuramente ci sarebbe stato impossibile farlo con i 30 secondi di un brano di TikTok. Per ridare valore all’oggetto, al disco, per portare gente nel negozio di dischi, per diffondere la musica da possedere e comprare abbiamo fatto addirittura una rivista gratuita, WANTLIST, un progetto ambizioso, costoso, logisticamente complicatissimo, che, proprio in questi giorni, sta andando con 3.500 copie, ripeto, gratuite, in circa 200 negozi di ogni singola regione italiana!!! Dall’altra parte anche io mi rendo conto che l’oggetto fisico è davvero un lusso che molti considerano assolutamente inutile. Se tu hai visto le foto del mio studio, saprai che ho letteralmente decine e decine di migliaia di dischi, ma inevitabilmente anche io, per semplici ragioni pratiche, quando devo lavorare a delle retrospettive o preparare una discografia, molto spesso per comodità uso Spotify! Insomma, in futuro avremo persone che avranno ascoltato probabilmente anche il quintuplo della musica che abbiamo ascoltato noi da ragazzi, ma non ricorderanno nulla.

Adesso voglio dar sfogo alla mia curiosità…

N.B. mi rivolgo ai lettori perché, arrivati a questo punto Roberto, ha cominciato a chiedermi di stilare classifiche, il migliore, il più interessante, il sottovalutato, il sopravvalutato… ma, come gli ho detto anche quando ho ricevuto l’intervista, è una cosa che mi dà grosse difficoltà. Non ho mai amato le classifiche, anzi, per me farle è una fatica e una fonte di ansia, perché non sono mai riuscito a essere davvero preciso, a stilare una classifica che fosse definitiva e non cambiasse due ore dopo averla spedita a chi me l’aveva chiesta. Ho rinunciato addirittura a delle possibilità prestigiose di esposizione quando dei media importanti mi hanno chiesto la mia Top 10 dell’anno o cose del genere! Questo perché i miei ascolti sono assolutamente schizofrenici! Io devo bilanciare quanto ascolto per lavoro con la mia inesauribile curiosità, e quindi il disco che magari uscirà fra tre mesi lo sento assieme a quello di una band dei ‘70 che ancora non conoscevo o di cui avevo dimenticato tutto. Ad esempio, dire che uno, anzi due, dei dischi più interessanti dell’anno sono ‘Messin’ e ‘Solar Fire’ della Manfred Mann’s Earth Band, usciti entrambi nel 1973, da una parte è ridicolo e dall’altra mi farebbe passare per uno di quegli insopportabili snob che devono sempre trovare la chicca che non ti aspetti. Posso solo ribadire che per me ‘No Respect’, il debut dei Vain, l’ho già detto mille volte, è il disco più eccitante e coinvolgente della storia del rock! Per me è un autentico Viagra musicale e ogni volta che lo sento ho le stesse emozioni, la stessa gioia, la stessa energia… mi viene la pelle d’oca. Posso dire senza paura di offendere nessuno (credo che nel 2024 non ci si possa più permettere minimamente di criticare i gusti degli altri!) che ritengo i Megadeth una delle band più noiose della storia, che ogni volta che King Diamond apre la bocca e se ne esce con il suo falsetto io devo scappare, mi fa inorridire, ma che anche la voce di Vince Neil penso sia una delle cose più ridicole mai consegnate al vinile e alla storia. Ed è anche vero che ormai sono anni che non ho interesse ad ascoltare o a dire la mia sull’ultimo degli Iron Maiden, dei Metallica o dei Dream Theater ma che non mi perdo un’uscita della Prophecy, della Season Of Mist o della svedese The Sign. Francamente tanti influencer rock, tanti ragazzini armati di penna & tastiera, tanti nuovi “giornalisti” (uso le virgolette perchè non solo non non mi ritengo un giornalista io stesso, ma perché oggi con la musica rock e metal NESSUNO campa di giornalismo!), dovrebbero avere il coraggio e il dovere di parlare di nomi sconosciuti, dimenticati, minori, poco appetibili per il grosso pubblico, di sfigati che la storia ha dimenticato e di grandissimi perdenti, piuttosto che fare a gara a dire colossali banalità su megastar di cui non solo non c’è più bisogno di aggiungere altro, ma per i quali un esercito di fan può farsi benissimo la propria opinione personale.

Per concludere ti chiederei di autodefinirti con l'ausilio di un singolo aggettivo e di spiegarci il perchè......

Supercalifragilistichespiralidoso, non credo ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni…

 

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