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"The untouchable records"

...dischi che NON si possono dimenticare!!!!

 

RELICS OLD REVIEW

SUPERSUCKERS
“Play That Rock'n'Roll”
(Steamhammer/SPV)

Line up: Eddie Spaghetti - lead & harmony vocals, acoustic guitar, bass, Marty Chandler - lead guitar, backing vocals, Chris Von Streicher – drums & percussion, backing vocals

Tracklist: Ain’t Gonna Stop (Until I Stop It), Getting Into Each Other’s Pants, Deceptive Expectation, You Ain’t The Boss Of Me, Bringing It Back, Play That Rock ‘ Roll, That’s A Thing, Last Time Again, Die Alone, Dead, Jail Or Rock N’ Roll, A Certain Girl, Ain’t No Day

Bene ragazzi, eccoci di fronte a questo nuovo full lenght album dei cinque rockers di Tucson, Arizona. I signori in questione sono in auge dal 1988 e di dischi ne han fatti ben undici più svariati live ed altro ancora. Non sono di primo pelo quindi. E' un periodo strano questo, di dischi come questo “PlayThat Rock'n'Roll” non ne arrivano molti (anche se c'è un nutrito sottobosco che continua imperterrito a produrre questa musica!!) e quindi è un piacere inserire il cd ed ascoltare questo minimale, sano, crudo, sporco e diretto rock'n'roll. RnR senza contaminazioni, senza particolari novità – in effetti la pecca del disco è la poca originalità delle composizioni- ma d'altronde se uno vuole suonare un rock crudo fatto di riff carichi di energia, chorus line canticchiabili davanti ad un buon boccale di birra il tutto coadiuvato da una voce essenziale e leggermente rauca del singer....il risultato è puro divertimento. Metti su la veloce 'Last Time Again' e fai casino con gli amici, questo è quello dobbiamo aspettarci da “Play That Rock'n'Roll”, disco che sicuramente non verrà ricordato nella storia come un must, anzi, però un pizzico di spensieratezza la regala. Da notare la cover del brano tratto dalla carriera solista di Mr. Michael Monroe 'Dead, Jail Or Rock N’ Roll' qui eseguito senza infamia e senza lode. Se volete una manciata di song capaci di rockare al punto giusto senza grosse pretese allora i Supersuckers fanno al caso vostro.

Roby Comanducci


CONFESS
“Burn 'em All”
(Street Symphonies Records / Burning Minds Music Group)

Line up: John Elliot – vocals, Blomman – guitar, Pontus – guitar, Ludwig – bass, Sam Samael - drums

Tracklist: So What?, Malleus, Welcome Insanity, A Beautiful Mind, Heresy, Burn 'em All, Is It Love, My Vicious Way, 509, Prominence, One For The Road

Si fa un gran parlare per questo combo svedese di sleaze rockers che, con questo disco, è al quarto full lenght album. Si vanno ad inserire quindi nel “nuovo” filone sleaze-glam che in questi ultimi anni ci sta dando discrete soddisfazioni. Non li conoscevo benissimo, lo ammetto, ma è bastato poco per capire bene la loro linea ed il loro potenziale commerciale. Il sound è un mix tra Crazy Lixx, qualcosa dei Crashdiet e, nei momenti più hard, gli Skid Row. Formazione a cinque con due axe men (forse anche esagerato per il genere) che ci servono pregevoli riff e un guitar work sicuramente valido. Da vecchio glamster non posso che apprezzare queste uscite discografiche soprattutto se, come nel caso dei Confess, trattasi di un prodottino carino ed originale; ovviamente, preciso, non stiamo gridando al miracolo, ma i cinque ragazzi in questoione ci sanno fare. Soprattutto nelle song più street metal oriented quali la veloce title track, vero martello in quanto ad energia e potenza. Notevole la forza punkeggiante della corrosiva '509' mentre la chiara scuola sleze-steet rock compare in song ammalianti come 'So What?', 'My Vicious Way', 'Malleus' rimembra invece qualcosina dei grandi Skid Row, e 'A Beautiful Mind' è cadenzata e cattiva al punto giusto. Ci sono anche momenti più “commerciali” o easy (ma mai banali o sempliciotti, attenzione!) come 'Is It Love' o 'Welcome Insanity' che si fanno apprezzare e canticchiare con piacere. L'album si chiude in bellezza con una vera arena-song, 'One for The Road' da cantare a squarciagola durante i loro live act (ma anche nel vostro salotto se vorrete...hehe). Bravi, acquisto consigliato a tutti gli amanti del buon rock'n'roll! https://www.facebook.com/confessofsweden - http://www.confess.se

Roby Comanducci


THE COSMICS
“Aikron!”
(HC Media)

Line up: Cosmic Serge - guitar and vocals (Tribal Bops, The Starliters), Cosmic Frank - drums and vocals (The Starliters), Cosmic Pepper - keyboards and vocals (The Coiche, B.E.S.T.), Cosmic Valo - Bass (Impulsive Youth,The Brightest Room)

Tracklist: Cocktail man, Cheater Baby*, Largo Swims, Go Go World, Laura, Joe 90*, Space Invaders, Viva Las Vegas*.

Sembra di rivivere in un'atmosfera retro-futurista, quei momenti epici che caratterizzarono i sixties con le donne dai vestiti a tubino le mini supersoniche e la moda, lo stile insomma, un mondo a se....che sarebbe bello poter rivivere.Con questo album nuovo di zecca dei bravi The Cosmics riusciamo in tutto questo; i nostri amici lombardi non sono di primo pelo anzi, il progetto nacque nel 1997 in occasione della prima edition delle “Iene” su Italia Uno per cui i nostri scrissero l'intera colonna sonora. Però, nonostante molte esibizioni live il full lengh album, il primo vero disco esce solo adesso. Ma se dovevamo aspettare tanto tempo allora abbiamo fatto strabene. Un disco che ammalia nei suoi suoni che sembrano tratti da B movies sessantiani, atmosfere beat, rock'n'roll '50, extraterrestri navicelle spaziali e tanto divertimento. Molto originale il sound di questo quartetto, non si riesce a tenere il 'piedino fermo' poiché la voglia di lasciarsi andare a qualche ballo sfrenato sorge per ogni traccia. In tutte le song (eccetto due delle tre cover) non c'è un vero e proprio cantato ma a tratti frasi filtrate, ripetute come annunci e avvisi....originalissimo. La musica la fa da padrone e gli otto brani di cui tre cover (una del King Elvis.....'Viva Las Vegas') ed una bossanova 'Laura' che poteva benissmo far parte di un momento “soft” di qualche 007 d'annata sono da lodare. Tutti ottimi strumentisti i nostri, tra cui troviamo una nostra conoscenza, Cosmic Valo, leader vocalist e chitarra dei The Brightest Room (andate a leggervi la mia recensione del loro bello e nuovissimo album “Run”) qui però in veste di bassista. Due brani su tutti danno l'idea di questo grande lavoro e trattasi di 'Space Invaders' e ' Largo Swims', non potete lasciarvi scappare questo piccolo gioiellino di grande musica. Vi assicuro che una volta inserito nel lettore cd ce lo lascerete per molto tempo!!!! Per info: Email – starcosm@libero.it. Facebook : https://www.facebook.com/thecosmicplan/

Roby Comanducci

 

SCARLET AURA
“Stormbreaker”
(Silver City Records - distributed by NovaMD) )

Line up: Aura Danciulescu – lead vocals, Mihai Danciulescu – guitars and vocals, Rene Nistor – bass and vocals, Doru Florin Gheorgita – drums.

Tracklist: The world is not enough, Metal Hell, Battle Cry, Stormbreaker, Loose Cannon, I am the one, High in the sky, The Heretic, Daddy’s Lil Monster, A Blast from the past, Scarlets United

Nel panorama delle novità in ambito metal di questa primavera gli Scarlet Aura ci danno una scossa sincera e molto apprezzata, con un lavoro di ottima professionalità e che riesce a essere originale e accattivante pur appoggiandosi a tutti i classici stilemi del classic/power metal, con forti influenze dalla primordiali radici del genere (Sabbath/Priest dei mid 70s!) aggiungendovi corposi aggiornamenti ma senza mai smarrire il passo epico eppure non appesantito da troppi fronzoli, e riuscendo nell’ottimo lavoro di sfruttare appieno le qualità vocali declinate al femminile dalla singer Aura Danciulescu. La band ha ormai qualche anno di esperienza e innanzitutto fonda la sua fama su una ampia sequenza di prestazioni live di supporto ad altri importanti act del genere; arrivati a questo nuovo disco, il progetto presentato è quello della seconda puntata di una trilogia votata ad un unico concept, una narrazione di genere fantasy nello specifico. Non che mi manchi la passione per questi aspetti, tuttavia lascio ai lettori la soddisfazione di approfondire questo lato se desiderato; in questa sede ritengo più utile e di immediato interesse per chi ci legge parlare dell’aspetto musicale puro e semplice. In tal senso, cosa si può dire? Come enunciato in partenza, il classic/power della band, nonostante la forte enfasi epica in alcuni tratti, a mio modo di vedere è decisamente interessante per la sua classicità e al contempo la ricerca di struttura melodiche innnovative, senza ripercorrere le classiche cavalcate in 4/4 dei 70’s. La base del tutto è un riffing di chitarra molto molto marziale e che detta le strutture delle canzoni, accompagnato da una sezione ritmica molto precisa. Le qualità vocali di Aura sono notevoli perché, pur venendo a volte quasi sacrificate allo spazio necessario per esprimersi al riffing di chitarre (tra l’altro, suonate dal fratello Mihai), riescono egualmente ad aggiungere un notevole livello interpretativo alle song; a questo contribuisce lo stile fortemente graffiante del suo canto, non particolarmente accentuato sulle tonalità alte, ma che riesce a essere, forse inaspettatamente per una voce femminile, aggressivo ed espressivo nello stesso tempo, completando perfettamente la gamma di tonalità necessarie per un ottimo disco classic metal quale quello di cui sto scrivendo. La produzione è secondo me semplicemente ottima, riesce a dare un tono molto moderno e cristallino, perfetto per il tema fantasy trattato e dunque per l’atmosfera che si cerca di dare all’album, senza snaturare il genere della band, ovvero senza appesantire eccessivamente la struttura. Si tratta di un lavoro decisamente interessante e che non posso che consigliare vivamente, una piccola perla in un genere che decisamente non muore mai.

Nikki

 

OZZY OSBOURNE
“Ordinary Man”
(Epic Records)

Line up: Ozzy Osbourne – vocals, Andrew Watt – guitars & production, Duff McKagan – bass, Chad Smith – drums. Slash – guitar (tracks 1, 4), Charlie Puth – keyboards (track 1), Elton John – piano and co-lead vocals (track 4), Tom Morello – guitar (track 8), Post Malone – co-lead vocals (track 10, 11)

Tracklist: Straight To Hell, All My Life, Goodbye, Ordinary Man (feat. Elton John), Under The Graveyard, Eat Me, Today Is The End, Scary Little Green Men, Holy For Tonight, It’s A Raid (feat Post Malone), Take What You Want (Post Malone feat. Ozzy Osbourne & Travis Scott)

Ed eccoci qua a parlare del Madman, di colui che ha fatto della sua pazzia (in)controllata e del suo carisma il suo vero marchio di fabbrica. La voce dei Black Sabbath (non dimentichiamoci però la bellissima era RJDio, nda!!!!), la lunghissima carriera solista e le mille collaborazioni. Il nostro è stato un autentico talent scout per eroi della sei corde incommensurabili quali il grande Randy Rhoads, ma poi anche Jake E. Lee o il possente Zakk Wilde! Parlare di Ozzy per chi, come il sottoscritto, l'ha visto nei famigerati anni ottanta al suo culmine fa venire un po' la lacrimuccia; eh si, questo disco -tra l'altro- esce quasi in concomitanza con la comunicazione al pubblico della sua malattia, il Parkinson (col quale comunque ci convive già da anni) ed inoltre all'annuncio della sospensione del tour nordamericano. Tantè.... meglio non disperarci altrimenti rischiamo di annacquare la suddetta recensione in preda a commozioni varie. Venendo al disco diciamo subito che sono ben dieci anni che il signorino ci fa aspettare, dal periodo del penultimo “Scream” targato 2010. Curiosità che salta subito all'occhio, non c'è in line up il fedele Zakk, bensì il chitarrista Andrew Watt che contribuisce non poco anche in fase di produzione del disco e trattasi del guitar player del rapper Post Malone che ha collaborato e cantato in questo album. Al basso troviamo una stella di prima grandezza Mr. Duff McKagan (devo dirvi chi è?????) e alla batteria Chad Smith in forza ai RHCP. Inoltre una nutrita schiera di ospiti dove svetta su tutti il Re del pop Elton John che ha contribuito ad arrangiare e suonare/cantare la title track, ma anche un certo Slash, Tom Morello & more. Il disco dopo i primi ascolti è da considerarsi positivamente accattivamente. Ozzy, probabilmente, ha le basi tutte sovraincise ed effettate, il nostro singer non canta così dai tempi di “The Ultimate Sin” ehm... però va bene così, l'importante è ascoltare il prodotto che il buon Osbourne vuole regalarci. “The Ordinary Man” trattasi quindi di un onesto e lineare disco di heavy classico con le consuete puntate verso toni medi e melodici che da sempre hanno fatto la fortuna di questo artista. Si uniscono ballad strappalacrime come la title track col duetto di Elton ed il solo finale di Slash, a momenti di possente heavy rock quali l'opener 'Straight To Hell', la furia speed della corrosiva 'It’s A Raid' featuring Mr. Post Malone. Interessante l'alternanza tra momenti lenti e riprese veloci con un guitar work assassino su 'Goodbye' e l'ammaliante ' Under The Graveyard' che parte melodica per svilupparsi in un cresecndo di heavy rock coadiuvato -anche qui- dall'ottimo lavoro del guitar player Watt. Oltre alla già menzionata ballad 'The Ordinary Man' troviamo anche ' Holy For Tonight' e la conclusiva 'Take What You Want' dove il rapper Malone fa il suo mestiere e ci riesce bene impreziosendo una canzone già di per se stessa evocativa e ricca di pathos. In definitiva un bel disco, non un capolavoro ma sicuramente un lavoro in studio che saprà regalarvi diverse emozioni.

Roby Comanducci

 

THE BRIGHTEST ROOM
“Run”
(self produced)

Line up: Valo – vocals & guitar, Adriano - guitar & chorus, Vinavil – bass, Silvana – drums

Tracklist: Pleasure, Centralia, Truffaut, Box, Crabs, Barbie, Run, Neptune, Blues, Beach, Squeeze, Somewhere, Away, Rain

Ogni tanto noi del Cathouse ci imbattiamo in prodotti che pur non essendo parte integrante del mondo hard&heavy vivono di luce propria e sono così interessanti ed accattivanti che, sicuramente, anche i nostri amici che ci leggono potranno rimanerne sorpresi. Non sempre un disco per avere il giusto quid emozionale deve suonare rock duro, metal o glam....si trovano spesso, come nel caso dei milanesi qui presenti, band dedite a sonorità un poco distanti ma di indubbio interesse. Anzi. I The Brightest Room non sono poi così lontani dal nostro mondo poiché il rock aleggia comunque tra le note delle canzoni solo che il quartetto ci delizia non con schitarrate e riff corrosivi, non con up tempo veloci o coretti maliziosi e ritornelli sleaze, bensì con un giusto e calibrato merge di beat e rock'n'roll di chiara matrice anni '60 e non disdegna richiami a certo postpunk e la scena indie dei mitici e famigerati eighties. Ecco, avrete quindi capito bene che Mr. Valo & Company non scherzano poiché gli stili appena menzionati sono tutto fuorchè banali e, a dirla tutta, sono pregni di sonorità spensierate, fun e positività. Questo loro secondo album (il primo “Exit” risale al 2017) è autoprodotto ma distribuito da Audioglobe ed il lavoro in fase di mixaggio, registrazione e produzione è di assoluto livello; molte band straniere stentano ad arrivare a certi risultati, credetemi. Ben quattordici canzoni senza nessuna cover, tutta “farina del loro sacco” e qui c'è l'imbarazzo della scelta essendo tutte le song di elevata caratura. Molto carino il fraseggio iniziale di chitarra che poi accompagnerà tutta la song 'Pleasure', ti rimane conficcato nel cervello e non lo dimentichi più. L'anima del beat più malizioso la troviamo in 'Run', 'Away' e soprattutto la bellissima 'Neptune' mentre percepisco atmosfere Tarantiniane sulla seconda traccia 'Centralia'. Un altro brano catchy e frizzante è 'Barbie' e vi assicuro che lo canticchierete per tutta la settimana. Ho avuto la fortuna di vedere questa band dal vivo e sono bravi riuscendo a trasportare quanto di buono inciso in studio dal vivo su un palco. Un disco da avere assolutamente per distravi, per rilassare la mente e godere di un sound sapientemente maturo ma energicamente spensierato e allegro. Bravi. Per contatti: www.facebook.com/thebrightestroom/, www.thebrighestroom.it

Roby Comanducci

 

BLACK SWAN
Shake The World 
(Frontiers)

Line-up: Robin McAuley- Lead Vocals and Background Vocals, Reb Beach- Guitars and Background Vocals, Jeff Pilson- Bass, Acoustic Guitar, Keys and Background Vocals, Matt Starr- Drums and Percussion

Tracklist: Shake The World, Big Disaster, Johnny Came Marching, Immortal Souls, Make It There, Dhe's On To Us, The Rock That Rolled away, Long Road to Nowhere, Sacred Place, Unless we Change, Divided_United

Eh va beh.....quando quattro super elementi del rock world mondiale si uniscono cosa ne può scaturire fuori? Una piccola chicca! Ecco quindi il buon e bravo McAuley (che tanto ci ha regalato con i mitici MSG) che si accompagna ad altrettanti lodevoli heroes ottantiani quali Mr. Pilson, (ex Dokken & more...), Mr. Beach, funambolico axe hero già alla corte di Whitesnake e Winger e Mr. Starr (Ace Frehley, Mr.Big). Un quartetto di tutto rispetto che ci delizia con questo debut 'Shake The World” dall'odore spudoratamente eighties!!!!! Il sound prende a piene mani da quel memorabile decennio con l'unica differenza nella produzione sicuramente degna del nostro tempo. Echi di Whitesnake, Dokken, Foreigner, Msg si percepiscono ad ogni traccia ma riusciamo comunque a dare dignità ad un prodotto che non risulta una mera copia carbone del passato. Per rimarene cullati in quel periodo basta ascoltare la melodica 'Make it There' che ringrazia Coverdale et family, ma il disco è sicuramente hard oriented e oltre al bel lento appena menzionato abbiamo prove di sano hard rock americano come l'up tempo veloce dell'opener 'Shake the World' oppure la bella sequenza di armonici che fanno partire 'Long Road to Nowhere' song dal vasto airplay e d'effetto. Cadenzata e rocciosa è 'Big Disaster' mentre archi/violini aprono dolcemente 'Unless we Change' che si trasforma subito in una poderosa hard rock song. Insomma amici, qui ne avete ben donde per distrarvi, galvanizzarvi e caricarvi. Fate vostro questo bel dischetto!

Roby Comanducci

 


DOUBLE CRUSH SYNDROME
'Death to Pop'
(Arising Empire)

Line up: Andy Brings – vocals & guitars, Slick Prolidol – bass & vocals, Jason-Steve Mageney – batteria

Tracklist: Whore, Death To Pop, Refuse To Kiss Ass, Cocaine Lips, Souls To Sell, I’m In Love With You, With Me, Mistakes We Love To Make, We Cannot Be Ruled, Tonight, Die berühmten drei Worte

Allora, cosa dire ragazzi: siamo in megaritardo con questa release uscita verso la fine del 2019 ma tantè.....anche se è passato qualche mesetto questa release non si può non recensire, assolutamente! Partiamo subito dicendo che questi 'pazzi squinternati' capitanati dal cantante chitarrista Andy Brings che in quanto a carisma e attitudine stravagante e fottutamente punk non è secondo a nessuno ci hanno regalato un ottimo full lenght album (qualcuno si ricorda che per due anni nei primi anni novanta fece parti dei Sodom?!!!?!) . Il loro però è un sound che (dimenticatevi i Sodom, mi raccomando hehehe) è un miscuglio di glam, punk, rock anni '50, rock'n'roll, un pizzico di 'new rock anni 00' e una punta di alternative. Il tutto condito con una buona dose di adrenalina e soprattutto originalità. Infatti, per il sottoscritto, trattasi di uno dei prodotti più validi ed originali del 2019. Ascoltatevi la veloce rocckettara 'We Cannot Be Ruled', la viziosa 'Cocaine Lips' , la spensierata ' Mistakes We Love To Make' e non potrete rimanere fermi, questo disco è fatto per ballare, ballare e divertirsi come matti. Molto bella l'opener 'Whore' potente nel riff, con un ritornello che si conficca nel cervello ed una carica di adrenalina degna dei migliori gruppi punk inglesi. I nostri, però, sono tedeschi e per omaggiare la loro lingua madre ci regalano l'ultima (bellissima) cover di un classico brano pop tedesco targato anni ottanta, stiamo parlando di 'Die berühmten drei Worte'. Questo è il loro secondo album, il primo “Die for Rock'n'Roll' risale al 2017, ed io sono già in astinenza avendolo già ascoltato centinaia di volte: a quando il terzo lavoro????

Roby Comanducci

 

HAREM SCAREM
“Change the world”
(Frontiers)

Line up: Harry Hess – vocals & keyboards, Pete Lesperance guitars, Creighton Doane – drums, Mike Vassos - bass, Darren Smith – additional vocals.

Tracklist: Change the world, Aftershock, Searching for meaning, The death of me, Mother of invention, No Man’s land, In the Unknown, Riot in my head, No me without you, Fire & Gasoline, Swallowed by the machine

Un graditissimo ritorno quello che ho il piacere di recensire questo mese, ovvero il 15esimo (già!) album da studio dei prolifici (e dalla pluridecennale carriera…) power/hard rockers canadesi Harem Scarem, al ritorno alle incisioni dopo qualche anno di pausa, a sua volta seguito alla reunion del 2013, che permise alla band di riprendere la scena dopo lo split del 2009. Ci troviamo di fronte certamente non a dei pivellini e la domanda è se il loro genere melodico e radio friendly, così ruffiano ma anche così legato al periodo dei loro esordi (la fine degli anni ’80… e diciamo che non è l’unico genere per cui vale questo ragionamento…) possa reggere alla prova di questi anni. La risposta che mi viene da riportare è assolutamente affermativa. Da un lato diciamo che evidentemente la grinta non manca a questi stagionati rocker, e al tempo stesso siamo anche confortati dal vedere che la vena artistica non sembra scalfita dagli anni che passano. Certamente non siamo di fronte a un album prettamente innovativo, tuttavia la maestria e la professionalità a livello compositivo della band è indubitabile. A livello stilistico una componente essenziale è certamente la produzione che da un’ottima resa sonora per tutte le componenti, a partire dagli effetti e dalle tastiere; i suoni sono inoltre amalgamati in modo da ricreare perfettamente il classico stile 80s dell’Hard del periodo, molto pieno e avvolgente. In secondo luogo uno spazio notevole se lo ritaglia l’ottima ugola di mr. Harry Hess, la cui eccellente espressività si ritaglia un ruolo di primo piano in tutti i pezzi e sfrutta appieno l’atmosfera creata. Si susseguono perciò tutta una serie di interessanti liriche, di un genere inconfondibile, melodico e pieno di pathos, ove di fatto tutta la parte strumentale è accessoria e votata a creare un perfetto contorno per la parte vocale. La ritmica svolge il suo compito di accompagnamento, è suonata con perfetta perizia tecnica, precisione stilistica e senza sbavature; lo stesso viene svolto dalle chitarre che non eccedono dal ruolo di accompagnamento salvo in pochi episodi di digressione (“In the unknown”). Cosa attendersi quindi? Beh direi un ottimo lavoro di power/hard, classicissimo ma molto ben riuscito, con tanta passione che traspare dalle song e non potrà non trasmettersi agli ascoltatori. Un lavoro consigliatissimo se siete in prima persona appassionati dal genere, ma non lo disdegnerei anche se ne ascoltate di altri e volete dedicarvi ad un ascolto nuovo ma decisamente di ottima qualità. E come spunto finale, la band si ripropone per un tour in questo 2020, che ritengo possa essere oggetto di un notevole interesse: staremo a vedere!

Nikki

 

ARCHON ANGEL
“Fallen”
(Frontiers)

Line up: Zak Stevens – vocals, Aldo Lonobile – guitars, Yves Campion – bass, Marco Lazzarini – drums, Antonio Agate – piano and keyboards.

Tracklist: Fallen, The Serpent, Rise, Under the spell, Twilight, Faces of innocence, Hit the wall, Who’s in the mirror, Brought to the edge, Return of the storm

Oggi recensiamo un interessante album che, nella bio, alla voce “genere” va sotto “Heavy Metal”: ehm, un po’ generico. Più semplice ricostruire le intenzioni dei protagonisti, prima di accedere alle tracce, semplicemente presentandoli. Il progetto nasce dalle idee messe in comune da Aldo Lonobile (Secret Sphere) e, ehm, mr. Zak Stevens (Circle II Circle e Savatage) durante le registrazioni di “Return to Eden”, lavoro solista di Timo Tolkki (già con … dai, non mi fate ulteriormente ribadire l’ovvio). Già questo basterebbe e definire il concept musicale di questo lavoro, chiaramente fatto salvo che i due esperti musicisti non volevano sperimentare qualche variazione sulle loro tipiche coordinate artistiche (sarebbe stato lecito) ma cercare invece una nuova e interessante realizzazione in tema di power epico e melodico, sulla scia proprio di quel progetto meraviglioso e mai troppo rimpianto che furono i Savatage. A completare il team intervengono, ed è bene citarli per inquadrare il lavoro, come aiuto compositori, Simone Mularoni (DGM, Sweet Oblivion) e Alessandro Del Vecchio (ovviamente compagno di band di Aldo negli Edge of Forever, nonché con una lunga serie di collaborazioni alle spalle, di cui abbiamo spesso parlato su queste pagine). Mi scuso per la lunga ma doverosa introduzione, e veniamo al racconto di cosa si trova in questo album. L’ascolto delle tracce, a livello artistico, lascia una chiara e netta impressione: quello che colpisce è la eccellente prestazione vocale di Zak, una certezza nel dare espressività e pathos ai pezzi, in ottima forma e capace di rendere la giusta potenza alle song, elemento necessario per ricreare le atmosfere più pregnanti del genere proposto. Il genere, mi va di spendere qualche parola, è quel mix di heavy e melodia che ai tempi dell’esplosione del power (fine anni ’90) ha conosciuto il suo massimo successo commerciale, essendo però ben presente da prima nel panorama metal. A tal fine le linee vocali si adattano, dai momenti dove si cerca la melodia e i toni bassi (“Brought to the edge”) a quelli dove ci si avvicina di più alle radici stesse del genere, più aggressive e da metal classico (“Under the spell”). Non bisogna certo dimenticare, sebbene sia implicito, l’ottimo lavoro in sede di composizione e arrangiamento, che forse non sperimenta eccessivamente in questi ambiti, ma non è una scusa: le composizioni hanno un ottimo impatto e ripropongono bene le vecchie atmosfere che si cerca di riproporre. Possiamo trovare una linea di novità forse dopo la metà del disco, ove si ha un certo maggior sfruttamento degli effetti sonori e delle linee di tastiera, quasi ad ammiccare al genere delle colonne sonore cinematografiche, calcando il tono epico delle composizioni man mano che diventa più pregnante la narrazione del concept, stavolta narrativo, del disco, ovvero l’epica dell’”Archon Angel” a cui la band deve il nome. Non mi dilungo su tale aspetto ma vi consiglio di approfondirlo appena possibile. Completano il quadro del disco le ottime interpretazioni musicali degli strumentisti: la sezione ritmica è attenta alla precisione e a dare la giusta marzialità, dove serve, per dare la base per le linee vocali, e pure l’arrangiamento delle linee di chitarra appare in certi momenti sacrificato per dare il giusto spazio espressivo alla voce di Zak. Per il ruolo delle tastiere vale il commento precedentemente espresso sull’epicità del genere, e non si può non menzionare l’ottimo lavoro in fase produttiva, che restituisce una chiarezza cristallina dei suoni perfetta per ricreare le atmosfere epiche e melodiche del disco. Un ottimo lavoro, sognante e aggressivo alternativamente, che invoglia decisamente all’ascolto; vi consiglio decisamente questo disco, quale che sia il vostro genere di metal favorito.

Nikki


DIRTY SHIRLEY
“Dirty Shirley”
(Frontiers)

Line up: Dino Jelusic – vocals, George Lynch – guitars, Trevor Roxx – bass, Will Hunt - drums

Tracklis: Here comes the king, Dirty Blues, I Disappear, The Dying, Last Man standing, Siren Song, The voice of a soul, Cold, Escalator, Higher, Grand Master

La bio ci rivela la peculiarità della nascita di questa band, che è decisamente opportuno riportare qui: questo progetto nasce a seguito della ben valutata attività del singer Dino Jesulic con la sua band, gli Animal Drive, che hanno attirato l’attenzione nientemeno che di mr. George Lynch! Ne è quindi nato il desiderio di avviare un progetto, il cui esito è il platter che ci troviamo tra le mani. Le doti di Dino sono immediatamente evidenti ascoltando le tracce di questo lavoro: una voce graffiante, espressiva, dall’ottima estensione che si adatta ai pezzi più aggressivi così come alle parti più “interpretate”. Non sorprende quindi che nei desideri di Mr. Lynch non potesse che essere la linea vocale più adatta per riprendere un discorso compositivo molto classico, legato all’hard rock 70s, sia quello dei Lynch Mob che gli diedero al popolarità, sia quello di estremo successo di band come i Whitesnake (e in certi momenti la vicinanza tra le linee liriche di Dino e quelle più storiche di Mr. Coverdale è decisamente appariscente). Il risultato è ambivalente stilisticamente ma decisamente positivo; cerca infatti di ripercorrere in modo innovativo una serie di strutture melodiche che già si conoscono, a volte sfruttando melodie strumentali che richiamano fortemente gli anni passati (penso alle tastiere di “The Voice of a soul”). Quello che rende però fortemente interessante questo lavoro è quanto traspare dal lavoro compositivo, che è di ottimo livello. Non ci sono momenti di stanchezza nel disco, che riprende come se non fossero passati svariati decenni il discorso di quegli anni, ridandogli vitalità e risultando decisamente accattivante. La prima metà è più orientata ai toni aggressivi e a ritmi veloci, mentre da metà in poi (oltre alla già citata “The voice of a soul” mi viene in mente la successiva “Cold”) abbiamo canzoni maggiormente d’atmosfera con ampi influssi blues. Un discorso a parte merita la produzione firmata da Dino Jesulic stesso, con una mano da parte di Alessandro del Vecchio (che ben conosciamo) in fase di missaggio: a rompere la continuità sonora con l’hard rock 70s contribuisce una pulizia cristallina dei suoni che non stona e anzi rende il discorso musicale ancora più appetibile. Per finire, i fan dei Lynch Mob e del classico hard rock 70s non rimarranno certamente delusi; ma io credo che valga la pena tenere da conto questo disco per gli appassionati di tutti i generi, come ottima rinnovata rappresentazione di alcune linee musicali basilari per tutto quanto è venuto dopo e che in queste tracce trova nuova freschezza.

Nikki

 

REVOLUTION SAINTS
“Rise”
(Frontiers)

Line up: Deen Castronovo – vocals, drums, Jack Blades – additional vocals, bass, Doug Aldritch – guitars. Guest musician: Alessandro del Vecchio- keyboards, chorus, Lunakaire- additional vocals on “Talk to me”

Tracklist: When the heartache has gone, Price we pay, Rise, Coming home, Closer, Higher, Talk to me,It’s not the end (it’s just the beginning), Million Miles, Win or lose, Eyes of a child

No davvero, non avrei saputo immaginare un modo migliore di iniziare l’anno se non con questo splendido disco. I Revolution Saints sono un super-gruppo (mia definizione, ma non credo ci siano dubbi) che vede alla voce Deen Castonovo (Journey, Bad English) in collaborazione, dietro il microfono, con Jack Blades (Night Ranger); i due si occupano anche della sezione ritmica della band rispettivamente alla batteria e al basso. La formazione della band è completata da un nome che non necessita presentazione, parliamo signori nientemeno che di Mr. Doug Aldritch! Al lavoro ha poi contribuito fortemente una nostra vecchia conoscenza, ovvero Alessandro Del Vecchio ancora una volta al lavoro con autentici miti della scena Hard’n Heavy. La collaborazione nel caso è stata decisamente importante, avendo Alessandro prodotto il disco, suonato le tastiere nonché collaborato alla composizione di parte delle song. Dopo una così lunga introduzione meglio non perdere ulteriormente tempo e dedicarsi a parlare di musica. Melodic Hard rock con fortissime influenze 80s, ma con accenni heavy molto forti e tinte aggressive nella maggior parte delle song: questo in estrema sintesi quanto troverete in questo lavoro, e tutto è creato di una qualità eccelsa. Penserete stia esagerando, e ammetto onestamente che è possibile, come sempre quando si accoglie un lavoro con una certa dose di entusiasmo. Vado allora a spiegarvi come mai ho questa opinione. Il lavoro si presenta con un’ottima attenzione per l’orecchiabilità e la carica “empatica” dei pezzi, che puntano tutto sulla melodia così come, comunque, su una certa aggressività ritmica, basando il nucleo portante del disco su ritmi veloci ben supportati dall’ottima sezione melodica. Accanto a diversi interessanti lenti (su tutti direi la song #7, “Talk to me”) abbiamo così numerosi pezzi che fanno orecchiare il miglior hard da classifica 80s, naturalmente corroborato da una prestazione vocale decisamente sopra le righe di Mr. Castronovo, la cui estensione vocale ed espressività danno sicuramente una marcia in più ai pezzi. A livello tecnico la prestazione è decisamente ineccepibile in tutte le parti, mentre la produzione è a ottimi livelli, e permette di sottolineare con cristallina chiarezza tutte le linee sonore. Notevole a mio modo di vedere come riesca a unire linee di tastiere espressive e linee ritmiche di chitarra comunque aggressive (traccia #6, “Higher”, ad esempio). La pecca di questo disco si può trovare ed è probabilmente un deficit nell’innovatività del sound: la band si appoggia comunque a ben rodate strutture espressive, come detto, riuscendo ovviamente a gestirle in modo altamente appetibile. Si tratta dunque di un ascolto consigliatissimo e che sicuramente rimanda alla speranza di un live nei prossimi mesi nel nostro paese. Vedremo!

Nikki


EDGE OF FOREVER
“Native Soul”
(Frntiers)

Line up: Alessandro Del Vecchio – vocals, keyboards, Aldo Lonobili – guitars, Nik Mazzucconi – bass, Marco Di Salvia – drums.

Tracklist: Three rivers, Native Soul, Promised land, Carry on, Take your time, Dying Sun, Shine, I made myself what I am, War, Wash your sins away, Ride with the wind.

Con la recensione di oggi, come dire, giochiamo in casa. Naturalmente noi siamo ascoltatori della musica degli Edge of Forever come gli altri, tuttavia mi permetto di dire che è un po’ particolare comunque parlare di questa band, fondata e guidata da Alessandro del Vecchio che così spesso menzioniamo per la sua straordinaria attività artistica e professionale con altre band Frontiers e non solo. Siamo giunti dopo un lunga storia al quarto disco con gli Edge of Forever, formazione hard/Heavy con robusti inserti metal ove Alessandro ha oggi il triplice ruolo di cantante, tastierista e produttore. Lo accompagnano in questa incarnazione della formazione Aldo Lonobile dei Secret Sphere, alla chitarra, Nik Mazzucconi dei Labirinth al basso e Marco Di Salvia degli Hardline alla batteria, una formazione di primo piano di cui andiamo subito ad analizzare il lavoro. Lo stile che emerge è decisamente aggressivo e dà un notevole spazio alle armonizzazioni di chitarra e al riffing potente e preciso di Aldo, vero asse portante nelle song; naturalmente anche la parte di tastiere è ottimamente curata e aggiunge la dove la sei corde non può una parte di armonizzazione fondamentale nel definire le canzoni. Giungiamo quindi alla parte che è perfettamente sottolineata da queste due componenti, e che non può che essere l’ottima ugola di Alessandro, perfettamente sfruttata per la sua estensione ma anche, e soprattutto, per la sua espressività, che risulta essere l’asse portante attorno a cui ruotano i pezzi di questo disco. L’insieme è suonato con un tasso tecnico notevole ma mai eccessivo, fanno giusta eccezione alcune divagazioni soliste (“Take Your time”, ad esempio). Per quanto riguarda la sezione ritmica, svolge la sua parte con precisione ed energia, ed è un perfetto accompagnamento per lo stile espressivo ricreato, con un taglio dalla forte vena metal, presente nel disco. Per un discorso più generale, il disco risulta quindi molto di impatto ma, in ambito Hard/’Eavy, anche orecchiabile e votato, laddove si pone la scelta, alla melodia e all’orecchiabilità in aggiunta allo sfruttamento delle doti tecniche dei suoi esecutori. L’uso delle tastiere è ben dosato e raffina i pezzi senza darsi un tono eccessivamente centrale; spicca però la sua presenza in determinati frangenti, come la ballad Shine. Non proseguo oltre ritenendo di aver già dato tutti i termini essenziali necessari per una valutazione preliminare di questo disco. Ne consiglio assolutamente l’acquisto a tutti i fan della band ma naturalmente anche a chi è interessato ad un lavoro professionale e curato in tutti i dettagli, ove comunque non mancano spunti creativi di primissimo livello. Il prossimo passo non può che essere attendere la band alla prova live.

Nikki

 

HOUSE OF SHAKIRA
“Radiocarbon”
(Frontiers)

Line up: Per Schelander – bass, chorus, percussions, Mats Hallstensson – lead guitars, chorus, E-bow, Martin Larsson – drums, Andreas Novak – vocals, chorus, battere di mani (testuale…?!?!?!), Anders Lündstrom - guitars

Tracklist: Herd instinct, One circumstance, Not alone, Radiocarbon, A Tyrant’s tale, Delusion, Save yourself, Sweet revenge, Scavenger lizard, Like a fool, Falling down.

In uscita da pochi giorni per Frontiers il nono disco degli svedesi House of Shakira, un interessantissimo lavoro di questi veterani dalla Scandinavia che, vi anticipo, non può non interessarvi se state leggendo queste righe. Il perché è presto detto, stiamo parlando di un interessantissimo power/Hard chiaramente ottantiano come ispirazione ma decisamente vitale ed energetico, e che davvero dimostra come si possano riprendere anche determinati tracciati del passato senza perdere assolutamente di efficacia, al netto di qualche, uhm, citazione un po’ spinta (la title track ha lo stesso riff di “Photograph” dei Def Leppard, ma li perdoniamo…). Partiamo da principio, stiamo parlando di una band attiva ormai da un trentennio e con alle spalle ben otto album prima del lavoro attuale. Non si può non notare come siano fortemente influenzati dal periodo di nascita, ovvero quell’ultimo scorcio degli anni ’80 dove all’Hard’n heavy di matrice glam si sovrapponeva il power Hard (stile Whitesnake “secondo periodo”) e, nel contempo, esplodevano celebrità con ampi spunti melodici come Bon Jovi e Europe. Una breve carrellata che non voglio inutilmente continuare ma che vi darà le coordinate per inquadrare questa band, a cui come detto va correttamente riconosciuto di aver ottenuto un sapiente mix e di averlo sfruttato con inventiva e grinta, senza semplicemente appoggiarsi alle vecchie influenze. Le song hanno certamente una naturale spinta melodica ed orecchiabile, unita in modo spontaneo ad un riffing potente ed ad un suono caldo ed avvolgente. Il lavoro di produzione è netto in questo senso, creando un muro di suono ove la ritmica risuona possente e su di essa si staglia un riffing deciso, molto ottantiano appunto. A completare l’opera ci sono le buone linee vocali, ove si riscontra accanto forse ad un’estensione non elevatissima, un timbro aspro e rude che completa perfettamente e canzoni. Un combo al contempo classico ma anche ispiratissimo, con verve e grinta, in grado di reggere la prova con estrema sicurezza. Per terminare il quadro diciamo che la spinta melodica con cui la band tendenzialmente compone non viene compromessa da eccessi zuccherosi o ballad forzate: come lo stile cerca l’orecchiabilità al tempo stesso è attento a non eccedere. A livello di singole parti, oltre alla già citata buona prova a livello vocale, si segnala sicuramente il buon lavoro svolto in fase di arrangiamento del riffing di accompagnamento, che mai stona e anzi risulta essere la principale colonna portante del disco. Le parti soliste non sono a loro volta forzate ma ben calibrate per essere una buona rifinitura dei pezzi. Come commento finale, mi vien da dire, lo stile sembra decisamente quello di una band d’oltreoceano ma è una semplice precisazione. Promuovo assolutamente questo disco e lo consiglio fortemente a chi desidera un nuovo lavoro decisamente ispirato in ambito Hard/heavy rock.

Nikki

PRETTY MAIDS
“Undress Your Madness”
(Frontiers)


Line-up: Ronnie Atkins – vocals, Ken Hammer – guitars, Rene Shades – bass, Chris Laney – keyboards, Allan Sørensen - drums

Tracklist: Intro, Serpentine, Firesoul Fly, Undress Your Madness, Will You Still Kiss Me (If I See You In Heaven), Runaway World, If You Want Peace (Prepare For War), Slavedriver, Shadowlands, Black Thunder, Strength Of A Rose

E' dal lontano 1981 (anno di fondazione) e quindi dal 1984 con l'uscita del debut “Red, Hot & Heavy” che il leader e fondatore Ken Hammer e l'eccelso vocalist Ronnie Atkins (tra l'altro unici membri rimasti dal primo album ad oggi!) ci deliziano con il loro heavy rock di forte presa energica ma anche “commerciale”. Ebbene si...i danesi in questione hanno come peculiarità il saper miscelare un eccelso heavy sound con riff potenti, taglienti, ottimi solos, energia a profusione e un mood melodico – coadiuvato dalle tastiere sempre presenti ma mai sfacciatamente esagerate- che a volte fa strizzare l'occhio anche alle classifiche radiofoniche. Purtroppo in questo ultimo ventennio si è perso il valore 'da vasto airplay' per questo genere di band altrimenti, se fossimo stati negli eighties o anche nineties, i nostri non avrebbero faticato ad entrare in qualche chart con questo eccellente nuovo album. Per chi conosce bene la band non credo sia una novità viceversa per i nuovi rockers che vogliono avvicinarsi ai 'Maids è giusto precisare che pure sempre di heavy metal stiamo parlando. Metal ma sicuramente più pomposo negli arrangiamenti e con aperture melodiche e chorus line assolutamente di pregio che stemperano il suono -comunque- heavy della band. Una bellissima sorpresa quindi questo “Undress Your Madness” che finisce direttamente come top album del mese per il sottoscritto e sicuramente farà la gioia dei tantissimi fans del gruppo ma contribuirà a fargliene acquisire di nuovi. Dieci tracce più una intro iniziale tutte di ottima qualità che riflettono al meglio la classe cristallina di Atkins e soci. Potenti hard rock song si mischiano a momenti più “leggeri” ma mai banali...tutt'altro. Ascoltatevi per esempio la bellissima 'Will You Still Kiss Me (If I See You In Heaven)', una song di base melodica ma con un groove assolutamente heavy rock e delle chorus line da cardiopalma. Stesso discorso vale per la successiva 'Runaway World' solo leggermente più veloce ma ugualmente ammaliante. Ma la perla musicale dell'intero album va all'accoppiata iniziale ovvero – a parte l'intro - le successive 'Serpentine' e 'Firesoul Fly'. Ammalianti e ruffiane al punto giusto, capaci di dare una scossa e di conficcarsi nella testa dell'ascoltatore con un ritornello (nel caso della stupenda 'Firesoul Fly') che lo canterete per tanto, tantissimo tempo. Fate subito vostro questo full lenght album!

Roby Comanducci


A NEW TOMORROW
“Universe”
(Frontiers)

Line up: Alessio Garavello – lead vocals, chorus, acoustic & electric guitars, Michael Kew – lead guitar, Andrea Lonardi – bass, Tim Hall – drums.

Tracklist: I wanna live, A million stars, Golden Sands, Ignition, Mother Earth is calling, Mountains, Step into the Wild, Home, Multitude of nothing, Universe, Abrasive (CD Bonus track)

Lo ammetto, io sono molto tradizionalista rispetto alla musica, sono certo al 100% che certe cose non avverranno mai più, ciononostante trovo sbagliato non provare neppure a uscire dai canoni tradizionali dei propri gusti musicali (per quanto ampi siano, e vi assicuro che i miei lo sono). E’ per questo che ho ritenuto interessante cimentarmi nella recensione di una band che menziona tra le proprie principali influenze Alter Bridge e Foo Fighters, che non sono così lontani da certe mie influenze, ma neppure sono band che mi hanno mai davvero appassionato. Gli “A New Tomorrow” sono un progetto di Alessio Garavello (Voce e chitarra) e Andrea Lonardi (basso), musicisti italiani che hanno tuttavia fondato la band ormai dieci anni fa a Londra; a loro si sono uniti il batterista Tim Hall e il secondo chitarrista Michael Kew. I quattro hanno all’attivo quattro album e quello di cui andiamo a parlare è in uscita nei prossimi giorni per Frontiers. Hard rock con pesanti influssi metal è il genere che gli darei, andando sulla scia delle influenze sopra menzionate. Il suono estremamente compresso e pesante dato alle linee di chitarra caratterizza fortemente quanto si ascolta nel disco; non mancano tuttavia digressioni melodiche molto interessanti a inframezzare, ed ha un ruolo molto importante ha poi la notevole voce di Alessio che ha un timbro estremamente caldo e caratteristico. L’amalgama della parte strumentale dal suono estremamente ‘eavy e della linea vocale pulita ed espressiva risultano essere un’eccellente propellente per la resa del disco, che scorre tra pezzi più aggressivi (come l’opener “I Wanna live”) ed altri più melodici e riflessivi (“Golden sands”). Ha sicuramente un ruolo importantissimo nella riuscita dell’album l’ottima produzione, davvero di grande livello. Nessuna sporcizia nelle tracce ma neppure nessun suono artefatto; ogni singola linea sonora ha la sua giusta caratterizzazione e specie nella resa degli assoli ritengo che il livello ottenuto sia davvero eccellente. Un’ottima resa come già detto ce l’ha anche la linea vocale, la cui estensione viene perfettamente sfruttata per dare caratterizzazione alle tracce. Data l’impronta pesante data alle linee di chitarra, devo infine dire che ho apprezzato che non siano troppo compresse le linee di basso e batteria, evitando di rendere troppo pesante la resa complessiva del suono. Come pensiero finale, devo dire, non posso che aggiungere che un tale buon lavoro certamente rende curiosi di scoprire la resa live della band (anche perché, forse, ricollegandomi a quanto inizialmente affermato, non è forse genere di cui ho particolare esperienza). Ma non posso che immaginare che a un tale ottimo lavoro, a livello compositivo e di produzione, non possa che corrispondere un eccellente risultato a livello di resa dal vivo. Un lavoro consigliatissimo.

Nikki


QUIET RIOT
“Hollywood Cowboys”
(Frontiers)

Line up: Frankie Banali – drums, Alex Grossi – guitars, Chuck Wright – bass, James Durbin – vocals.

Tracklist: Don’t call it love, In the blood, Heartbreak city, The devil that you know, Change or die, Roll On, Insanity, Hell bender, Wild Horses, Holding on, Last Outcast, Arrows and angels

In uscita in questi giorni per Frontiers è “Hollywood Cowboys”, il ritorno in studio di una leggenda del metal losangelino quali sono i Quiet Riot. Dopo l’apparizione in Italia al Frontiers festival di due anni fa, seguita da un ottimo live album tratto dalla suddetta esibizione, i nostri tornano per una manciata di nuove canzoni di cui andiamo ben volentieri a verificare la riuscita. Quello che emerge subito è il desiderio di mantenersi sulla scia del genere che li ha resi famosi, un metal classico e decisamente aggressivo ma tinto di quei cambi di ritmo e di quelle sfumature graffianti che negli anni del loro celeberrimo debut album diedero vita alla rivoluzione sleazy-glam, naturalmente partita dalla loro città di residenza. L’attenzione primaria è posta sulle linee vocali, e in effetti vediamo come il tono graffiante dell’ugola di Mr. James Durbin sia sempre in primo piano nella resa acustica, anche a leggero discapito delle altre parti; il singer peraltro si dimostra in ottima forma e dà un’eccellente interpretazione, al tempo stesso potente ed espressiva, che domina l’album risultando la componente più importante. Per il resto gioca poi naturalmente una parte cruciale la possente sezione ritmica guidata da Frankie Banali, unico membro superstite della prima incarnazione della band, sebbene a livello di anni di attività della formazione superi di non di molto il bassista Chuck Wright: mr. Banali si occupa anche della produzione dando decisamente uno stile personale alla resa sonora. Da una parte sia la linea di chitarre che di basso risulta abbastanza compressa, dall’altro l’insieme delle linee strumentali è sintonizzata per permettere di dare un maggior risalto alla voce; l’effetto ricorda molto i primissimi 80’s del metal più classico e non le successive evoluzioni, con più fronzoli e arrangiamenti armonici. Cosa dire ulteriormente di questo album? Direi decisamente che si tratta di un’opera molto elegante nella sua ruvidezza metal. Dei primi tempi dei Quiet Riot, quelli chiaramente richiamati, è presente una certa vena malinconica specie nella seconda metà del disco, ma soprattutto e in modo preponderante uno stile al tempo stesso classico e innovativo che li ha sempre contraddistinti, dalle liriche aggressive alle ritmiche quadrate, unito però a una varietà nel riffeggio che non rende mai banali le canzoni. Un ottimo lavoro che si richiama in modo convinto al passato ma senza apparire una sterile ripetizione, anzi composto e suonato con verve e cuore, consigliatissimo a tutti i loro numerosi fan, e che contiamo faccia da apripista ad una nuova stagione live.

Nikki


MICHAEL SWEET
“Ten”
(Frontiers)

Line up: Michael Sweet - vocals & guitars, Will Hunt – drums, John ‘O Boyle – bass.
Guests: Jeff Loomis - guitars track 1, Marzi Montazeri - guitars track 2, Howie Simon - guitars track 3, Gus G - guitars track 4, Rich Ward - guitars track 5, Ethan Brosh - guitars track 6, Joel Hoekstra - guitars tracks 9 – 10, Tracii Guns - guitars track 10, Ian Raposa - guitars track 11, Andy James - guitars track 12, Mike Kerr - vocals track 11, Todd La Torre – vocals track 12

Tracklist: Better Part Of Me, Lay It Down, Forget Forgive, Now Or Never, Ten, Shine, Let It Be Love, Never Alone, When Love Is Hated, Ricochet, With You Till The End, Son Of Man

Ed eccolo arrivato al decimo album solista in nostro beneamato singer dei Cristiani Stryper. “Ten” infatti sta a dimostrare anche questo (dico 'anche' perchè ha un significato oltremodo cristiano come tutti possiamo immaginare, nda). A detta di Michael il nuovo album suona come un mix di old school metal, un giusto connubio tra Judas Priest, Iron Maiden, Dio e momenti di eufemismo Zeppeliano. Beh... prendiamo con le pinze tutto questo ed invece -con certezza- possiamo ammettere che siamo di fronte ad un disco di indubbio valore che sembra partorito dalla band madre e non dal solo Michael. Già, questo 'Ten' suona esattamente come un full lenght album degli Stryper: metrica, arrangiamenti, ritornelli e chorus line sono tutti li a dimostrarlo. La cosa però non ci dispiace affatto e chi avrebbe voluto -magari- un prodotto più personale di Michael si ritrova per le mani un “disco degli Stryper”. E' forse questo il maggior “difetto” se di difetto vogliamo parlare, poiché alcuni si aspettavano una differenziazione sonora dalla band di 'To Hell with the Devil' ed invece così non è stato. Ma, nonostante tutto, le dodici tracce presenti sono tutte di elevata caratura ed elaborate con l'ausilio di una fiumana di session man e strumentisti. Ha scomodato anche il singer degli attuali Queensryche Todd La Torre che ben duetta con Michael nella veloce (quasi speed ) finale 'Son Of Man'. Uno stuolo di guitar man ha dato il suo prezioso contributo in ogni song del disco tra cui troviamo anche Joel Hoekstra (Whitesnake, Night Ranger) e la lista la potete leggere sopra. Anche la ballad 'Let it Be Love' non spicca per originalità ma è al tempo stesso bellissima e ammaliante. Un disco da assaporare brano dopo brano per la sua potenza ma anche per la classe cristallina dei suoi musicisti. Stryper fans...siete avvisati!!!

Roby Comanducci


 

VANDEN PLAS
“The Ghost Xperiment-Awakening”
(Frontiers)

Line up: Andy Kuntz – vocals, Stephan Lill – guitars, Günter Werno - keyboards, Andreas Lill – drums, Torsten Reichert – bass.

Tracklist: Cold december night, The phantoms of Prends-toi-Gardes, Three ghosts, Devils’ poetry, Fall from the skies, The Ghost Xperiment

Il disco che mi appresto a recensire arriva da delle vere icone del prog, i tedeschi Vanden Plas, ancora all’opera dopo più di tre decenni di onorata carriera, e che ci propongono un nuovo lavoro assolutamente di eccellente caratura. Nelle intenzioni della band siamo di fronte all’inizio della narrazione di un concept che dovrebbe avere un seguito il prossimo anno, ma per ora ci fermiamo al disco che abbiamo tra le mani per una breve analisi. Innanzitutto non sorprenderà affatto i cultori dell’iconica band teutonica il fatto che sono solo sei le tracce del disco: la band esegue in effetto un interessantissimo lavoro di classico prog metal, su cui per la verità innesta degli interessanti spunti heavy, e come tale le tracce si prendono uno spazio temporale abbastanza ampio per essere sviluppate pienamente. L’impatto iniziale, devo dire, nonostante la complessa strutturazione, è di un heavy fortemente elaborato e basato su un riffing pienamente power-ottantiano, sebbene con una certa inclinazione per la divagazione musicale. Contribuiscono essenzialmente a questo due fattori, il suono delle chitarre estremamente compresso e appiattito a livello tonico sulle linee di basso, che da una base estremamente cupa al suono, peraltro adatta a ricreare un’atmosfera davvero tenebrosa che fa da ideale background alla narrazione in musica. Accanto a questo troviamo una produzione non cristallina e che cerca solo di sottolineare le caratteristiche sonore già espresse, a questo aggiungendo lo stacco netto della melodia vocale, alta mediamente, estremamente pulita e molto “chiara” come resa, definendo così un netto contrasto rispetto alle parti suonate. L’effetto di questa unione è comunque un disco che assomiglia molto di più a un power heavy con forti influssi prog che viceversa. Solo la voce improntata alla pulizia e alla vena malinconica che segue tutto il disco differenzia davvero il risultato e rimanda più direttamente all’epica di certo prog. Non si può poi non menzionare che, come classicamente in un disco del genere, la cifra tecnica dei componenti è davvero notevole e questo risalta particolarmente nel lavoro di Stephan Lill alla sei corde così come nell’arrangiamento ritmico dietro le pelli del fratello Andreas. Per finire il giudizio, si tratta certamente di un altro ottimo lavoro del combo tedesco, che consiglio molto ai loro fan per valutare l’ottima evoluzione nonché tenuta nel tempo (tipico del metal tedesco, devo dire) ed è comunque un lavoro non banale che non dispiacerà anche a chi è un loro ascoltatore occasionale.

Nikki

 


KXM
“Circle of Dolls”
(Frontiers)

Line up: Doug Pinnick - vocals / bass, George Lynch – guitars, Ray Luzier - drums

Tracklist: War of Words, Mind Swamp, Circle of Dolls, Lightning, Time Flies, Twice, Big as the Sun, Vessel of Desctruction, A Day Whitout Me, Wide Awake, Shadow Lover, Cold Sweats, The Border

Inutile girarci intorno: da tre autentici geni quali il vocalist/bass player dei maestri d'avanguardia musicale quali erano i glosiosi King's X - ricordiamoci sempre e comunque il capolavoro assoluto “Out of The Silent Planet” targato 1988 che diede il 'la' a una nuova musicalità fatta di innovazione, tecnica e avanguardia- il guitar hero George Lynch, autentico maestro della sei corde prima coi Dokken poi coi Lynch Mob e tanti solo album/projects e, per finire, l'eccellente drummer dei famosi ed attuali Korn, Mr. Ray Luzier non poteva che nascere un project di musica intelligente, adulta, matura ma al contempo energica e in alcuni momenti anche aggressiva. E qui siamo già al terzo album, infatti i qui presenti signori si trovarono inasieme per una jam nel 2013 e da li nacque la collaborazione e l'idea di mettere su una band. Due album, l'omonimo del 2014 e il successivo “Scatterbrain” del 2017 tutti sempre all'insegna di musica ricercata ed innovativa ma quest'ultimo “Circle of Dolls” -a detta dello stesso George- è il migliore dei tre, il piu' insano e allo stesso tempo magico disco. Beh....non ha tutti i torti il guitar man.....questo album è assolutamente eclettico soprattutto validissimo a livello di alto quoziente artistico/tecnico/strumentale. Cosa che, per certi versi, lo renderà un poco “pesantuccio” per alcuni palati ma sicuramente un vero must per altri. La fusione di stili, stilemi, arrangiamenti, idee, la struttura delle song, il pathos di alcune, l'energia di altre metteranno a dura prova i vostri timpani, per questo motivo vi consiglio, almeno al primo ascolto, di sedervi comodi sul divano e inserire il cd in un valido impianto stereo con tanto di cuffia. In questo caso potrete apprezzare in pieno le mille sfumature di questo full lenght album. Tutte le song sono di media ed alcune lunga durata come 'Lighting' e 'Twice' entrambe oltre i sei minuti e quindi ci vuole una 'mente allenata' che apprezzi le sfumature e i mille accorgimenti che questi artisti hanno inserito nel loro songwriting. Hard rock, fusion, progressive, alternative rock e advangarde si intersecano insieme per creare un mix di altissimo effetto. E' sicuramente interessante vedere come per questa band la bravura compositiva sia di eguale livello nelle song più hard rock oriented come l'opener 'War of Word' che in quelle più introspettive e complesse come la già menzionata e lunga 'Lightning'. Brani come 'Vessel of Destruction' vanno persino a scomodare artisti quali Zappa e Vai ma non per il guitar work (che comunque è assai presente e ben proposto da George!!) ma in certe trovate e passaggi, nella struttura e nel modo di composizione articolato e 'fuori dagli schemi'. Inutile andare oltre: dovete ascoltare assolutamete questo gioiellino, dopo i primi ascolti vi abituerete al sound e non risucirete più a staccarvi dal vostro stereo.

Roby Comanducci


WAYWARD SONS
“The truth ain’t what it used to be”
(Frontiers)

Line up: Toby Jepson – vocals, guitars, Nic Wastell – bass, Phil Martini – drums, Sam Wood – guitars, Dave Kemp – keyboards.

Tracklist: Any other way, As black as sin, Joke’s on you, Little white lies, Feel good hit, Fade away, Have it on your own way, Long line of pretenders, (If only) God was real, The Truth ain’t what it used to be, Punchline, Us against the world

I Wayward Sons sono la creatura del singer ex Little Angel Tony Jepson, accompagnato in quest’avventura da una manciata di musicisti dal lungo elenco di militanze in svariati combo Hard ‘n heavy, con il dichiarato obbiettivo di creare una band perfetta per le esibizioni live e lunghi tour in giro per il mondo. Si riuscirà a raggiungere questo obbiettivo? Beh, direi, per capirlo è il caso, anziché di dilungarsi sull’elenco effettivamente nutritissimo di collaborazioni che i musicisti della band vantano, sulla musica effettivamente prodotta. Boogie rock è il primo termine che mi si è spontaneamente formato nella mente all’ascolto delle dodici tracce di “The truth ain’t what it used to be” (tra l’altro, titolo evocativo così come l’apparentemente comica copertina, andate ad approfondire…); specie nella prima metà del platter i ritmi sostenuti, le slide guitar e la tonalità aspra delle vocals la fanno da padroni. E lo fanno con ottimo mestiere. I pezzi sono originali, estremamente orecchiabili e radio-friendly, nonostante l’appellarsi a un genere di così lunga data appaiono freschi e non forzati, poiché i 5 ragazzi della band conoscono bene quello in cui si stanno cimentando e lo ripropongono in una veste decisamente interessante. Interessante anche l’integrazione delle linee di tastiere nel suono della band, che vanno da un’effettiva linea melodica aggiuntiva nella prima parte, come ad adombrare un’influenza 50’s nelle song, molto ben congegnata peraltro, a un accompagnamento melodico nei pezzi finali a stemperare l’aggressività e la grinta della prima metà con alcuni lenti molto azzeccati; si riconosce peraltro in diversi di questi pezzi finali un certo citazionismo nei riff, alcuni arrangiamenti sono ad esempio decisamente 70s (“Little white Lies”). La parte del leone a mio modo di vedere sono le ottime linee ritmiche unite agli arrangiamenti alla chitarra del duo Toby Jepson/Sam Wood. A tale struttura come già scritto si sovrappone in modo interessante quella delle tastiere, mentre le vocals non spiccano particolarmente ma si accordano molto bene col genere proposto. La produzione è direi buona ma ridotta all’essenziale, amalgamando le varie parti senza dare un risalto specifico ad alcuna delle linee; neppure cerca di produrre un suono esageratamente cristallino e pulito per non far perdere di immediatezza al sound della band, che come detto parte dal boogie rock per poi aggiungervi larghi sprazzi di hard rock 80’s con tocchi quasi glam 70’s qui e là. Non so cosa aggiungere se non un commento finale sull’intenzione inizialmente espressa di una band “live”: ad ascoltare il disco l’obbiettivo è certamente pienamente centrato. E anzi spiace di non poter confortare questa opinione con un’esibizione a breve a cui assistere. Finisco naturalmente consigliando a tutti questo disco, un ottimo lavoro.

Nikki

 

CRASHDIET
“Rust”
(Frontiers)

Line-up: Gabriel Keyes - lead vocals, Martin Sweet – guitar, Peter London – bass, Eric Young - drums

Tracklist: Rust, Into The Wild, Idiots, In The Maze, We Are The Legion, Crazy, Parasite, Waiting For Your Love, Reptile, Stop Weirding Me Out, Filth & Flowers

I Crashdiet, probabilmente, sono in assoluto uno dei migliori acts musicali del settore street/sleaze rock in circolazione. Onestamente credo abbiamo superato anche i seppur bravi HCSS poiché la band di Peter London e compagni è più “cattiva” e poco ripetitiva nonostante l'esigua discografia che vanta cinque album (compreso quest'ultimo) dal lontano 2005. Band che, tra l'altro, ottenne un dial con una major la Universal (nel 2005) cosa assai rara se non rarissima per un gruppo dedito ad un genere che aihmè, purtroppo è ancora molto di nicchia e dura fatica a riemergere. Ma se una band dovesse fare da araldo per riportare in auge il glamor e lo street rock potrei scommettere sui questi svedesoni. Tutti sappiamo la loro storia asbbastanta tragica e burrascosa nella posizione dei vocalist: il compianto suicida (e bravissimo) Dave Lepard poi sostituito da H. Olliver Twisted (singer dei Reckless Love), per continuare con l'avvicendamento di Simon Cruz ed infine l'esordio su questo “Rust” del nuovo (ma eltrettanto bravo) Gabriel Keyes. Va beh...veniamo al disco in questione. Non per niente l'abbiamo inserito come top album del mese in quanto l'energia che sprigiona unita alla freschezza compositiva non è seconda a nessuno. Si parte con la title track che è anche uno dei must dell'intero album. “Rust” pulsa energia con una sezione ritmica avvolgente che poi si apre in una chorus line ammiccante ma sempre impreziosità da un riff di chitarra tagliente ed aggressivo. Più 'aperta' e radio friendly è la successiva 'Into the Wild' come anche 'Idiots' che però strizza l'occhio verso un hard rock più sostenuto. 'In the Maze' è una song melodica quasi una semi ballad che si fa apprezzare per le giuste eufonie mentre 'We're the Legion' e 'Crazy' sono due ottimi esempi di street rock per arrivare alla potente 'Parasite' che per un certo senso strizza l'occhio ai gloriosi Skid Row. Si rallenta nuovamente per dare adito alla ballad 'Waiting for your Love' caratterizzata da ottimi arrangiamenti ed una buona interpretazione vocale del singer. I nostri ricaricano subito il fucile con un vero proiettile dal nome 'Reptile', un veloce e granitico up tempo che vi farà saltare sulla sedia. Si arriva quindi alla penultima 'Stop Weirding Me Out', uno sleazy rock originale con ottime chorus line e poi il tutto si conclude con 'Filth & Flowers' che inizia con circa venti secondi di gaudioso arpeggio di chitarra per poi partire con un coinvolgente hard'n'roll. Menaione particolare per il laroro di Martin Sweet che cesella riff originali e anche pregevoli solos. Un ottimo disco da avere, a prescindere dal tipo di musica che seguite maggiormente.

Roby Comanducci

 

 

BLOCK BUSTER
“Losing Gravity”
(Frontiers)

Line up: Arni Metsäpelto – vocals and guitars, Jaakko Metsäpelto – drums and chorus, Joonas Arrpe - bass and chorus, Elias Salo – lead guitars and chorus.

Tracklist: Out in the city, Gone by the morning, Flammable, Back in the shadows, Losing gravity, Sweet Mary Jane, Somebody to shock me, Walking like a dog, Move, Would you do it again, Bulletproof

Come diversi decenni fa, la scena nordica ed in particolare finlandese si dimostra vitale ed attiva ed è infatti da essa che ci giunge questo ottimo hard rock con cenni sleaze, da una band all’esordio discografico dopo qualche anno di gavetta (che, come ci segnala la bio, ha percorso numerose feste delle scuole dato che i membri della band stessa non avevano sino a poco tempo fa l’età per suonare legalmente nei club … ). Saltiamo come di consueto a piè pari i discorsi extra-musicali per raccontare invece cosa si trova in questo bel disco, molto citazionista come sonorità ma non per questo meno degno di nota. Il genere della band ha solidissime radici nell’hard anni ’80 e in particolare nella parte più melodica e easy listening di grandi nomi come Bon Jovi e Whitesnake; non si ferma però qui, aggiungendo da un lato accenni di ruvidezza sleaze e quasi glam a tratti (mi viene in mente “Sweet Mary Jane”), e dall’altro momenti di aggressività nel riffing che possono prendere dall’hard rock 70s (Zeppellin oppure Ac/Dc…). In generale quello che emerge all’ascolto è una tendenza ad usare basi ritmiche molto quadrate e possenti, per dare forza e groove al suono, da unire a buone melodie e liriche accattivanti, con momenti di maggiore aggressività (“Somebody to shook me”). Il lavoro di produzione si applica per rendere il suono equilibrato e dare il giusto spazio ad ogni parte; le vocals sono graffianti senza sostituirsi alla parte strumentale, il riffing di chitarra opportunamente compresso per risultare adatto al discorso musicale impostato; le linee di basso e batteria a loro volta vedono accentuate leggermente le tonalità più basse, permettendo così un maggior risalto alle parti vocali; l’insieme ottenuto è quindi accattivante e di buon impatto. Volendo giudicare le singole linee melodiche, nessuna si staglia davvero oltre le altre. La voce è aggressiva pur senza un’estensione eccessiva sorprendente, il riffing di chitarra è originale e accattivante, senza digressioni soliste eccessive, la sezione ritmica è precisa e al contempo grintosa: alla luce di ciò sembra che ciò che è stato davvero cercato e, per quanto mi riguarda, molto bene ottenuto, è un sound d’insieme compatto, potente, che desse coinvolgimento e partecipazione all’ascoltatore, senza stancarlo. E mi sento di dire che in questo obiettivo d’insieme la band eccelle, producendo un disco melodico ma non ruffiano, con i giusti spunti di durezza, con cori e melodie che incuriosiscono e coinvolgono. Quello che manca e sicuramente viene la sincera curiosità di capire, è la dimensione live della band, che dalla bio viene promessa come eccellente. Ci sono tutti gli elementi per ritenere fondata questa affermazione. Un ottimo disco di sano Hard Rock, melodico al punto giusto, ben suonato e anche graffiante dove serve, un gran bel lavoro quindi che vi consiglio decisamente.

Nikki

 

SAVOY BROWN
“City Night”
(Quarto Valley Records)

Line up: Kim Simmonds – guitars and vocals, Pat DeSalvo – bass, Garnet Grimm – drums.

Tracklist: Ain't Gonna Worry, City Night, Conjure Rhythm, Don't hnag me Out to Dry, Hang In Tough, Neighborhood Blues, Payback Time, Red Light Mama, Selfish World, Supertitious Woman, Walking on Hot stones, Wearing thin

Cinquanta anni di gloriosa cariera e quasi 40 albums, senza contare mille collaborazioni, live, tour e molto altro ancora. Mr. Simmonds – leader della blues band britannica Savoy Brown- ne ha ben donde per parlare ai posteri, per divulgare un credo che nasce dal più profondo rock blues, fonde il rythm and blues con iniezioni hard rock e ci delizia con una slide guitar da antologia. Per alcuni -forse- il nome sembrerà “nuovo” o poco conosciuto ma vi garantiamo che qui siamo ai livelli dell'albino Winter, di Leslie West, Randy California e artisti di quel calibro. Il primo album è datato 1967...roba da far venire la pelle d'oca anche a chi, come il sottoscritto, non è più di “primo pelo” hehe....e quindi è assai difficile dare un giudizio globale: nella sua storia musicale ha scritto talmente tante canzoni che per raffrontarle ci vorrebbe un capitolo di un libro. Vediamo allora di capire il “tiro” di questo nuovissimo e ultimo full lenght album, “City Night”. Classe, qualità, capacità tecniche e soprattutto feeling e pathos non si discutono e anzi, nonostante cinque decadi, il nostro sembra non aver voglia di “pensionare” la sua sei corde e ci da dentro con esuberanti solos, slide guitar a profusione, suoni talvolta saturi ma anche cristallini e taglienti. C'è di tutto in queste dodici songs, un vero must per tutti coloro che vivono di pane e chitarra ma anche per chi ama la bella musica, il sacrosanto hard'n'blues doc. Basta ascoltare l'aggressiva e ammaliante opener 'Ain't Gonna Worry' per capire le atmosfere che scaturiranno da questo disco. Un sound corposo lo ritroviamo anche su ' Hang In Tough' senza dimenticarsi del tenace mood presente su 'Red Light Mama' ed il cadenzato hard blues di 'Walking on Hot Stones'. Un album onesto, sincero e diretto per puristi ma anche per chi vuole avvicinarsi a questo magico mondo del blues rock passando dalla porta principale. Ottimo.

Roby Comanducci


THE DEFIANTS
"Zokusho"
(Frontiers)

Line up: Bruno Ravel – bass, Paul Laine - vocals and guitar, Rob Marcello – guitar, Steve West – drums.

Tracklist: Love is the killer, Standing on the edge, Hollywood in the headlights, Fallin’ for you, Hold on tonite, Allnighter, U X’d my heart, It goes fast, Stay, Alive, Drink up

I The Defiants sono un gruppo nato dall’iniziativa di tre ex membri dei Danger Danger (Bruno Ravel, Rob Marcello e il vocalist Paul Laine) a cui si è in questo lavoro aggiunto il drummer Steve West; credo che questo breve cenno alla loro biografia sia tutto quanto è necessario dire per presentare questa band giunta con questo al suo secondo lavoro. Parlo invece assolutamente volentieri della musica espressa in questo che è uno dei migliori dischi che mi siano capitati in questi ultimi mesi per le mani. Il platter parte fortissimo con la grinta di “Love is a killer”, ottima cavalcata power/hard adatta a mostrare l’ottimo stato di forma dei quattro musicisti, e prosegue con un hard rock melodico che certo richiama nettamente la band madre ma con ottimi spunti originali. Sullo stesso stile la successiva “Standing on the edge”, mentre nella terza e interessante “Hollywood in headlights” abbiamo contemporaneamente un maggior accento sleazy / glam così come una cura per il riffeggio melodico molto gradevole. Segue un’alternanza tra il riffing aggressivo di “Fallin’ for you”, i cori molto carichi di “Allnighter” e le due power ballad "Hold on tonite” e “U X’D My Heart”. L’alternanza tra diversi accenti negli elementi che costituiscono il nucleo delle caratteristiche della band (riffing graffiante, melodie accattivanti e cori catchy) prosegue per il resto del disco fino allo pseudo inno finale “Drink up!”. Quindi si può concludere questa carrellata sui pezzi dicendo che la varietà è presente nel disco e ben sfruttata, in una sequenza ben bilanciata che non stanca. Per quanto riguarda l’esecuzione e la produzione, la linea vocale è estremamente pulita e brilla di luce propria anche grazie all’ottima esecuzione di Paul; la sua estensione è molto ben sfruttata in tutti i pezzi per dare carattere alle canzoni. Non può mancare estro chitarristico e virtuosismi e se ne trovano in diversi notevoli episodi, il migliore forse proprio nella opener “Love is a killer”. La produzione è perfettamente connaturata allo stile della band, pulita ma non asettica e che rievoca bene lo stile tardo anni ’80 che viene proposto. Come considerazione finale, si può dire che forse apparentemente i cenni al glorioso passato sono troppi, ma mi consento di dire che è perfettamente accettabile data la qualità media delle song, che non stancano, sono varie e non richiamano in modo troppo forzato ai gloriosi anni ’80. E’ un disco valido e che sicuramente sarà validamente rappresentato in fase live, in tutte le tipologie di canzoni descritte. Un ottimo acquisto! Buon ascolto

Nikki

 

 

ALLY VENABLE BAND
“Texas Honey”
(Ruf Records)


Line up: Ally Venable – lead guitar, vocals, Bobby Wallace – bass, Elijah Owings – drums, Lewis Stephens – keyboards. Special guest: producer and guitar (in some tracks) Mike Zito.

Tracklist: Nowhere to Hide, Broken, Texas Honey, Blind to Bad Love, Come and Take It (feat. Eric Gales), Love Struck Baby, One Sided Misunderstanding, White Flag, Long Way Home, Running After You, Careless Love

La giovanissima diciannovenne Ally Venable Texana doc e autentico prodigio (considerata l'età e la qualità dei prodotti musicali finora partoriti) ritorna con questo freschissimo “Texas Honey” accompagnata sempre dai due eccellenti compagni d'avventura ovvero Bobby al basso e Elijah alla batteria. Un album decisamente carico di energia postivia adrenalina e grinta da vendere che segue il precedente e fortunato “Puppet Show” (2018) ma non vive di riflesso anzi, risplende di luce propria. La brava Ally iniziò da bambina a suonare la sei corde (all'età di dodici anni, nda) e da allora non ha fatto altro che prefezionarsi e acquisire un suo particolare timbro/stile sonoro (da notare che ha vinto due volte l’East Texas Music Award come 'Female guitarist of the Year'...nda). Inoltre canta e, anche se non dotata di una voce particolarmente ammaliante (ma consideriamo la giovine età....col tempo sicuramente le corde vocali potrebbero acquisire una tonalità più calda) ci sa fare e da un'ottima intepretazione a tutte le song presenti. In quest'album ci suona (la chitarra) in alcune song anche il producer Mike Zito che tanto ha fatto per rendere questo “Tezas..” un eccellente lavoro in studio. Le song sono tutte di buona caratura tecnico compositiva e comunque siamo al cospetto di un true hard blues album. Lodevole il groove della chitarra satura di 'White Flag', ma anche l'intrigante e ruffiana opener 'Nowhere to Hide' o il corposo rock blues 'Come and take It' in coppia con Eric Gales alla voce e alla chitarra. La nostra female guitar player si fa apprezzare anche nei momenti più lenti, su tutti ascoltate la bella 'Blind to Bad Love'. Disco consigliatissimo a tutti, fatelo vostro....non ve ne pentirete.

Roby Comanducci


ROXY BLUE
“Roxy Blue”
(Frontiers)

Line up: Todd Poole – vocals, Scott Trammel – drums, Josh Weil – bass, Jeff Caughron – guitars

Tracks: Silver Lining, Rockstar Junkie, Scream, Collide, Outta the blue, Blinders, Til the well runs dry, Human race, How does it feel, What it’s like, Overdrive

Una grandissima sorpresa questo platter dei Roxy Blue, che in questa torrida estate non possono che proporci il loro (giustamente) torrido street/hard rock con forti influssi blues e sleazy, suonato in maniera eccellente ed interpretato col cuore. Un disco che sorprende per la classicità ed al tempo stesso la paradossale originalità delle tracce proposte, una serie di piccole perle sleazy completamente fuori dal tempo e proprio per questo ossigeno puro nella proposta musicale odierna. La band ha nel sangue decisamente questo genere essendo nata sul finire degli 80s, ed essendo riuscita da Memphis a volare fino ad LA per firmare un contratto per la leggendaria (tanto più nel 1991…) Geffen Records, naturalmente facendosi le ossa suonando live nella zona e aprendo appena possibile per i grandi nomi di passaggio, attività che attirò effettivamente le attenzioni di Jani Lane dei Warrant e in seguito portò al contratto di qui sopra e all’esordio del 1992, “Want some”. Il disco di cui si parla qui è il seguito di tale lavoro, e viene ora che la band ha l’occasione per tornare a calcare le scene, con la formazione originale ad eccezione dell’axe-man Sid Fletcher. E’ tuttavia da notare che questi lunghi anni di silenzio non sono passati senza lasciar traccia, il sound che arriva non è infatti “solo” classico Hard 80s ma incorpora alcune sonorità più recenti, alcuni suoni metal e alcune divagazioni melodiche che ricordano alcune band di metà 90s. Questo si unisce al sound classico della band, basato su una fortissima basa ritmica di chitarra opportunamente compressa per creare un suono caldo e totalmente avvolgente, tanto che a volta lascia quasi fin troppo poco spazio per l’espressività solista. Le parti vocali sono molto aspre e forse non amplissime come tonalità, ma sicuramente sono emozionali e coinvolgenti sia nei pezzi più aggressivi che nelle diverse ballad (ad esempio l’ottima “Blinders”). La sezione ritmica svolge il suo compito in modo eccellente, senza strafare, imponendo un ritmo forte e quadrato con un buon tiro adatta alle tracce vocali e di chitarra. La produzione non è forse precisissima ed effettivamente cerca di ricreare un minimo il sound degli esordi, risultando nel sacrificare, a volte, l’espressività con questa compressione forte. Non è tuttavia un peccato grave soprattutto perché risulta estremamente funzionale nell’esprimere la carica dei quattro rocker del Tennesse. Per concludere, un gran bel disco caratterizzato dall’essere catchy, ruffiano, ma senza eccessi, e che pur con i vari mezzi difetti che ho elencato, dà un risultato complessivo estremamente piacevole e mai stancante, che colpisce, coinvolge e decisamente prende molto. Penso di poterlo certamente proporre tra i migliori dell’annata, e consiglio a tutti i lettori di provarlo per verificare: ritengo che molto difficilmente rimarrete delusi. Buon ascolto!

Nikki

 

TYLER BRYANT AND THE SHAKEDOWN
“Truth and Lies”
(Spinefarm)

Line up: Tyler Bryant – guitar, vocals, Caleb Crosby – drums, Noah Denney – bass guitar, backing vocals, Graham Whitford – guitar

Tracklist: Shock & awe,On to the next, Ride, Shape I'am in , Ewye to eye, Panic button, Judgement day, Dive me mad, Without you, Trouble, out there, Cry wolf, Couldn't see the fire

Condiderato nel settore un autentico 'piccolo prodigio' il bravo Tyler inizia la sua carriera musicale dopo il trasferimento da Noney Grove-Texas a Nashville alla giovine età di 17 anni! Da lì comincia intense collaborazioni e ben presto mette su una sua band con eccelsi musicisti tra cui – da Boston- Graham Whitford ( fratello del più famoso Brad degli Aerosmith, nda) e, ad ora, ha sfornato tre full lenght album (il primo datato 2103 “Wild Child”, nda) e due Ep. Il sound di questo chitarrista ha dalla sua una fortissima originalità poiché pur essendo di matrice prettamente blues e hard blues miscela suoni heavy rock e un certo seattle sound (si avete capito bene...ma però non cadiamo del ritrito e banale grunge, attenzione!!!!) con anche un suono di chitarra assai corposo e saturo. Inoltre la sua intensa attività live che spazia dai circuiti prettamente blues ad opener di artisti del calibro di AC/DC, Jeff Beck, Aerosmith, B.B King, Eric Clapton, ZZ Top la dice lunga sul background che possa aver maturato questo chitarrista. Il bello di questo “Truth and Lies” è la varietà di suoni; si va dal seattle sound di 'Eye to Eye' alla soave ed acustica ballata 'Out There' che poteva uscire tranquillamente dal songwriting del grande Eddie Vedder ma non si dimentica il true hard blues, su tutti la grintosa 'Drive me mad' autentica perla del disco per chi ama l'energia e il guitar sound! Molto apprezzabile anche il suono 'acido' e saturo alternato da momenti di calma presente su 'Without you', e se volete un blues che trasudi l'anima di Nashville strizzando però l'occhio ad un certo “modernismo” beh....ascoltatevi 'Trouble' oppure la bella 'Ride' (quest'ultima però molto più 'classica'). Particolari i tempi usati dalla sezione ritmica sui quali si struttura 'Panic button' e la voce filtrata nell'acid blues rock 'On to the Next'. Un album che farà felici tutti, amanti di vecchia data e sicuramente giovani che vogliono far propria questa grande musicalità.

Roby Comanducci

 

SPREAD EAGLE
“Subway to the stars”
(Frontiers)

Line up: Ray West – vocals, Rob De Luca – bass, vocals, Ziv Shalev - guitars, Rik De Luca – drums & percussions.

Tracklist: Subway to the stars, 29th of february, Sound of speed, Dead air, Grand Scam, More wolf than lamb, Cut through, Little Serpentina, Antisocial butterfly, Gutter Rhymes for Valentines, Solitaire

Un nuovo disco targato Frontiers ed eccoci ad un nuovo viaggio nel tempo, fino a inizio anni ’90 stavolta. La band in questione si caratterizza per un sound (auto) definito “East coast street metal”, definizione a mio parere un po’ limitativa… allo street e al class del periodo si intrecciano, mano a mano che i pezzi si succedono, influenze varie, classic metal, hard, nei tratti più involuti addirittura prog. Ma ricominciamo dall’inizio. La prima incarnazione della band è attiva dal ’90 al ’94, la seconda dal 2006 a oggi (una reunion più lunga della “union” e in realtà non sono proprio gli unici). Membri sempre presenti il singer Ray West e il bassista Rob De Luca a cui si sono aggiunti nell’incarnazione più recente della band il guitar man Ziv Shalev e il drummer Rik De Luca. Il sound proposto nelle prime song è uno street rock molto pulito e che va a cercare atmosfera nelle armonizzazioni di chitarra, la produzione evidenzia i singoli suoni e l’effetto è molto forte d’impatto. Al tempo stesso si sfruttano parzialmente alcune linee di tastiera per aggiungere profondità e atmosfera ai pezzi. La parte vocale è espressiva ma non sovrasta le altre parti e non si caratterizza per la potenza espressa ma per l’armonia con le altre parti. L’estensione vocale di mr. West è eccellente e non manca di stupire per la verve con cui interpreta le proprie parti. Il disco come detto attraversa in realtà vari stili; un buon esempio è la track #3, “Speed of sound”, che ha marcati influssi metal, quasi speed, mentre con la successiva “Dead air” torniamo a un pezzo più riflessivo e d’atmosfera, quasi prog nella costruzione di riffeggi e cambi di tempo (questi ultimi peraltro caratterizzano tutto il disco). Un altro pezzo molto interessante e che risalta rispetto agli altri brani del disco è l’elaborato intreccio di riffeggi di “Cut through”, potente pezzo caratterizzato da un ritmo molto serrato su cui vengono eseguite con ottima perizia le elaborazioni alla chitarra di Ziv. La parte finale del disco a partire da “Antisocial Butterfly” tende più al melodico e alle song d’atmosfera, se non vere e proprie ballad; ed è forse in queste tracce finali che la parte vocale è più sfruttata, così che mentre nelle prima canzoni è un completamento delle armonie perfettamente trattate dalla parte strumentale, nella parte finale risulta invece va a esprimersi in modo più emozionale. In definitiva, come forse intuirete dalla descrizione, un ottimo lavoro molto vario, al tempo stesso ragionato e introspettivo, che esplora musicalmente diverse ispirazioni e permette a ciascuna delle componenti della band di contribuire per un ottimo lavoro di sano hard rock/metal, mai banale e ripetitivo ma molto coinvolgente nelle sue varie sfumature. Molto consigliato.

Nikki

DIANA REIN
“Queen of My Castle”
(Gulf Coast Records)

Line up: Diana Rein: Writer/Co-producer/Vocals/Lead Guitar/Rhythm Guitar, Michael Leasure: Producer/Arranger/Writer/Drums, Dave Osti: Bass, Drake Munkihaid Shining: Keyboards, Background Vocals: Diana Rein, Steve Polacek, Vaughn Polacek, Lincoln Clapp, Melissa Bonning, Julia Clapp, Mackenzie Clapp

Tracklist: Yes I Sing the Blues, The Midnight Line, Queen of My Castle, I Can't Quit You, One Foot In, Walking Along, Pure Soul, It's You, My Love, Get Down, Chill of the Night, Worth, Time's Ticking Away, Heat, Zoe

Bella e brava la qui presente blues woman al secolo Diana Rein, di origine rumena ma quasi subito (all'età di tre anni) stabilitasi a Chicago e cresciuta in America. Non ho moltissime info a suo riguardo ma credo bastino per scrivere questa recensione, alla fine è la musica che va giudicata e non l'intera storia e viscissitudini del soggetto. Ad ogni modo questo è il terzo album e, a mio parere, è un gran bel disco. Siamo di fronte ad un eccellente mix tra slow blues, rock blues, qualche accenno pop da vasto airplay e un pizzico di 'hard' in alcuni momenti. La nostra canta (e anche bene) suona chitarra ritmica e solista, è autrice e produttrice di tutto il disco e in queste quindi tracce si sente per bene cosa è capace di fare con la sua sei corde. I miti di Diana sono sempre stati Steve Ray Vaughan e su tutti Buddy Gay, e dobbiamo ammettere che i due 'mostri sacri' appena menzionati hanno fatto un bell'effetto nel songwriting e nella struttura musicale di “Queen of My Castle”. Precisiamo subito per gli amanti della chitarra che la Rein non è un axe-hero dello strumento ma riesce a rendere tutte le song ammalianti e con quel tocco di originalità e pathos che il blues richiede ai suoi migliori esponenti. Però non disperate perchè anche i più esigenti troveranno pane per i loro denti in song come 'Heat', uno “sporco” hard-blues con una chitarra satura che spara riff potenti e una sezione solista assolutamente degna di nota! Poi rimango estasiato dall'intenso feeling della bossa nova 'My Love' con annesso un'altro esempio di ottimo guitar work. Si rockeggia (ma sempre a ritmo blues) nella bella 'It's You' brano sicuramente ad effetto che, senza dubbio, potrebbe risultare un buon hit. Un altro esempio di bravura tecnica della mora di Chicago? La conclusiva strumentale 'Zoe', uno slow blues che ci regala intense emozioni e fa volare la mente dell'ascoltatore in lidi dove la pace e l'amore regnano sovrani. Concludo menzionando l'allegra e commerciale title track che unisce al meglio stilemi cari alle radici blues con la “leggerezza” commerciale tipica di artisti più giovani e serve quindi a catturare l'attenzione delle masse o magari cinquistare nuovi “adepti”. Ottimo lavoro Diana. Continua così! Per info https://dianarein.com


Roby Comanducci

BILLY SHERWOOD
“Citizen: in the next life”
(Frontiers)

Line up: Billy Sherwood – vocals, guitar and drums

Tracklist: The partisan, Sophia, Monet, Skywriter, We shall ride again, Via Hawking, By design, Sailing the seas, Mata hari, Hold Quite

Un lavoro decisamente particolare questo, molto particolare, oserei dire barocco nella migliore accezione del termine, un’opera che vi stupirà con il suo prog rock assolutamente non datato e anzi arricchito dalle molte idee dell’autore, attuale singer degli Yes e qui in veste di polistrumentista a comporre e suonare tutto quello che c’è su questo platter. Riguardo a quello che troverete nelle tracce, si può parlare di un’originale digressione tra diverse ispirazioni 70’s, la maggiore delle quali sono naturalmente gli Yes stessi con i quali (e con i di cui componenti) Billy ha collaborato lungamente prima di diventare membro a tempo pieno della band; e tutte queste ispirazioni sono ampiamente rielaborate e mai ridotte a nostalgico tributo. A partire dalla produzione, precisa e pulita, estremamente moderna e piena, che non cerca mai di indulgere nel tentativo di riproporre sonorità vicine a quelle di un tempo, si capisce che questo è una lavoro volto al futuro e che cerca di introdurre nuove idee nell’interpretazione del genere. Per fare ciò Billy si appoggia a un concept su un ipotetico viaggio nel tempo e nello spazio, che in realtà è la seconda parte del progetto già espresso nel precedente album da lui realizzato come solista ormai quattro anni fa. Il tono generale è di grande atmosfera e rievocazione di atmosfere stranianti (classico esempio, la traccia #3, Monet), e in effetti la maggior parte delle song fanno amplissimo utilizzo dell’effettistica e delle tastiere a tal fine. Si segnalano alcune interessanti interpretazioni alla voce di Billy, come nel pezzo #7, “By Design”, mentre la successiva “Sailing the seas” è la più settantiana come concezione, con ampi riferimenti stilistici alle strutture complesse ed elaborate di band come i Rush (rielaborate peraltro, come molti avranno in mentre, anche da numerosi epigoni nel prog metal che si è imposto tra gli inizi e la metà degli anni ’90). In tutto il disco probabilmente la parte più in luce, e può sembrare quasi un paradosso, è l’interpretazione alla voce di Billy, che sa sempre ritagliarsi una parte anche nella complessità delle composizioni. La parte finale del disco prosegue con il tributo 70s dell’autore, ma non è nulla di forzato, appare anzi una naturale evoluzione del percorso studiato mediante le tracce nel viaggio descritto. E’ poi vero che determinati spunti solisti, non eccessivi in tutto il disco, trovano piena espressione nella parte conclusiva, come ad esempio nei fraseggi alla chitarra di “Mata Hari”, come una sorta di sfociare obbligato della narrazione contenuta nelle tracce precedenti. Si può concludere affermando senza paura che questo disco è complesso e completo come un lavoro di questo genere deve essere. Elaborato e realizzato con la tecnica dovuta per eseguire con costrutto questo stile, si tratta di un lavoro che si scopre un po’ per volta, e devo dire, sorprende alla distanza per la capacità di far emergere lati inaspettati e sfumature non previste. Io stesso me ne sono reso conto nel lavoro approfondito di ascolto per la recensione, in particolare di come dopo aver considerata completata la fase di raccolta di impressioni, ne trovassi di nuove ripetendo comunque l’ascolto. Insomma, per gli amanti del genere sarà chiaro, un lavoro complesso e coinvolgente, consigliato ad appassionati e non, e per chiunque abbia ancora voglia di sano prog rock.

Nikki

 

KENNY WAYNE SHEPHERD BAND
“The Traveler”
(Mascot Label Group)

Line up: Kenny Wayne Sheperd – guitars, Noah Hunt - vocals, Chris Layton - drums, Kevin McCormick - bass, Jimmy McGorman and Joe Krown – keys

Tracklist: Woman Like You, Long Time Running, I Want You, Tailwind, Gravity, We All Alright, Take It On Home, Mr. Soul, Better With Time, Turn To Stone

Ecco qui un altro bel dischetto di matrice blues e questa volta tocca al biondo chitarrista, compositore e cantante statunitense Kenny Wayne Sheperd che ci regala questo ottimo full lengh album “Traveler” in compagnia della sua band formata da eccelsi strumentisti. Il nostro è dal lontano 1995 che sforna dischi (tutto iniziò con “Ledbetter Heights” nel '95, nda) è con questo album siamo a quota dieci. Inutile dire che siamo di fronte ad un artista completo e molto conosciuto in patria ma che da noi, forse, sarà sconosciuto ai più o probabilmente a chi non segue fedelmente il mondo hard blues et similia. E' questa dunque l'occasione (ottima) per conoscere questo artista e regalarsi un'oretta di musica d.o.c, suonata con maestria ed eleganza. Il buon Kenny miscela un blues rock con riff hard e quindi potenti hard blues song strizzando l'occhio -fortemente- a linee sonore care al southern rock e, in certi frangenti, anche ad un rock più 'commerciale' ma assolutamente valido e mai banale, a valorizzare quanto appena detto ascoltatevi la bella 'Gravity' o il rock mainstream di 'Tailwind'. Viceversa un corposo sound southern spicca nell'opener 'Woman Like You' che ricorda molto i maestri Lynyrd Skynyrd come la seguente 'Long Time Running' anch'essa dedita ad un energico hard 'sudista'. Da annoverare tra i pezzi migliori invece è la bellissima 'I Want You', un vero blues rock che mostra tutte le capacità tecniche ma soprattutto il grande feeling che questo chitarrista quarantenne riesce a regalare ai suoi fans. Kenny è anche un buon vocalist e lo sentiamo su 'We all Alright' ottima rock song sempre venata da fortissime tinte blues, nel lento southern rock radio friendly 'Take it On Home' e 'Better With Time'. Notevoli anche le due covers 'Mr. Soul' ( Buffalo Springfield) e la conclusiva 'Turn To Stone' (Joe Walsh). In definitiva un ottimo album dedito al blues e al rock di classe che sicuramente verrà apprezzato da moltissimi fruitori di buona musica!

Roby Comanducci


GWYN ASHTON
'Sonic Blues Preachers'
(Fabtone Records)

Line up: Gwyn Ashton – guitar, vocals, John Freeman - drums

Tracklist: She’s What I Like, Candy Store, Fool In Your Life, Soul For Sale, The Old Fool, Take Yourself Away, If I Don’t Feel It, She’s Lost Her Power, Waiting Game

Il quasi sessantenne bluesman australiano (ma nato in UK) Gwyn Ashton esce con questo energico e magico nono album (il primo “Feel the Heat” risale al 1993, nda) in studio ed è subito un vero colpo al cuore in quanto a pathos e adrenalina per tutti coloro che amano la 'musica dell'anima', il blues. Accompagnato dall'ottimo drummer Freeman il nostro axe man si diletta in nove tracce pregne di eufonie e incalzanti riff blues e hard blues che ammaliano sempre più l'ascoltatore inducendolo quasi ad una dipendenza diretta. La bellezza del sound di Ashton sta nel miscelare slow blues, hard blues, har rock, psichedelia, passaggi acustici ed elettrici in sapienti dosi e sempre calibrati con la doverosa classe. Il disco parte subito in 'pompa magna' con l'elettrica e aggressiva 'She's What I like' che ci mette subito tutti d'accordo sul “piglio” di questo full lenght album: energia miscelata a classe e originalità. Da notare il lodevole solo del nostro in questa song. “Candy Store” è un blues più cadenzato e tranquillo (ma non un lento...anzi, nda) che ammalia per il ritornello e le chorus line che accompagnano un guitar work d'eccezione. 'Fool in your Life' torna su territori hard blues più classici che ripescano anche i mitici anni settanta e molte hard rock band del periodo in questione. E' la volta della bellissima acustica 'Soul for sale' un lento che mette in evidenza tutta la classe ed il talento dell'australiano ma e con la successiva 'The Old Fool' che si sfiora il piccolo 'capolavoro' : una song semi acustica nella quale rieccheggiano echi del grande Delta blues e Ashton si rende partecipe anche qui di una prova eccelsa con la sei corde che prende vita e ragala pathos ed emozioni fortissime. Più hard oriented è la successiva 'Take Yourself Away' anch'essa bella e mai banale mentre il blues più sanguigno ritorna di prepotenza con la corposa ' If I Don’t Feel It'. La penultima 'She’s Lost Her Power' ci ricorda il Gary Moore di 'Still Got The Blues' e per concludere il buon Gwyn ci regala una perla di slow blues, 'Waiting Game', che farà cadere una lacrima di gioia agli amanti di questa fantastica musica. Un disco da non perdere assolutamente. Se non lo trovate ordinatelo o esortate il vostro negozio di dischi di fiducia di procurarvelo. Un vero piccolo gioiello!!!!

Roby Comanducci

 

STRANA OFFICINA
“Law of the Jungle”
(Jolly Roger Records)

Line up: Daniele “Bud” Ancillotti – vocals, Enzo Mascolo – bass, Dario Cappanera – guitgars, Rolando Cappanera – drums

Tracklist: Crazy about you, Difendi la fede, Endless Highway, Guerra triste, Il buio dentro, Law of the jungle, Love kills, Snowbound, The devil and Mr. Johnson, The Wolf within

Devo dire che questo disco è davvero una sorpresa graditissima ed uno dei momenti in cui non posso che ringraziare di poter scrivere qualcosa di musicale ogni tanto … per la possibilità appunto di poter mettere le mani in anticipo su grandissimi dischi come questo. Gli Strana Officina sono ben più di una colonna portante del metal italiano, un combo storico al tempo stesso dotato di classe cristallina e di uno spirito indomito, e portatori della magia di essere una band il cui spirito, lo dico con ottime ragioni, è sopravvissuto alla loro vicenda tragica e la cui nuova incarnazione porta avanti con il massimo della passione l’opera iniziata dai fratelli Cappanera negli anni ’70. Direi di andare direttamente alla musica senza dilungarsi, non sarebbe opportuno, con la storia della band, che potete approfondire da voi nel caso fosse necessario. Il genere proposto è un metal estremamente classico con vigorosi influssi di hard rock settantiano, Deep Purple e Rainbow su tutti, caratterizzato da liriche alternativamente in italiano e in inglese (come del resto costantemente avvenuto nella storia della band). Il sound cercato in studio con la produzione è assolutamente un tributo a quelle atmosfere NWOBHM dei primissimi 80’s, con una certa cupezza nelle sonorità basse unità a linee ritmiche molto pulite e a un suono di chitarra più ruvido. Le linee vocali si adattano perfettamente ai suoni cercando di riprendere un certo stile tipico del periodo, e che mi viene da definire “teutonico” per indicare a quali stili di vocals mi riferisco. Le song si susseguono sferzanti e l’attenzione è decisamente posta sui pezzi aggressivi e potenti, tra di essi non può che spiccare la title “Law of the Jungle”, un’ottima cavalcata di puro power anni ’80 con ritmica serrata e riffing molto aggressivo. Naturalmente, il tutto è cadenzato da momenti più riflessivi come la stessa successiva “Love kills”, naturalmente una power ballad giocata sulle armonizzazioni di chitarre e su delle linee di voce più profonde e vibrate, oppure “Endless highway”, altra power ballad carica di malinconia. La linea generale del disco, inutile negarlo a questo punto, è chiaramente riassumibile in una parola: ottantiana. Innanzitutto come produzione, che sembra quasi sporcata ad arte in certi punti, ed è un fatto che si possa pensare ad un atto decisamente voluto per restare nella scia dei precedenti dischi. E’ questa una critica? No, i puristi del suono sappiano questo, semplicemente. Per il resto il disco non si può che definire come eccellente a livello compositivo, mai banale, carico di rabbia così come di coinvolgimento emotivo. Un lavoro non relegabile a prosecuzione “in sordina” di una carriera ultra-decennale, ma un’opera originale e di ottima caratura. Ispirato, classico ma efficace senza “auto” tributi, un grande disco di metal italiano al massimo del suo valore. Un lavoro corale di ottimo spessore, consigliatissimo a tutti i fan vecchi e nuovi della band.

Nikki

ZSOLT SZIJARTO
‘Stoppos a Galaxisban’
(Nail Records)

Line up: Zsolt Szijártó – guitars, Gyula Havancsák – bass, Gergő Borlai – drums, Beke Márk – keyboards. Other guest: Drummers - Mátyás Geröly (Ganxsta Zolee), Ratkai "Radish" Miklós (Alcohol, ex-Akela), Gábor Talabér (ex-After Rain), Viktor Viktor (ex-After Rain). Bass players - Cserfalvi ” Töfi ” Zoltán (Iron Maidnem), Boros Béla (Palmetta), Petrás János (Kárpátia), Juhász Péter (Deals), Kőrös Tamás (Wellhello), Vincze Róbert (ex-After Rain). Guitar players - Bäck Zoltán (Kárpátia) Kovács ”Pókember” Attila (ex-Akela), Pálfi Tamás (Végvár)

Tracklist: Ne ess pánikba!, Űrhajótörött, Földfogyatkozás, Ha felhő jön, Zsolti megy!, Már elégtünk volna, Léghajóval a Napba, Szabadesés a nyárba, Stoppos a galaxisban, 4 G 6-ás, Sörútrendszer

Eccellente esordio solista di questo axe hero ungherese della sei corde che risponde al nome (impronunciabile....!!) di Zsolt Szijártó. Chitarrista con diverse collaborazioni all'attivo tra cui -le più importanti- Tim ‘Ripper’ Owens, Kárpátia, Omen, con questo full lenght album di dieci song strumentali ha voluto regalare ai fans del guitar sound un dischetto indiscutibilmente valido e variegato per contenuti e tecnica compositiva-esecutiva. Le song sono tutte piacevoli e scorrono via senza risultare ridondanti o pacchiane (cosa che succede spesso a molti esimii colleghi quando si cimentano in solo-albums...nda) e la struttura di tutte le tracce presenti deve molto alla canzone fine a se stessa piuttosto che a un mero esibizionismo di sterile tecnica chitarristica. Infatti c'è una forte struttura dove il nostro predilige mettere lo strumento al servizio del risultato d'insieme invece di partire come un fulmine disintegrandoci le orecchie con infinità di solos. In ogni modo la tecnica c'è, ed anche tanta, e il nostro possiamo dire che ha studiato bene la scuola del Maestro Satriani che fa capolino soprattutto in song quali 'Űrhajótörött' e 'Ha felhő jön, Zsolti megy!' che avrebbero potuto far parte del glorioso 'Surfing with the Alien' ma anche del bellissimo 'Fliyng in a blue dream'. Un esempio non da poco vista la portata storico/qualitativa dei due albums appena citati. Se invece avete animi turbolenti e bisognosi di adrenalina spiccia e veloce eccovi serviti con la graffiante ' Szabadesés a nyárba' ma nache la grintosa ' 4 G 6-ás' che nel riff principale riprende 'Keine Lust' dei Rammstein, ma solo nel riff portante poi la song non c'entra nulla con la band di Lindemann. Ammaliante e superlativa la title track dall'incedere 'sognante' ed eufonico, ricca di armonie e passaggi raffinati che poi vengono impreziositi verso la fine della traccia da un cambio improvviso in totale controtempo del drumming. Eccelsa. In definitiva un album che non stanca mai e, pur essendo tutto strumentale, ammalia l'ascoltatore poiché ad ogni traccia regala dosi di tecnica abbinate a momenti di grande pathos. Fatelo subito vostro!

Roby Comanducci


TIMO TOLKKI'S AVALON
“Return to Eden”
(Frontiers)

Line up: Todd Michael Hall – vocals song #2, #3, #5, Anneke Von Giesbergen – vocals on song #4, #8, Mariangela Demurtas – vocals on #3, #9, #12, Zachary Stevens - vocals on #3, #6, #11, Eduard Hovinga – vocals on #7, #10, Timo Tolkki – lead guitar, Andrea Buratto – bass, Antonio Agate – piano and keyboards, Giulio Capone – drums, piano, keyboards, Aldo Lonobile – guitars.

Tracklist: Enlighten, Promises, Return to Eden, Hear my Call, Now and forever, Miles away, Limits, We are the ones, Godsend, Give me hope, Wasted dreams, Guiding star

Inutile dilungarsi con ricordi che vanno parecchio indietro nel tempo, Timo Tolkki è meritatissimamente un punto saldo della scena metal degli ultimi anni e, se servisse dirlo, i dischi di cui è stato autore da metà anni ’90 al decennio successivo sono a tutti gli effetti pietre miliari del power e del metal più in generale. Figura comunque tormentata, nonostante abbia finito per essere soggetto a critiche per le vicissitudini della sua band principale, gli Stratovarious, resta un musicista di primissimo piano e il suo ritorno in studio non può che essere accolto con piacere dagli appassionati. Qui nello specifico si parla in realtà della continuazione del suo più recente progetto, giunto al terzo lavoro, ove tenta alcune interessanti sperimentazioni sul genere che lo ha reso celebre, e infatti la cui cifra fondamentale pare la varietà degli stili coperti, anche e soprattutto grazie ai numerosi guest nella lista degli esecutori del disco al microfono. Quindi per cominciare, diciamo che questo album prende anche a piene mani dal classico repertorio power/symphonic (perché no) metal cui Timo ha lungamente contribuito; forse il pezzo che maggiormente contribuisce a questa convinzione è proprio l’opener (post intro) “Promises”, un'eccellente cavalcata power, spinta da una potentissima linea vocale e con una linea al tempo stesso aggressiva ed epica, e uno straordinario sviluppo in fase solistica, un pezzo che non avrebbe sfigurato su un paio di dischi che ricordo di una ventina di anni fa. La prima variazione forte sul tema arriva invece con “Hear my call”, una ballad molto fortemente basata sulle linee melodiche di tastiera e sulla voce femminile senza rinunciare a una solida ritmica heavy. Un altro interessante brano basato su voce femminile è “We are the ones”, canzone dalla ritmica più aggressiva rispetto alla prima menzionata e incentrato sullo stile ondivago ed evocativo (e difficile da rendere a parole) delle liriche. In entrambe le song la voce è di Anneke Von Girbergen (ex The Gathering); infine mi va di citare un’altra ballad, davvero eccezionale per evocatività, ovvero “Godsend” in cui le vocals sono affidate alla “nostra” Mariangela Demurtas. L’alternanza tra song più classicamente heavy oppure ballad o sperimentazioni a metà, con la differenza tra i brani anche accentuata dalle linee vocali perlopiù diverse (in azione troviamo Todd Michael Hall, le già citate Anneke Von Girbergen e Mariangela Demurtas, per restare ai nomi più noti) e quindi una notevole varietà di stili. Menzioniamo il fatto che la studio band è interamente italiana a partire da Aldo Lonobile dei Secret Sphere, anche coproduttore del disco. La produzione è sinceramente perfetta e si fa fatica a trovare una sbavatura. Difficile trarre un giudizio unico, e forse da ciò troviamo il vero difetto dell’album, così vasto e variegato da far pensare quasi a una serie di super collaborazioni più che a un discorso tecnico e musicale unico; ma in realtà bisogna convenire che la classe e qualità del lavoro ottenuto non possono che farci incredibilmente piacere: si tratta di un grande album, comunque, che non deve mancare a nessun appassionato del classico power metal.

Nikki

 

SAMMY HAGAR & THE CIRCLE
“Space Between”
(Bmg)


Line up: Sammy Hagar – vocals, guitar, Vic Johnson – guitars, Michael Anthony – bass, Jason Bonham – drums.

Tracklist: Devil Came To Philly, Full Circle Jam (Chump Change), Can't Hang, Wide Open Space, Free Man, Bottom Line, No Worries, Trust Fund Baby, Affirmation, Hey Hey (Without Greed)

Il Red Rocker non si ferma mai, nemmeno superata la soglia ragguardevole dei settanta!!! Ma il rock è la musica del diavolo dicono e tutti (o molti) sembrano aver stretto un patto di lunga giovinezza e longevità. Beh...a prescindere dalle leggende o credenze qui siamo di fronte ad un musicista con la 'M' maiuscola. Van Halen, Montrose, ma anche The Waboritas, Hsas, Chickenfoot, una marea di album solisti ed ora questa nuova all stars band Sammy Hagar & The Circle che vede oltre al rosso in questione nientepopodimeno che Michael Anthony ex bassista dei mitici Van Halen, Jason Bohnam dietro le pelli (il figliol prodigo hehehe, nda...) e il bravo guitar man Vic Johnson. Il quartetto si formò nel 2014 e l'anno successivo diede alla luce un eccelso doppio live cd (disponibile anche in Dvd version) dove veniva ripresentato un summa di song derivanti dalla carriera solista e non del buon Sammy. Adesso invece i nostri si sono mressi all'opera per un full lenght album di canzoni nuove ed inedite e il risultato è assai interessante e godurioso. Siamo al cospetto di un eccellente album di sano rock, contaminato da venature bluesy e hard e anche momenti più easy listenting ma mai cacofonici o edulcorati. La prima cosa che si avverte ascoltando questo “Space Between” è la compattezza del suono, il mood potente ma dosato, un guitar work al servizio della canzone e non fine a se stesso con sterili solos e soprattutto una sezione ritmica da cardiopalma. Questo è il disco che vi farà compagnia per tutta l'estate, che potrete sparare a palla dallo stereo della vostra macchina ma anche ascoltare con calma nel vostro salotto bevendo un ottimo drink. La voce del caro Sammy è ancora rauca e graffiante al punto giusto e la fa da padrone come nella prima e cadenzata 'Devil Came To Philly' a cui si lega immediatamente l'energia del dirompente hard blues 'Full Circle Jam (Chump Change)' dove apprezziamo il lavoro del bravo Bohnam e i riff del talentuoso Vic. Ammaliante e ricca di pathos la semi-acustica 'Can't Hang' che mette in mostra ancora una volta l'ugola dell'ex Montrose e ci ragala un brano di sicuro inpatto. Se poi volete passare qualche minuto in compagnia di armonie e melodie suadenti ma al contempo pregne di carattere ed intensità ascoltatevi attentamente 'Wide Open Space'. Si torna invece prepotentemente a rockare con la pulsante 'Free Man' mentre la successiva 'Bottom Line' è divertente e scanzonata, dedita ad un frizzante fm rock da classifica dal piglio allegro e 'casinista'. Si ricalmano gli animi ma non il pathos e 'No Worries' dimostra quanto appena scritto; song su ritmi medio lenti ma con fraseggi molto settantiani e spudoratamente (hard) rock. E questa aurea 'seventies' viene accentuata nella successiva 'Trust Fund Baby' (e qui ci deve esser stato lo zampino di Bonham...nda) con un ritmo più veloce ed incalzante e un guitar work raffinato e al contempo tagliente e granitico (eh si...gli Zep qui fanno capolino!!). Si arriva quindi alla penultima e raffinata 'Affirmation'. Song assolutamente degna di nota, anzi, tra le più ammalianti dell'intero disco col suo rock che ammicca alle radio per il suo giro melodico di base ma stemperato da un fraseggio di chitarra che dona carattere e una ritmica che inietta e pompa energia. Un brano da vasto airplay ma assolutamente non banale e monotono. Eccelso! Si arriva alla fine con la semi-acustica 'Hey Hey...', quasi un inno, un grido, un urlo di voglia di libertà, di essere rockers, di amare la voglia di divertirsi con le sue chorus line accompagnate dal battito di mani. Cosa dire: bravo Sammy e una lode agli altri tre signori che lo hanno accompagnato in questa nuova avventura. Dischi come questo fanno bene al cuore, alla mente e all'anima. Dovete correre a comprarlo!

Roby Comanducci



Y.J. MALMSTEEN
“Blue Lightning”
(Mascot Records)

Line up: Y.J Malmsteen – lead guitar, lead vocals, backing vocals, bass, hammond b3, keyboards, sitar, Lawrence Lannerbach - drums

Tracklist: Blue Lightning, Foxey Lady (Jimi Hendrix), Demon’s Eye (Deep Purple), 1911 Strut, Blue Jean Blues (ZZ Top), Purple Haze (Jimi Hendrix), While My Guitar Gently Weeps (The Beatles), Sun’s Up Top’s Down, Peace, Please, Paint It Black (The Rolling Stones), Smoke On The Water (Deep Purple), Forever Man (Eric Clapton). Bonus track de luxe edition only: 'Little Miss Lover' (Jimi Hendrix), 'Jumping Jack Flash (The Rolling Stones)

Ed eccoci qua finalmente a recensire un album del mitico Malmsteen. E' diverso tempo che non mi cimento in una sua review (vuoi che non mi sono arrivati promo da alcuna label ed altri motivi...nda) e onestamente sono assai felice. Ero un (giovane) rocker, nella Milano glamour degli anni ottanta quando uscì il mitico e incommensurabile “Rising Force” nel 1984, prima prova solista del biondo svedese (esordì nel 1983 negli Steeler, poi con gli Alcatraz, nda), album che a tuttora risulta insuperabile per innovazimone maestria tecnica, velocità di esecuzione e feeling. Il disco che lanciò la moda dei guitar heroes e soprattutto dei 'velocisti della sei corde' filone assai caro al bravo Mike Varney che ne fece un vero business! Sono passati un pò di anni, troppi, ma il guitar hero è ancora qui con cinquantacinque primavere sul groppone ma sempre e comunque il numero uno in assoluto. So bene che il nostro è da sempre stato oggetto di amore eterno o odio diretto: molti lo hanno sempre accusato di freddezza esecutiva, di poco pathos e una inutile velocità mentre altri, a ragione dal mio punto di vista, hanno sempre carpito il suo gusto neo-classico applicato sul manico della sei corde a velocità di 1/64 ma sempre e comunque irroranti un suono pulito, cristallino, superveloce ma capibile e mai cacofonico. A distanza di tanti anni il nostro si è sempre mantenuto in forma e ha sempre regalato ai suoi fans eccellenti album e ora, nel 2019, ci dona questo album tributo ai suoi grandi idoli (Hendrix e Blackmore su tutti, ma anche miti del rock come Rolling Stones, Clapton, ZZ Top, e pop come i Beatles) di matrice hard rock e blues e, finalmente, le mie orecchie possono ascoltare il sound Malmsteeniano venato di tinte blues...e la cosa non può che farmi godere. Dodici song (cover) più due bonus track di cui quattro sono pezzi nuovi di 'casa Malmsteen' dove il maestro si cimenta su un blues rock rivisitato alla sua maniera. Infatti possiamo solo rimanere estasiati dalla iper-veloce '1911 strut' dove scale neoclassiche e al limite del virtuosismo si uniscono ad una matrice hard blues. Un brano strumentale che pochi avrebbero potuto comporre. Vivceversa l'opener title track parte da una forte base blues per espandersi nell'inconfondibile stile dello svedese e, tra l'altro, ci fa apprezzare la sua non trascurabile ugola (eh si, Yngwie è molto meglio di tanti cantanti che negli anni passati ha chiamato a cantare le sue canzoni, nda). Altra chicca nuova di zecca è la cadenzata e ammaliante 'Sun’s Up Top’s Down' che omaggia sempre il grande blues con perizia e originalità. Anche la successiva 'Peace, please' è un nuovo brano magari meno originale degli altri tre ma comunque un must per chiunque voglia capire come si suona (bene) la chitarra. Poi ci sono le restanti song, tutte cover, rifatte in chiave Malmsteeniana ma indubbiamnete degne di nota. Apprezzabile il lavoro su 'Smoke on the Water' anche se il nostro non eguaglia la 'magia' del grande Blackmore. Interessante il rifacimento della storica 'Paint It Black' qui 'metallizzata' e velocizzata a dovere ma sempre ricca di feeling. Molto belle le cover dedicate al mito Hendrix e la palma della più riuscita la darei a 'Foxey Lady'. Insomma, cosa dire: un album che omaggia il passato, il blues, il grande rock, i grandi miti, tutto rifatto da un artista che a sua volta oramai è un autentico idolo-mito per chi ama la sei corde (ma non solo....). Correte a comprare questo album e vi innamorerete al primo ascolto.

Roby Comanducci

 

WHITESNAKE
“Flesh & Blood” 
(Frontiers)

Line-up: David Coverdale – vocals, Reb Beach – guitars, Joel – guitars, Michael Devin – bass, Tommy Aldridge – drums, Michele Luppi – keyboards.

Tracklist: Good To See You Again, Gonna Be Alright, Shut Up & Kiss Me, Hey You (You Make Me Rock), Always & Forever, When I Think Of You (Color Me Blue), Trouble Is Your Middle Name, Flesh & Blood, Well I Never, Heart Of Stone, Get Up, After All, Sands Of Time. Bonus tracks on the CD+DVD version & Digital versions: Can’t Do Right For Doing Wrong (Bonus Track), If I Can’t Have You (Bonus Track), Gonna Be Alright (X-Tendo Mix) - DVD audio track, Sands Of Time (Radio Mix) - DVD audio track, Shut Up And Kiss Me (Video Mix) - DVD audio track

Non si può rimanere indifferenti verso chi ha letteralmente scritto la storia del rock. Un artista come pochi che prestò la sua ugola ai leggendari Deep Purple, che ci ha deliziato con la sua all star band da ben 40-quaranta (!!!!) anni e, quasi alla soglia dei settanta, è ancora li in bella mostra e soprattutto con un'ugola che tiene il tempo e non risente molto dei lunghi anni di meritato lavoro. Il 'bluesman bianco' (come viene chiamato da sempre, nda) è di nuovo 'on the road' per promozionare questa sua nuova fatica in studio (infatti lo vedremo di “spalla” ai Def Leppard questa estate, nda), il tredicesimo album per l'esattezza. Come molti di voi sapranno la lunga carriera del Serpente Bianco va suddivisa in due fasi: la prima, quella più bluesy dall'esordio 'Trouble' del 1978 fino al glorioso 'Slide it in' targato 1984 e la seconda più hair metal oriented dal mitico e fortunatissimo '1987' fino ai giorni nostri. Due fasi ben distinte ma accomunate da un comune denominatore: David Coverdale. LUI sono i Whitesnake. Lui è l'one man band che si è sempre attorniato di eccelsi strumentisti molti dei quali hanno comunque contribuito a creare un solido feeling col biondo frontman, basti pensare allo storico duo di guitar players Moody-Mardsen della prima fase '78-'84. Ma la storia molti la sapranno già viceversa non sapranno cosa si possono aspettare da questo “Flesh & Blood”, che colma un lungo periodo di ben otto anni dal precedente “Forevermore” (2011) se non vogliamo considerare l'uscita del “The Purple Album” nel 2015 (ma quello non era un disco di canzoni nuove bensì un tributo all'epoca di David nei Deep Purple, nda). Quindi parliamo di queste nuovissime tredici tracce. Da segnalare il nuovo axe man che va ad affiancare Reb Beach, Joel Hoekstra (ex NightRanger e già presente nel disco tributo del 2015) sostituto del bravissimo Aldrich e anche co-autore con David di gran parte del songwriting di questo disco. Il risultato? Un disco altalenante che avrebbe potuto rendere molto di più togliendo 4-5 pezzi assolutamente inutili e banali che mi rendono attonito nel pensare che possano essere usciti dalla fervida mente dell'autore di “1987” o “Slid It In”. Si parte con due song assolutamente piatte, trite e ritrite e banali sulle quali non mi soffermo nemmeno. Per acquisire energia, vigore e un pò di carattere dobbiamo saltare alla terza traccia ' Shut Up & Kiss Me', un ottimo esempio di hard sound ammiccante e commerciale al punto giusto ma con una buona dose di elettricità e un chorus line che ammalia al punto giusto. La successiva 'Hey You...' rallenta il ritmo verso un hard rock più cadenzato ma di egregia fattura. Poi cosa succede? Il buon David ha “ben” pensato di piazzare le altre due ciofeche dell'album una di seguito all'altra: 'Always & Forever' e 'When I Think Of You (Color Me Blue)'. La prima è una canzonetta con un ritornello di una banalità spiazzante, la seconda una ballata di una scontatezza disarmante dove il nostro (ma lo fa in quasi tutto il disco...) enfatizza con una registrazione troppo “costruita” il suo cantato e il suo classico 'respiro nel microfono', cosa da sempre valutata come una delle sue migliori qualità ma qui, accidenti, è veramente esasperata!!!! Ma non demordete, qui stiamo parlando di una delle più grandi hard rock band della storia e quindi eccoci servito un brano che risolleva le quotazioni (finora in ribasso) di questo album, stiamo parlando dell'energica ' Trouble Is Your Middle Name' che quasi va a pescare nel periodo “Slide It In”. Ottima song, bravo David! E' il momento della title track, song di buona fattura che si lascia ben ascoltare anche se non brilla di originalità e carisma. Arriva il momento di una bella anthem song, 'Well I Never' che coinvolge sia per il cantato che per il guitar work ed ha dalla sua un coro da 'arena song' che ben servirà alla band nelle prossime date dal vivo. La successiva 'Heart of Stone' è un lento questa volta azzeccato e ricco di pathos (ma non potevi fare solo questa David ed evitare di registrare 'When I Think...'...???? nda) nella migliore tradizione Whitesnake. Ma eccoci al gioiellino dell'intero album, l'undicesima e travolgente 'Get Up'. Autentica heavy rock song, un up tempo carico di adrenalina che poteva tranquillamente far parte del set list del glosrioso “Slip Of The Tongue” (anche qui in fase di registrazione il 'respiro Coverdaliano' è stato esageratamente enfatizzato...ma almeno -in questa song- è perdonabile). Potente, diretta e ballabile, un vero must! La penultima 'After All' è una ballata (quasi una ninna nanna country-folk.....nda) acustica, dove comunque si mette in bella mostra l'ancora valida voce del nostro arzillo sessantottenne. Il disco si chiude con il robusto hard sound di 'Sands of Time', non un masterpiece ma di buona fattura. Cosa dire alla fine? Beh....io sono cresciuto coi WH e fare questa recensione per me vuole/voleva dire tanto: David indubbiamente poteva dare di più, da lui e dalla sua band ci si deve aspettare di meglio e qui sembra quasi che si siano limitati al giusto “compitino” per accontentare un pò tutti. Togliendo alcune song il risultato d'insieme ne avrebbe giovato ma tantè..... siamo sempre su livelli alti e, comunque, dobbiamo essere solo felici che band come queste ci siano ancora e producano full lenght albums.

Roby Comanducci

 

CRAZY LIXX
“Forever Wild”
(Frontiers)

Line up: Danny Rexon – vocals, Joel Cireira – drums, Jens Sjöholm – bass, Chrisse Olsson – guitars, Jens Lundgren - guitars

Tracklist: Wicked, Break out, Silent Thunder, (She’s wearing) Yesterday’s face, Eagle, Terminal Velocity, It’s you, Love don’t live here anymore, Weekend lover, Never Die (Forever Wild)

Lo ammetto, quando una decina di anni fa i Crazy Lixx non erano che una delle tante band scandinave facenti parte della grande ondata revival Sleaze-Glam sulla scia di Hardcore Superstar e Backyard Babies, non ero tra i loro primi sostenitori; li trovavo in gamba ma privi della necessaria classe per essere davvero ricordati. Diversi anni sono passati e mentre numerosissimi loro contemporanei sono spariti o hanno dimostrato la vuotezza della loro proposta musicale, i Crazy Lixx si presentano invece con un ottimo nuovo lavoro a smentire i critici, quindi me in primis. Però, bisogna dirlo, la crescita stilistica della band è assolutamente notevole e anche sorprendente; quello che un tempo era un buon street-sleaze con ampie concessioni melodiche, certo suonato sempre con tecnica di prim’ordine, è ora diventato un interessantissimo mix di classico hard rock anni ’80, sulla scia dei Whitesnake di maggior successo che tutti conosciamo, con venature AOR assolutamente esaltanti in pezzi come “Silent Thunder”, il tutto chiaramente mantenendo l’originale impronta sleaze sempre dimostrato dagli arrangiamenti a effetto e dalle parti vocali spesso aggressive come si deve. La band mantiene e ha probabilmente incrementato il suo tasso tecnico; in aggiunta a livello compositivo centra a mio avviso un mix di interpretazioni nel disco assolutamente sorprendente, vario, originale, fatto di numerosi pezzi azzeccati e che soprattutto non stanca mai, neppure dopo un mezza dozzina di ascolti consecutivi per più giorni (non vogliatemi male, una volta tanto sto parlando di me stesso, è il ritmo necessario per scrivere una recensione…). All’ascolto risalta immediatamente l’ottima produzione, ottantiana ma non artefatta, il mix dei suoni è eccellente, l’impatto molto forte e basato su una straordinaria amalgama tra le varie linee, leggermente sporcato per dare un minimo di tocco live e ruvido al suono, con arrangiamenti decisamente accattivanti e parti soliste mai troppo fini a se stesse. Se vogliamo, il lato negativo, per modo di dire, è la difficoltà nel definire una linea strumentale davvero più riuscita delle altre; e questo include la linea vocale, che va certamente a riprendere i classici dell’hard ottantiamo, come non citare Coverdale per rendere l’idea, per banale che sia… Ma con questo sembra di limitare la qualità del disco, mentre non è assolutamente così; siamo al cospetto di un lavoro maturo e ispirato, che sicuramente instilla il basilare desiderio di vedere la band live (cosa che spero di poter fare quanto prima, e non sono certo che lo avrei sentito prima di sentire questo disco). Tra i pezzi, per citarne qualcuno, risalta moltissimo la già citata “Silent Thunder”, poi “(She’s wearing) Yesterday’s face”, il lento “Love don’t live here anymore” e la cavalcata finale “Never Die (forever young)”. Insomma, cosa dire per finire? Ho cercato di ripercorrere i tratti salienti che mi hanno fatto apprezzare questo album, spero di avervene trasmesso qualcuno. Un gran bel lavoro che merita l’ascolto e, mi ripeto, l’acquisto di un biglietto per un live. Buon ascolto!

Nikki

 

FORTUNE
“II”
(Frontiers)

Line up: Mick Fortune – drums, Richard Fortune – guitars, Larry Greene – vocals, Rick Rat – bass, Mark Nilan – keyboards.

Tracklist: Don’t say you love me, Shelter of the night, Freedom road, A Little drop of Poison (for Amy W.), What a fool I’ve been, Overload, Heart of stone, The Night, New Orleans, All the right moves

Una gradita sorpresa questo ritorno, ovvero quello dei Fortune, un’autentica band di culto per gli appassionati dell’AOR, che non possono non ricordare il leggendario omonimo disco d’esordio, che risale al 1985 ma è un’imperdibile pietra miliare per gli amanti di questo ricercato genere. Sono passate più di tre decadi, ma alla fine la reunion della band, palesatasi negli ultimi anni, ha dato i suoi frutti e in questo inizio 2019 finalmente viene alla luce un nuovo disco di questo interessante combo statunitense. Andiamo quindi ad analizzare il risultato del loro lavoro. Non possiamo innanzitutto dire che non siamo nel solco classico del genere, quasi che le decadi non siano passate. Spicca però negli ascolti il lavoro di produzione assolutamente difficile da rendere più perfetto. Ogni singola linea melodica è perfettamente studiata e pesata e l’insieme delle parti gode di una notevolissima armonia. La linea vocale sembra leggermente più “ammorbidita” delle altre, con un lieve riverbero che esalta le notevoli linee vocali di Mr. Greene, facendola stagliare in modo molto scenico (decisamente sul classico stile AOR “easy listening” 80s ma in modo elegante) sulle altre tracce; le parti strumentali hanno un’ampiezza e una forza molto netta e nell’insieme il suono è pieno ed espressivo. La composizione svaria sui classici stilemi AOR, con una prevalenza per le strutture basate sul classico “muro di suono” dato da tastiere ed effetti su cui si aggiungono le digressioni armoniche e solistiche della chitarra sulla base della sezione ritmica. In alcuni pezzi (come l’opener “Don’t say you love me”) prevale l’aspetto epico e d’atmosfera e il ritmo è lento e avvolgente. Altrove si cercano linee più orecchiabili e radio friendly come in “Freedom Road”, oppure si elaborano melodie profonde come nella bella ballad “Heart of stone”. Mi sento solo un po’ in difficoltà nel commentare le singole linee strumentali, tutte di tecnica e qualità eccelsa ma dove non riesco a estrarre un elemento che davvero prevale. Torno quindi a riportare la qualità assolutamente notevole delle vocals, a opera di, mi ripeto, Mr. Larry Greene. Un grande ritorno e un disco di ottimo AOR che non deluderà certamente né gli appassionati né i curiosi di un nuovo ascolto di questo genere.

Nikki


DANKO JONES
“A Rock Supreme”
(AFM Records / Audioglobe)

Line up: Danko Jones – guitar, vocals, John “J.C.” Calabrese – bass, Rich Knox – drums

Tracklist: I'm In A Band, I Love Love, We're Crazy, Dance Dance Dance, Lipstick City, Fists Up High, Party, You Got Today, That Girl, Burn In Hell, You Can't Keep Us Down

Arrivato al nono album in studio il canadese Danko Jones – a distanza di due anni dal penultimo e fortunato “Wild cat”- torna a rockare con questo nuovissimo ful lenght album dal titolo direi abbastanza emblematico, “A Rock Supreme”. Il nostro ci ha da sempre abituati ad un rock'n''roll schietto, energico, diretto e senza troppi fronzoli e arrangiamenti vari. Qui si fa rock, quello sano ed incontaminato, quello che sprizza e pulsa adrenalina da ogni poro della pelle. Danko è stato (ma lo è ancora) ai vertici delle classifiche in Canada, in Svezia, e gode di molta popolarità in Germania, Francia, Belgio, merito di singoli azzeccatissimi in passato come 'Had Enough' tratto da “Below The Belt” 2010 e con questo nuovo disco vuole mantenere alte le sue quotazioni. Nemmeno una ballad o un lento ma undici song tutte di sano ed incontaminato hard'n'roll. Come saprete il nostro e singer ma anche guitar player della band e si destreggia bene in entrambe le parti. Ovviamente non aspettatevi funambolismi della sei corde, qui si suona rock duro ma anche radiofonico se vogliamo e la chitarra e più da accompagnamento atta a cesellare ottimi riff piuttosto che mirabolanti solos. Ma va bene così! Il riff di 'Fists Up High' la dice lunga sull'intento di questa band e la successiva e ruffiana 'Party' già dal titolo può farvi capire le sue intenzioni. Non si può stare fermi e viene voglia di ballare, ovunque voi siate! Un altro pezzo di sanguigno rock è 'You Got Today', un up tempo veloce e grintoso che rivaleggia con l'altrettanto energica 'Burn In Hell'. Inutile proseguire oltre, se avete voglia di sparare a manetta nel vostro stereo un rock grezzo ma al contempo ballabile “QA Rock Supreme” è il vostro cd!

Roby Comanducci

 

FOLKSTONE
“Diario di un ultimo”
(Folkstone Records / Audioglobe)

Line up: Lorenzo Marchesi – vocals, Roberta Rota – vocals, celtic harp, hornpipe, Maurizio Cardullo – hornpipe, Cittern, Bouzouki, Irish whistles, Luca Bonometti- guitars, Federico Maffei-bass, Edo Sala – drums amd percussions, Marco Legnani – string isntrument, hurdy-gurdy

Tracklist: Astri, Diario di un ultimo, La maggioranza, Elicriso (C’era un pazzo), Naufrago, Danza verticale, La collina, Una sera, Spettro, In assenza di rumore, Il grammo in un’ora, Fossile, Escludimi, I miei giorni

Eccoci a recensire il nuovo disco dei Folkstone, nuova prova, la settima dopo l’eccellente Ossidiana del 2017. Serve una parola di presentazione per questa straordinaria band? Nati nel 2004, si impongono negli anni con la loro miscela di metal e strumenti tradizionali della tradizione celtica, imponendosi come probabilmente il principale progetto Folk metal (per quanto questa definizione possa apparire approssimativa) italiano, ancora attivo nonostante i cambi di line up (l’ultimo riguarda Teo e Andrea, membri fondatori della band, che hanno lasciato spazio al polistrumentista Marco Legnani), e a dispetto di questo sicuramente con una verve ed uno spirito mai sopito, come possono testimoniare i tanti loro fan ad ogni esibizione live, le cui immagini, se mi permettete, sono una costante delle loro presentazioni; e non è poco, dimostra quanto puntino sulla presa live, che nel vasto mondo del rock è certamente un ottimo biglietto da visita. Cosa si può riscontrare a livello musicale in questo lavoro? Innanzitutto sicuramente si vede come ormai la maturità strumentale della formazione sia a livelli di valore elevatissimo. Il disco è perfettamente suonato e prodotto e l’amalgama tecnica tra parte metal/hard rock e quella degli strumenti tradizionali è perfetta come ci si attende da un gruppo di tale esperienza. La produzione è pulitissima e i suoni hanno l’energia dell’esecuzione live, senza però perdere quella ruvidezza che non può che giovare a una produzione musicale così emozionale come quella dei Folkstone. Sulla base strumentale si stagliano poi perfettamente le linee vocali, che hanno un risalto notevole, una qualità tecnica importante e soprattutto non possono che fare da colonna portante per il tema scelto per quest’opera, che si intitola “Diario di un ultimo”; infatti come si nota dai testi, si è cercato un taglio esistenziale e nichilista nelle storie narrate, che vogliono essere testimonianze di personaggi ai bordi e drammi di vita (non posso certo dire di non apprezzare questa idea, per inclinazione personale). L’ascolto superficiale del disco in realtà può non far presupporre questo, o meglio, la componente metal e di aggressività nelle ritmiche delle song è spesso molto importante, non per questo, l’importanza del tema trattato passa in secondo piano. E’ anzi vero che il disco è così bilanciato e allettante da spingere all’ascolto prolungato e questo non fa che aiutare a trasmettere il senso del dramma che i Folkstone hanno voluto inserire. Non è semplice scegliere tra le varie interpretazioni strumentali e vocali per una menzione, ma mi sento di segnalare la voce di Roberta che svolge un ottimo lavoro e sa dare alle sue parti un ottimo spessore. Infine, un grande disco che conferma le capacità di una band non banale per nulla, che sa dare alle stampe un nuovo ottimo lavoro, e che conferma le sue qualità e non deluderà assolutamente i tantissimi fan, vecchi e nuovi.

Nikki

 


MOTLEY CRUE
“The Dirt Soundtrack”
(Eleven Seven Music / Motley Records)

Line up: Vince Neil – vocals, Nikki Sixx – bass, Tommy Lee – drums, Mick Mars – guitars

Tracklist: The Dirt (Est. 1981) [feat. Machine Gun Kelly]*, Red Hot, On With The Show, Live Wire, Merry-Go-Round, Take Me To The Top, Piece Of Your Action, Shout At The Devil, Looks That Kill, Too Young To Fall In Love, Home Sweet Home, Girls, Girls, Girls, Same Ol' Situation (S.O.S.), Kickstart My Heart,Dr. Feelgood, Ride With The Devil*, Crash and Burn*, Like a Virgin*

Cosa volete che vi dica cari amici miei. Io sono “nato” coi Motley, negli anni ottanta da buon glamster e rocker iniziai ad amare questa band che poi mi ha letteralmente segnato e supportato per la mia vita. Anche il progetto Cathouse deve molto alla “Ciurmaglia Colorita” e quindi, a 50 anni, dopo oltre 25 a lavorare nel music biz e, soprattutto, dopo il loro “scioglimeto” targato 2015 (e anche la mancanza di un loro vero disco dall'ultimo “Saints of Los Angeles” di ben 11 anni fa....) rivedere questi quattro matti patentati con l'uscita del (bellissimo) film o bio-pic -se vogliamo fare i moderni- sulla loro vita, mi ha reso un uomo felice. Il film è veramente fatto bene, cazzone, strafottente, con bravi attori e il giusto mood: qui non si cerca l'oscar macchè....qui i nostri “vecchietti” hanno confezionato una chicca che -speriamo- faccia breccia nel cuore di tanti giovani rockers attualmente e pericolosamente allontanatisi dal rock 'n'roll diretto e casinista. Diciamo che Sixx e soci da bravi furboni hanno scelto il momento giusto e il modo migliore per far tornare il mondo a parlare di loro, e su quasto, concediamoglielo, sono dei maestri. Ma qui non stiamo facendo la recensione del film (anche se ci starebbe bene) bensì al disco che (e non poteva essere altrimenti...nda) è uscito subito in contemporanea con la soundtrack del suddetto film. Allora, cosa dire: trattasi praticamente di un best, di una compilation di grandi hit dei Motley, non di una soundtrack poiché, altrimenti, avrebbero dovuto includere anche altre eccelse song che si sentono nell'ora e quaranta di The Dirt; brani di Johnny Thunder, T-Rex, Kim Wilde e altri. I Motley hanno pensato di non inserire altre song e quindi questo cd ha la valenza di una compilation di brani con, però, l'aggiunta di quattro tracce nuove. La prima è quella più famosa che prende il nome del film ovvero 'The Dirt (Est. 1981) [feat. Machine Gun Kelly]' che ha il giusto piglio per fare breccia nel cuore dei rockers anche se non è sicuramente l'originalità fine a se stessa, ma ha un eccellente ritmo, è potente e la parte rappata da Machine Gun Kelly (che poi è anche l'interprete di Tommy lee nel film...nda) la rende invitante e goduriosa anche da ballare. Poi abbiamo una cover di un pezzo mitico che ha caratterizzato gli anni ottanta pop ovvero 'Like a Virgin' di Madonna. Beh.... è strano risentirla in versione rock ma onestamente dopo il primo impatto non propriamente positivo mi ha conquistato e ora l'ascolto con molto piacere. 'Ride With the Devil' inceve è una classica Motley song che avrebbe potuto far parte di “Dr. Feelgood”. Ha un buon riff, coretti ammalianti e ruffiani ma nulla più. Più corposa invece 'Crash and Burn' che rimanda un poco al periodo più “alternativo” anni '90 dei nostri quando uscì “Motley Crue” con Corabi alla voce. Anche qui non si brilla certo di originalità ma il tiro è buono, il ritornello anche e sembra fatta apposta per passaggi radio e le nuove generazioni di rockers. Viceversa le altre song sono un summa della carriera dei Crue con i classici brani di sempre ma, e questo lo voglio proprio dire, perchè i nostri non hanno inserito nel film e quindi anche qui altre song? Perchè optare sempre sulle stesse quando hanno scritto canzoni nettamente superiori? Ci avrei visto bene 'All in the Name of Rock'n'Roll', 'Use it or lose it', 'Tonight', 'Louder Than Hell' , 'City Boy Blues', 'Ten Seconds To Love', 'Bastard'.... e sicuramente il film/cd sarebbero serviti ancora di più per diffondere il verbo Crue!!!! Invece si sino “limitati” a songs già presenti in altri loro best e questo rende il lavoro meno appetibile per i vecchi rockers. Ma, attenzione, sia il film che questo best sono stati fatti apposta per far breccia nei cuori dei giovani e quindi se volete saperne di più sui Motley e avete visto il film conoscendoli poco correte a comprare questa soundtrack/compilation, altrimenti limitatevi a guardare (anche più volte hehehehe) il bellissimo film. In ogni modo: come i Motley Crue...nessuno mai. Rivogliamo un full lenght album a breve!!!!!

Roby Comanducci

BURNING RAIN
“Face the Music”
(Frontiers)

Line up: Doug Aldrich – guitar, Keith St. John – vocals, Brad Lang – bass, Blas Elias - drums

Tracklist: Revolution, Lorelei, Nasty Hustle, Midnight Train, Shelter, Face The Music, Beautiful Road, Hit And Run, If It's Love, Hideaway, Since I'm Loving You

Formatisi nel lontano 1999, questa super band ideata dalla mente del guitar player Doug Aldrich (Whitesnake, Dio, Revolution Saints, The Dead Daissies...) e del vocalist Keith St. John (Montrose ...and more) sono giunti, dopo diversi stop, qualche cambio in line up ma sempre con eccelsi session man e periodi di dedizione alle band principali (soprattutto per Doug in casa 'Serpente Bianco', nda), alla loro quarta prova in studio. Non per nulla è stato inserito come top album di Marzo: “Face The Music” è un concentrato di puro hard rock di matrice ottantiana che però va a pescare 'a piene mani' nel background seventies assimilando il tutto a venature blues e arrangiamenti sopraffini. Non c'è un brano fuori posto o in difetto in questa tracklist. Non c'è una caduta di stile, brani palesemente riempitivi o ripetitivi. Devo ammettere che il grande axe man (perchè di un grande chitarrista stiamo parlando) Aldrich ha confezionato un album che non avrebbe sfigurato se al posto del moniker Burning Rain ci fosse stato ...Whitesnake. Eh si...avete letto bene!! Complice l'ugola graffiante, ruffiana e matura di Keith che, a tratti, rievoca il mitico Coverdale. Un disco carico di pathos e song dalla forte presa come 'Since I'm Loving You' dal riff avvolgente e con un cantato ammaliante e sensuale che solo il buon David sarebbe stato capace di fare. Ma sin dall'opener 'Revolution' si capisce di che pasta è fatto questo nuovo full lenght album: fraseggi di chitarra possenti come lame di rasoio ma sempre stemperati da una buona dose di eufonia e chorus line da cardiopalma. Anche in song più cadenzate come 'Lorelei' l'energia regna sovrana e il mordente e il mood sono su livelli di alta adrenalina. Superlativo il guitar work di Doug che in ogni song regala preziosi arrangiamenti, riff e soprattutto solos da far innamorare al primo ascolto. Non si perde niente, anzi, anche in song come la semi acustica 'Shelter' dalle ottime parti vocali e sempre impreziosita da un eccelso solos di chitarra. Difficile trovare la song 'migliore' ma lasciatemi spezzare una lancia a favore della “settantiana” 'Hideway' che solo per le chorus line ed il ritornello vizioso ma ficcante valgono l'acquisto dell'intero disco. Nulla da aggiungere: correte a comprare questo album!

Roby Comanducci

 

LA GUNS
“The Devil you know”
(Frontiers)

Line up: Phil Lewis – vocals, Tracii Guns – guitars, Johnny Martin – bass, Shane Fitzgibbon – drums, Ace Von Johnson – guitars.

Tracklist: Rage, Stay Away, Loaded bomb, The Devil you know, Needle to the bone, Going High, Gone honey, Don’t need to win, Down that hole, Another season in hell, Boom (bonus track)

Una lunga storia quella degli LA Guns, che affonda pienamente le sue radici negli anni ’80, e che, come tutti sanno, si incrocia con quella ben più fortunata delle ultime icone del Rock che davvero hanno segnato la cultura popolare, ovvero i Guns’n Roses. Ma per me questo legame è fortuito e la classe cristallina di Tracii Guns, la verve vocale di Phil e in generale la qualità tecnica e di inventiva della band meritano un approfondimento tutto loro. Certo, il loro esordio del 1988 si calò come tempistiche perfettamente nella celebre “seconda ondata” sleazy guidata dai più celebri concittadini oltre che da altri nomi della zona, chi più vicino stilisticamente, chi meno (penso a Skid Row, Poison, Extreme), ma io sono dell’idea che la band ne interpretò con ottima qualità il versante più “indietro” con gli anni (per le influenze punk e a tratti metal nello stile graffiante del riffing). Arriviamo con un gran balzo al presente dove dopo incredibili vicissitudini la band ha addirittura vissuto anni di doppia vita a causa della rottura tra Phil Lewis e Tracii Guns, che ha però detto la parola fine alla sua creatura due anni fa. A seguito di ciò, tuttavia, i destini dei due leader si sono riuniti e quello di oggi a detta di molti è un passo davvero decisivo, con questo nuovo ritorno in studio; e alla prova dei fatti, ve lo posso dire, questo ottimo disco ne certifica un eccellente stato di salute. Non si può non rimanere colpiti ad un primo ascolto dal gusto “retrò” della produzione e del riffing che sembrano andare a prendere direttamente dalla primissima produzione della band. Il tono è infatti graffiante e il suono assolutamente ruvido e sporco, a ricreare la vecchia atmosfera; a questo si aggiunge però un’ottima prova vocale di Phil, e un gusto per gli arrangiamenti della band decisamente sopra le righe. A completamento la parte di atmosfera (tastiere ed effetti) viene opportunamente chiamata in causa dopo l’inizio di forte impatto (penso a “Going high”) creando così un interessante connubio tra i vari stili attraversati dalla band negli anni. Dopo alcuni ascolti sono decisamente convinto che nonostante le lunghe traversie lo stile della band sia ancora di ottimo livello e che questo disco non vi deluderà assolutamente. Su tutto spicca la prestazione dietro il microfono di Phil, come già detto, sia graffiante che profonda (“Gone Honey”), che si dimostra quella di una grande singer capace di dare pathos e emozione quando servono; la band fa un buon lavoro concedendosi negli arrangiamenti qualche omaggio abbastanza evidente alla produzione storica dei losangelini, ma mi permetto di dire senza tema di smentite che la capacità di Tracii non è rimasta assolutamente intaccata dagli anni; le sue qualità di arrangiatore sono intatte e ne esce un grandissimo disco, orecchiabile, intenso, con chiari riferimenti al passato più lontano ma una qualità media così buona da non lasciare dubbi: si tratta di un eccellente ritorno. Gli LA Guns sono tra le mie band preferite, non lo nego; mi permetto quindi con un tocco di zelo eccessivo di affermare che la produzione è un filo troppo sporca, nel cercare di essere ottantiana, e risulta un pò artefatta. Ma questo e l’altro paio di difettucci che ho menzionato sopra non cancellano il punto fondamentale, si tratta di un grandissimo album, un ottimo ritorno e di conseguenza un acquisto più che consigliato.

Nikki

 

THE TREATMENT
“Power Crazy”
(Frontiers)

Line up: Tom Rampton – vocals, Tagore Grey – guitars, Tao Grey – guitars, Dhani Mansworth – drums, Rick “Swoggle” Newman – bass

Tracklist: Let’s get Dirty, Rising Power, On the money, Bite back, Luck of the draw, Hang them high, Scar with her name, King of the city, Waiting for the Call, Laying it down, The fighting song, Falling down, Bite back (acoustic)

Che sorpresa questo nuovo disco dei The Treatment! Un sano hard’n boogie che parte, inutile negarlo, dalla verve dei fratelli Young e dalla pluridecennale carriera degli Ac-Dc per regarlarci ancora ai giorni nostri un lavoro coinvolgente, con verve ed energia, che non lascia inerti all’ascolto e che con poche e semplici melodie, graffianti e con la giusta dose di esuberanza, coglie l’ascoltatore e lo inchioda all’ascolto. Guidati per la prima volta dietro il microfono da Tom Rampton, ottimo emulo del mai troppo compianto Bon Scott, la band britannica mette subito in chiaro i suoi intenti con il 4/4 decisamente “sleazy” di 'Let’s get dirty', ottima apertura a una serie di rock act sulla scia della storica produzione 70s della band australiana con abbondanti influssi ottantiani (Cinderella, Whitesnake, primi GNR…) e decisamente recenti (come il gusto al riffeggio catchy di Buckcherry e Steel Panther). Nel boogie rock della formazione si innestano componenti più aggressive come la ritmica cadenzata di “Rising Power”, così come pseudo lenti estremamente accattivanti come “Luck of the draw”. Un’alternanza che si propone sostanzialmente lungo tutto il disco, per un bilanciamento ben studiato tra parti maggiormente d’impatto ed altre più ruffiane. A livello di resa sonora un risalto notevole è dato alla voce, che come detto è sicuramente un elemento imprescindibile nel far emergere lo stile boogie del disco. A tal fine probabilmente la sezione ritmica è meno sfruttata nel cercare dinamiche originali, al tempo stesso però il riffeggio non è sacrificato, e si rivelano interessanti i fraseggi di diversi pezzi a metà del disco, tra cui “Scar with her name”. Ho apprezzato sicuramente la produzione non banale e che da una certa importanza alla pulizia delle tracce; decisamente un buon lavoro è stato fatto per non far apparire troppo appiattito il risultato sul suono 70s che emerge dalla tracce. Si tratta quindi sicuramente di un buon disco che non fa che farci nascere spontanea la curiosità di quando potremo vedere questo quintetto suonare dal vivo.

Nikki

 

THE END MACHINE
“The End Machine”
(Frontiers)

Line up: Robert Mason – vocals, George Lynch – guitars, Jeff Pilson – bass, Mick Brown - drums

Tracklist: Leap Of Faith, Hold Me Down, No Game, Bulletproof, Ride It, Burn the Truth, Hard Road, Alive Today, Line of Division, Sleeping Voices, Life Is Love Is Music

Ladies and gentlemen ecco i Dokken senza Don! Messa così sembra quasi una rima ironica e beota ma -in definitiva- la realtà è proprio questa. Il reale motivo per cui i ¾ dei Dokken si siano messi in questo nuovo project dal moniker 'The End Machine' prendendo con loro l'attuale ugola dei Warrant, Robert Mason, onestamente non lo sappiamo (perlomeno io non ho ricevuto feedback in proposito...nda) ma alla fine il suono di questo album è molto Dokken – style con accenni di Badlands, Lynch Mob e tutto il class metal di alta caratura che l'America abbia mai partorito tra fine ottanta inizi novanta. Ok, comunque è un'altra band e, ovviamente, dobbiamo prenderne atto e recensire il prodotto. Sicuramente una buona dose di energia è stata data dai vocalizzi potenti del bravo Mason che ha aiutato anche in fase di songwriting apportando idee e collaborando non poco. Il buon Lynch sembra rinvigorito e tornato a rockare come un tempo tralasciando, almeno in questo full lenght album, sperimentazioni lontane dal rock duro o altre direzioni musicali come già successo in passato. Forse, se proprio vogliamo dirla tutta, sembra più un nuovo album dei Lynch Mob che una new release dei Dokken; il taglio melodico abbinato a forti scariche di adrenalina e un guitar work possente che supporta vocalizzi al limite dello street metal sono li a dimostrarlo. Le song sono tutte di media-lunga durata, alcune superano addirittura i sei minuti, ma questo non comporta ripetitività e monotonia ad un suono che invece è molto vario e caratterizzato da numerosi cambi di tempo e variazioni all'interno di ogni singola traccia. Tecnicamente molto valido quindi questo 'The End Machine' e con canzoni che fanno muovere non poco il piedino come la veloce 'Ride It' oppure ammaliano per perizia compositiva e tecnicismi vari nel caso della corposa 'Alive Today'. Da notare che in tutte le tracce il buon Jeff Pilson mette in risalto il suo bass working, decisione alquanto azzeccata in fase di registrazione/mixaggio poiché dona più carattere e pienezza ad un sound già di per se molto hard. Non mi rimane che consigliarvi l'acquisto di questo lavoro in studio, sicuramente ne rimarrete soddisfatti.

Roby Comanducci

 

TNT
“Encore Live in Milano”
(Frontiers)

Line up: Ronni Le Tekro – guitar, backing vocals, Tony Harnell – vocal, Diesel Dahl -drums, Roger Gilton – keyboards, backing vocals, Ove Husemoen – bass / backing vocals.

Tracklist: Give Me A Sign, As Far As The Eye Can See, She Needs Me, Desperate Night, Invisible Noise, Child’s Play, Ironnic (Ronni Solo), Forever Shine On, Northern Lights, Tonight I’m Falling, Intuition, Seven Seas, Listen To Your Heart, 10,000 Lovers, Everyone’s A Star

Un'autentica emozione per il sottoscritto risentire queste song in chiave live considerato il fatto che, purtroppo, alla loro calata italica di due anni fa non riuscii ad essere presente (era il Frontiers Festival del 2017...nda). Loro, la band del biondo Harnell, sono stati e lo sono tuttora uno dei migliori act musicali di hard rock miscelato a class metal che il business world abbia mai partorito. Nati nel lontano 1982, i nostri con album quali 'Tell No Tales' e 'Intuition' sancirono e decretarono la loro fortuna e la gioia di milioni di fans in tutto il globo. Loro, che allora erano tra le poche band norvegesi, erano il non plus ultra per chi amava riff metallici e melodie sinfoniche. La voce di Tony poi è da sempre stata una delle migliori del panorama hard & heavy e ancora adesso a distanza di trent'anni non da segni di cedimento: magari in certi punti non raggiunge più le ottave di estensione dei tempi di 'Tell No Tales' ma, a mio parere, è migliorata in quanto a corposità, gamma e modulabilità di spettro vocale. Insomma, come non ammettere tutto ciò dopo l'ascolto di questo live? Un'unica pecca, non mi hanno fatto la famosa 'Tell no Tales' ma forse....forse...ho paura che Tony abbia voluto preservare l'ugola per altre song in quanto quella era veramente difficile come estensione ma è un mio pensiero, anche perchè '10.000 lovers' non scherza come difficoltà canora...vabbè lasciamo perdere. Viceversa osanniamo un album che a tutti gli effetti fa godere dalla prima all'ultima song. Brani tratti in maggior parte dal più famoso 'Tell no Tales' ('87) e poi da 'Intuition' ('89), 'Knight of the New Thunder' ('84) ed il più recente (beh insomma era il 2004) e stupendo 'My Religion'. La sorpresa più bella è stata l'inizio, con quella magnifica song tratta da 'My Religion' che risponde al nome di 'Give me a Sign', una delle cose più belle che Tony & Co. abbiano mai scritto dai tempi dei loro esordi. Poi tante chicche quali 'As Far as..', 'Desperate Night', 'Nothern Lights', la stessa 'Intuition' e le perle finali '10.000 Lovers' e l'immancabile 'Everyone’s A Star'. Su tutte il vocalist è andato benissimo non mostrando il fianco all'età che avanza anzi, e tutta la band ha fatto il suo egregio lavoro con menzione d'onore per il guitar hero Le Tekro che ben potrete godervelo nella strumentale 'Ironnic (Ronni Solo)'. Non aggiungo altro. Appena esce correte a comparlo immediatamente!!!

Roby Comanducci

 

SPIRITS OF FIRE
“Spirits of fire”
(Frontiers)

Line up: Tim “Ripper” Owens – vocals, Chris Caffery – guitars, chorus, Steve Di Giorgio – bass, Mark Zonder – drums.

Tracklist: Light Speed Machine, Temple of the soul, All Comes Together, Spirits of fire, It’s everywhere, A game, Stand and fight, Meet your end, Never Return, The path, Alone in the darkness

Pochi giorni fa vi abbiamo parlato della nuova band di Roy Z, i West Bound, ed eccoci a tornare a parlare di una sua opera, stavolta in veste di solo produttore, ma anche perché a calcare la scena abbiamo dei nomi di primissimo piano della scena Heavy. Signore e signori non posso che partire da Tim “Ripper” Owens, non dimenticato singer dei Judas Priest nel periodo dell’assenza di Rob Halford, di cui il sottoscritto ha potuto apprezzare le notevoli doti canore live e ne conserva un eccellente ricordo, così come della successiva esperienza con gli Iced Earth; ad accompagnare Tim altri tre musicisti con una straordinaria carriera come Steve DiGiorgio (Death e Testament, per i distratti) Chris Caffery (Savatage) e dietro le pelli Mark Zonder (già all’opera con Fates Warning e Warlord, appena!). Una super line up come già anticipato che si appoggia al produttore di Bruce Dickinson, cosa ci si può aspettare? Niente di scontato in realtà! Il disco è molto moderno e come sonorità e composizione pur basandosi su solidissime influenze classic metal come era lecito aspettarsi; le ritmiche sono quadrate e il riffing aggressivo, tuttavia la composizione dei suoni è opportunamente studiata per lasciare spazio all’estensione vocale di Tim, che non appare quindi solo come “screamer”, per quanto di classe, ma ha la possibilità di interpretare appieno le song, dando un forte contributo alla personalizzazione dei pezzi. La seconda parte che marchia le canzoni è naturalmente la ritmica dai tempi quadrati e dall’incedere marziale, con però una buona dose di effetti ed armonizzazioni sonore che rendono tutto meno che monotono l’ascolto; le digressioni armoniche diventano addirittura preponderanti in alcuni pezzi, come “All comes together”, dove i virtuosismi dei superbi esecutori si sovrappongono in lunghi fraseggi decisamente gradevoli all’ascolto e oserei dire avvincenti nel loro sviluppo; capisco che possa apparire particolare come definizione ma solo l’ascolto può rendere esattamente ciò che intendo. La produzione del disco è naturalmente perfettamente curata e non teme di dare una pulizia quasi eccessiva ai suoni, che sacrifica qualcosa della resa individuale dei singoli per gestire meglio l’impatto generale, che risulta brillante, dà il giusto peso agli effetti pur nello stile molto roccioso della band, e come già detto sfrutta appieno le doti vocali di Ripper. Come commento generale sul finire direi quindi che questo disco al tempo stesso non deluderà chi cerca l’aderenza allo stile del metal più classico, anni ’80, così come ne apprezzerà un certo grado di innovazione, poiché entrambe le componenti sono presenti in questo lavoro e sono perfettamente bilanciate. Non mi dilungo oltre, se non per confermare come sicuramente vi aspettate che il credito che i grandi nomi di questa band portano con se è assolutamente confermato da questo album. Non mi resta che augurarvi buon ascolto!

Nikki

WEST BOUND
“Volume I”
(Frontiers)

Line up: Chas West – Vocals, Roy Z – guitars, Jimmy Burkard – guitars, Jason Cornwell – bass, Dave “Chili” Moreno – drums, Stephen Leblanc – keyboards.

Tracks: Never Surrender, Dance of Life, Ain’t gonna drown, Beautiful Dream, Nothing, Roll the bones, On my own, Keeper of the flame, Turn to you, No Room for Sympathy, Traveller

Una bellissima sorpresa questo lavoro, ovvero il primo disco dei West Bound, band fortemente influenzata da celebri act melodic/hard come i Jake E. Lee’s Red Dragon Cartel e gli Steelheart, così come classici street/sleazy quali LA Guns e Jet Boy; un platter molto carico, di un possente power-rock con forti ispirazioni 80s ma sicuramente non nostalgico e che suona innovativo e coinvolgente, con una fortissima carica adrenalinica, che lascia il segno. La stella della band è indubbiamente il produttore e chitarrista Jay Z, accompagnato dall’altro nome celebre Chas West (Lynch Mob, Bonham) alle voci. Una seconda chitarra oltre a tastiere e sezione ritmica garantiscono che il suono sia decisamente pieno e possente; nonostante il combo sia recente, poi, dalla qualità espressa da questo primo lavoro ci aspettiamo però che la carriera del gruppo prosegua nei prossimi anni (e come peraltro suggerito dal titolo del disco …). L’opener 'Never Surrender' è una maestosa cavalcata Hard Rock che non può non ricordare i migliori Steelheart; il seguito è molto variato ma con grande classe e ispirazione, miscelando venature heavy a ottime melodie e spunti alle keyboards; la voce del singer è davvero notevole come estensione ma si distingue in particolare per la sua possenza e la carica epica che dà. Il suono come ci si può attendere dalla descrizione della line-up è pieno ed elaborato, con una sovrapposizione di linee ben studiata e un buon bilanciamento tra tutte le parti così come tra potenza e melodia in tutti i momenti. Una menzione a mio avviso tra tutte le parti strumentali va alle tastiere, che riescono in ogni pezzo a essere originali e di complemento, a volte essendo molto appariscenti, a volte restando nel background. Per la parte di produzione il suono è molto carico, pieno, con occasionali sbavature che cercano di renderlo quanto più caldo e ruvido è possibile, quindi con difetti che sono molto probabilmente voluti. A tal merito va poi aggiunto, mi scuso se non l’ho annunciato subito, una certa venatura bluesy in alcune song, come la notevole “I ain’t gonna drown”. Termino, chiaramente, consigliando molto caldamente questo lavoro a tutti gli appassionati di Hard’n Heavy, senza il minimo timore che vi possa deludere. Buon ascolto!

Nikki

LAST IN LINE
“II”
(Frontiers)

Line up: Andrew Freeman – vocals, Vinny Apice – drums, Phil Soussan – bass, Vivian Campbell - guitars

Tracklist: Intro, Blackout The Sun, Landslide, Gods And Tyrants, Year Of The Gun, Give Up The Ghost, The Unknown, Sword From The Stone, Electrified, Love And War, False Flag, The Light

Cosa dire se non gioire per questa nuova uscita dell'ex band del mitico Ronnie James Dio? Eh si...i Last In line sono qui al secondo album a distanza di circa 3 anni dal primo “Heavy Crown” targato 2016 nel quale praticamente c'erano tutti i co-writers di album memorabili quali “Last In Line” e “Sacred Hearts” dei Dio, appunto. E stiamo parlando dei signori Appice, Bain e Campbell, non so se rendo idea!!! Purtroppo Mr.Bain ha lasciato e per questo ultimo “II” ed è stato sostituito da un altro comunque eccellente bass player, Phil Soussan (ex Ozzy Osbourne) mentre il resto della line up è rimasta immutata. I nostri, con l'ausilio dell'ottimo frontman Andrew Freeman ci regalano un'altra chicca di sano e puro hard rock reminiscente ovviamente R.J Dio solista ma anche Rainbow, MSG e con un groove elettrico da far invidia a tantissime band attuali. La classe non è acqua e qui viene messa al servizio delle canzoni cesellando autentiche tracce pregne di adrenalina controllata da iniezioni di melodia ma, sempre e comunque, pulsanti di duro ed incontaminato rock! Se dovessi scegliere opterei per le due più veloci e potenti 'Year of The Gun' e 'Electrified', autentiche micce pronte ad esplodere nel vostro impianto stereo. Poi una menzione d'onore va al sempre grande guitar player - ma anche hero – Vivian Campbell, da sempre un'ottima ascia che al momento giusto passa da un riff aggressivo e tagliente ad un solo di pregevole fattura e ottima tecnica. Il disco non perde di energia in nessuna song ed è promosso quindi a pieni voti. Bravissimi!

Roby Comanducci

INGLORIOUS
“Ride To Nowhere”
(Frontiers)

Line up: Nathan James – lead vocals, Andreas Eriksson – lead guitar and vocals, Andrew Lowe – rhythm guitar & vocals, Colin Parkinson – bass, acoustic guitar and vocals, Phil Beaver – drums, percussion and vocals, Tony Draper – hammond & piano.

Tracklist: Where Are You Now?, Freak Show, Never Alone, Tomorrow, Queen, Liar, Time To Go, I Don't Know, While She Sleeps, Ride To Nowhere, Glory Days

Terzo lavoro in studio por questa eccelsa band della terra d'Albione che, a tutt'oggi, viene considerata come una delle migliori promesse del panorama hard rock in UK (ma non solo) e, nella madre patria stanno godendo di un vasto airplay e supporto tra kids e pubblicità (tra l'altro “II” è arrivato alla posizione n°1 nella Uk Rock Charts nel 2017!). Già ero rimasto stupito dal loro esordio omonimo ma anche il secondo album “II” si attestava su livelli elevati e questo nuovissimo “Ride to Nowhere” non fa che confermare la mia tesi/parere sul combo musicale. Un album che pesca sapientemente dal passato (fine settanta prima metà degli eighties) con però una produzione ovviamente moderna e più aggressive e quel pizzico di originalità che non guasta mai. Tanto per intenderci: i nostri strizzano l'occhio a Whitesnake, Deep Puple, Glenn Hughes solista e si attestano sulla linea dei più recenti Blue Pills, Blackberry Smoke et similia con però una sezione tecnica (parlando non dei gruppi storici menzionati ci mancherebbe ma di quelli più recenti...nda) forse più elaborata. Poi come non rimanere estasiati dall'ugola del bravissimo singer Nathan James che da solo detta gli stilemi di questo album ma viene comunque aiutato da una coppia di guitar players sopraffini, una sezione ritmica pulsante e precisa e il contributo di keyboards e hammond ad arricchire il tutto. A questo aggiungete che dietro la consolle del mixer ha prestato servizio un tale Kevin Shirley che vanta lavori/collaborazioni nientepopodimeno che con Led Zeppelin e Aerosmith e mi direte cosa potrebbe esser uscito da quello studio di registrazione se non un lavoro superlativo. Il loro sound non è cambiato di una virgola in questi tre album e ci propone sempre il giusto mix tra hard rock e atmosfere bluesy sapientemente dosate. Le tracce sono superlative sin dall'opener 'Where Are You Now?' scelta anche come singolo che rispecchia in pieno tutto il disco; suadente, armonica, ricca di pathos nei vocalizzi di James e supportata da un guitar riffing da paura. 'While She sleeps' l'avrei vista bene anche cantata dal mitico Glenn Hughes (complimento non da poco direi...nda) mentre la title track ti aggredisce per il suo impeto e la sua pomposità. Menzione d'onore per la perla dell'intero disco: stiamo parlando di 'I Don't Know' che miscela parti sognanti e melodiche a riff taglienti ma si fa amare per la progressione vocale e il rock quasi sinfonico delle chorus line e della voce del singer nel ritornello che farebbe innamorare anche un sasso. Non si può rimanere indifferenti, questo “Ride To Nowhere' è un piccolo capolavoro.

Roby Comanducci


 

STARBREAKER
“Dysphoria”
(Frontiers)

Line up: Tony Harnell – vocals, Magnus Karlsson - guitars, keyboards, backing vocals, Jonni Lightfoot – bass, Anders Köllerfors - drums

Tracklist: Pure evil, Wild butterflies, Last december, How many more goodbyes, Beautiful one, Dysphoria, My heart belongs to you, Fire away, Bright star blind me, Starbreaker.

Ho sempre amato Tony Harnell, indubbiamente una delle ugole migliori che il panorama hard rock (e non solo) abbia partorito dagli eighties sino ad ora, dai suoi inizi coi mitici e bravissimi TNT fino ai suoi lavori solisti. Diciamo che, col passare del tempo, la sua voce è migliorata; ai tempi di 'Tell No Tales' il nostro arrivava a ottave impossibili per altri singer e la voce era sì potente ma molto 'fine' e tagliente, adesso invece oltre ad aver mantenuto intatta la sua estensione vocale ha sviluppato anche una tonalità più matura e avvolgente, praticamente irresistibile. E quindi lo ritroviamo qui con il suo side project Starbreaker che, se non erro, è arrivato al terzo disco dopo una pausa quasi decennale (l'ultimo risale al 2008 "Love's Dying Wish"...nda). Con questa band il nostro si cimenta su territori leggermente differenti dai TNT ma mantiene molto dello stile di quella formazione, soprattutto sul fattore armonico-eufonico. In questo project il nostro è stato sempre coadiuvato dall'altro fondatore e vero 'deus ex machina' Magnus Karlsson, eccelso guitar player nonchè keyboards player e backing vocals proveniente da band quali Primal Fear (nei quali è tuttora presente) e Allen/Lande. La miscela di potenti riff di chitarra (che a volte vanno a strizzare l'occhio ai maestri Judas Priest) con atmosfere comunque ricche di pathos ricavate da ottime chorus line, ritornelli ammiccanti, un pregevole arrangiamento generale e la superba voce di Harnell, contribuiscono a rendere questo “Dysphonia” un album frizzante ed energico ma anche ammaliante nel suo incedere. Ci sono momenti quali l'opener 'Pure Evil' che sfiorano quasi lo speed e rimembrano i grandi Primal Fear ed altri che ci regalano un elegante hard rock come 'Wild Butterfilies'. Ma abbiamo anche song come 'My hearts belongs to you' che strizzano l'occhio all'Aor mantenendo però un ritmo sempre energico e mai troppo edulcorato ed altre tracce dedite ad eufonie da ampio respiro e semi ballad come l'intensa 'Beautiful One' o la stupenda e melodica 'Bright star blind me' (con un pregevole solo di Karlsson e l'interpretazione superlativa di Tony!). Da segnalare anche la cover dei Judas 'Starbreaker' come ultima traccia. Un disco quindi piacevole e gradevole in tutte le song presenti, fateci seriamente un pensierino!!!!

Roby Comanducci

 

KANE ROBERTS
“The New Normal”
(Frontiers)


Line up: vocals – Kane Roberts, Kane, Alice Cooper, Alissa White-Gluz, Katt Franich, Guitars – Kane Roberts, Evan Magness, Nita Strauss, bass - Kip Winger, Ed“Special Ed” Modigliani, Johnny 5, Betty Has Eyes, keyboards - Scot Lang, Paul Taylor, Alex Track, drums - Ken Mary, Christopher Tisi, Alex Track, percussion - Alex Track, background vocals - David Balfour, Kip Winger, Kane Roberts, Ken Mary

Tracklist: King of the world, Wonderful, Beginning of the end, Who we are, Forever out of place, Leave this world behind, The lion’s share, Leave me in the dark, Above and beyond, Wrong

Parlando di Kane Roberts si va davvero indietro nel tempo, ovvero fino all’iconico album “Constrictor” di (serve dirlo?) Mr. Alice Cooper, in cui Kane fa il suo esordio poco prima di lanciarsi in una lunga e proficua carriera; durante tale carriera ove si alternano senza pause collaborazioni, apparizioni da guest, sessioni da turnista, composizioni (con un numero impressionante di successi internazionali in questo ruolo) e infine, anche album da solita (sebbene non molti). A proposito di apparizioni da ospite menzioniamo che peraltro Mr. Furnier alias Alice Cooper ha a sua volta un suo ruolo in questo stesso disco, nella parte di lead vocalist in “Beginning of the end”. L’elenco delle collaborazioni di Mr. Roberts negli anni è davvero molto lungo così come peraltro la lista degli ospiti in questo platter, quindi vi dico, andate a controllare su Internet il parterre de roi mentre io vi dò il mio modesto parere su questo disco. Un’ottima definizione di quanto vi attende su questo disco lo dà la press release (perché non citarla, una volta tanto?): si tratta di un perfetto connubio tra vecchio e nuovo metal. Intesi entrambi nel senso più ampio possibile e senza limitazioni di maniera. Per vecchio metal non si può che far riferimento a quello più di ampio riscontro negli 80’s, quindi street, sleaze ma anche hard ‘n ‘eavy (andiamo da Alice Cooper stesso a Whitesnake, Skid Row o anche Judas Priest) il tutto abbondantemente contaminato dal Nu metal di maggior riscontro negli ultimi anni (penso ai Linkin’ park, ma anche ai Korn) in un’operazione che a primo acchito potrebbe sembrare eccessivamente spuria ma si rivela invece di successo grazie alle doti di guitar player ma anche compositore e arrangiatore esperto di Kane. L’inizio è dominato dalle influenze più recenti, con potenti riff quadrati e strutture molto sincopate nelle song, ma su cui si innesta senza problemi un lavoro stilistico e anche tecnico nella parte solista decisamente azzeccato. Si sente qualche nota più d’annata in “Who we are”, chiaramente influenzata dalle power ballad 80’s, così come la successiva “Forever out of place”. Una seconda parte più contaminata dalle influenze vecchio stile culmina a mio parere in “Above & Beyond” prima di un’ottima sintesi con “Wrong”. In generale è però vero che il disco vive di una sua complessità sempre sostenuta dalla perfetta perizia strumentale dei suoi esecutori, senza cali di toni e con un amalgama assolutamente invidiabile. Se è facile intuire come l’orecchiabilità di certi pezzi li abbia già facilmente resi dei radio hit, non si può negare come quest’operazione “commerciale” sia condotta con ottima padronanza della tecnica compositiva ed esecutiva, con spazio ai virtuosismi come in “Leave this world behind”, produzione perfettamente calibrata, pathos e atmosfera (sempre nella stessa traccia appena citata). Questo disco merita assolutamente l’ascolto per tutte le ragioni dette, per come sintetizza differenti stili, per come sa coniugare tecnica e attenzione per il vasto pubblico, senza sbavature commerciali, e io direi soprattutto per come sa proporre l’heavy in versione moderna in modo passionale e ricercato, nonostante l’operazione sia apparentemente impossibile. Ovviamente un gran bel disco che consiglio.

Nikki

 

TOBY HITCHCOCK
“Reckoning”
(Frontiers)

Line up: Toby Hitchcock – vocals, Daniel Flores – keyboards & drums, Michael Palace – guitars & bass. Yngve “Vinnie” Stromberg – drums & percussions.

Tracklist: No Surrender, Promise me, Show me how to live, Behind the lines, Fighting for my life, Serenity, Queen Unotuchable, Gift of flight, Don’t leave, This is our world, Someone like you

Toby Hitchcock non è un nome nuovo per i veri appassionati di AOR/Hard melodico, essendo assurto alla celebrità con gli acclamati Pride Of Lions; questi ultimi tanno tuttavia attraversando un momento di pausa di cui ha approfittato il talentuoso singer per incidere questa nuova opera con cui deliziarci tramite le sue eccellenti doti vocali. Un lavoro che nasce con un filo direttissimo con la band madre direi, con un’effettistica molto pregna a riempire le basi di tutti i pezzi, ed uno stile negli arrangiamenti estremamente “radio friendly” e, diciamolo, ottantiano, ad aprire la strada per l’ugola di Toby. Non si tratta però di un disco noioso: innanzitutto, pur nell’ultraproduzione che non può che caratterizzare un lavoro del genere, si riconosce uno stile armonico e ritmico di tutto rispetto, che naturalmente ha le sue solide radici nel genere originale ma non disdegna ispirazioni più hard rock, perfettamente commistionate ad alcune suggestioni quasi prog. Sul punto degli arrangiamenti non mancherei di segnalare che tra i membri della band ritroviamo Michael Palace, già al lavoro con gli Steelheart e di cui ricordiamo il recentemente uscito (e splendido) “Binary Music”. Devo essere sincero nel dire che in realtà la produzione, pur essendo curatissima, secondo me non è perfetta, lasciando in effetti poco spazio ai singoli strumenti, sacrificati per un maggior spazio armonico alle linee vocali. Tuttavia questo effetto è probabilmente voluto proprio per dare più spazio all’estensione vocale straordinaria di Toby, che esce perfettamente rappresentata in questo lavoro, e meritoriamente. Il disco parte fortissimo con l’antemica “No surrender” per poi proseguire con altre melodie molto epiche (“Promise me”, “Fighting for my life”) intervallate dall’occasionale lento (“Show me how to live”); nella seconda metà del disco si segnala un altro inno power rock molto coinvolgente, “Queen Untouchable”, ove la voce riesce a dare una prova di potenza e pathos assolutamente inusitata, mentre la successiva “Gift of flight” è una power ballad molto coinvolgente. Il finale del disco prosegue sullo stesso stile fino a un nuovo pezzo epico e dai cori orecchiabili come “Someone like you”. Che dire per chiudere? Che non posso che consigliare questo ottimo lavoro AOR/easy listening, appassionerà gli amanti del genere come dell’hard rock in generale. Ve lo consiglio assolutamente, il talento merita attenzione.

Nikki



JETBOY
“Born to Fly”
(Frontiers)

Lineup: Mickey Finn - lead vocals & harmonica, Fernie Rod - rhythm + lead guitar & vocals, Billy Rowe – rhythm/slide guitar & vocals, Eric Stacy – bass, Al Serrato – drums.

Tracklist: Beating The Odds, Born To Fly, Old Dog New Tricks, The Way That You Move Me, Brokenhearted Daydream, Inspiration From Desperation, All Over Again, She, A Little Bit Easy, Every Time I Go, Smoky Ebony, Party Time!

Cosa dire amici miei: questo disco lo aspettavo da tempo poiché stiamo parlando di una delle migliori street rock band che gli anni ottanta abbiano mai partorito. I Jetboy purtroppo non hanno mai avuto il giusto riconoscimento in quantro a popolarità e vendite offuscati sicuramente da band del momento quali Guns 'n Roses, L.a.Guns, Skid Row che, in quanto a potere commerciale e pubblicità, non hanno lasciato scampo a nessuno e quindi i nostri sono rimasti sempre relegati a band di 'serie B' come interesse dal grande pubblico (non come qualità, attenzione!!). Enorme errore ...enorme!!! I fondatori del gruppo Finn-Rod-Rowe ancora qui presenti in line up fecero due dischi di potente ed ammaliante street rock-metal ('Feel The Shake' 1988 e 'Damned Nation' 1990) che rimarranno scolpiti nella mente dei fans di allora come autentiche pietre miliari del settore. Ora, dopo 28 anni tornano al full lenght album (se facciamo eccezione delle varie raccolte e di un Ep 'Off Your Rocker' targato 2010) con tanta grinta e con al basso nientepopodimeno che il bassista della gloriosa prima line up dei Faster Pussycat, Mr. Eric Stacy! Il disco suona bene, ben arrangiato ma molto diretto nel suo incedere e, anche se non eguaglia la maestosità dei due storici album appena citati, si fa valere e possiamo essere soddisfatti del ritorno di Finn e soci. Tra l'altro la voce particolare, col suo timbro ruffiano ma al contempo tagliente e graffiante del singer, che da sempre è stata marchio di fabbrica della band qui viene fuori ancora bene e non risente molto dei quasi trent'anni passati. Questo “Born To Fly” parte in pompa magna con la traccia migliore, quella 'Beating The Odds' che non avrebbe sfigurato sul bellissimo “Damned Nation “ del 1990. Potente, cattivella e speedy, ci presenta una band di cinquantenni ancora con la voglia di rockare e far casino al pari di imberbi diciottenni. Ottimo. La successiva title track invece non entusiasma più di tanto ma si lascia ascoltare mentre su ritmi di nudo e crudo street rock parte 'Old Dog New Tricks'. La successiva ' The Way That You Move Me' è una song semi acustica molto melodica ma non melensa che rimanda a certi lavori solisti del bravo Izzy Stradlin. 'Brokenhearted Daydream' invece riporta il sound su un heavy rock molto Ac/Dc oriented a cui segue una coppia di buone street song quali 'Inspiration From Desperation' e 'All Over Again' per arrivare a 'She' song assolutamente dedita ai classici cliché del genere e quindi viziosa, con un ritornello orecchiabile e commerciale e l'immancabile telefonata della figona di turno che parla al telefono nel bel mezzo della song! Poco originale quindi ma di sicuro effetto, soprattutto per i nostalgici. Più energica e ricca di adrenalina e di un buon riff di chitarra la successiva ' A Little Bit Easy' che precede la più “radiofonica” 'Every Time I Go'. Sicuramente più interessante 'Smoky Ebony' con il suo bluesy e hard'n'roll di base che col suo ritmo cadenzato ammalia l'ascoltatore e ci porta quindi all'ultima traccia, 'Party Time!' abbastanza anonima ma comunque gradevole nel suo incedere. Conclusioni?? I Jetboy sono tornati dopo quasi tre decadi e si sono presentati con un prodotto onesto, sicuramente non un masterpiece, ma ben studiato e con la giusta verve per fare ancora breccia in qualche cuore....e noi glielo auguriamo fortemente, con la speranza di rivederli on stage da qualche parte!

Roby Comanducci

PALACE
“Binary Music”
(Frontiers)

Line up: Michael Palace – vocals, chorus, guitars, bass, keyboards, harmonica, sax, Daniel Flores – percussions, Oscar Bromvall – guitar solo on "Julia"

Tracklist: Binary Music, Tears Of Gaia, Nothing Personal, Promised Land, Love Songs, Dangerous Grounds, Queen Of The Prom, Who's Counting Time, Julia, To Have And To Hold

Parlavamo poche settimane fa dell’ultimo lavoro live degli Steelheart, menzionando la variegata attività di Matjievic … tra i suoi turnisti è stato presente anche Michael Palace, che dopo una lunga e apprezzata attività di polistrumentista approda qui a un disco tutto suo dove in effetti occupa tutti i ruoli meno quello del batterista, suonando tutti gli strumenti (meno un “cameo” alla chitarra di Oscar Bromvall nel solo di “Julia”) e cantando. Non voglio dilungarmi sulle notevoli collaborazioni di Michael, per parlare invece delle sue composizioni su cui si possono trarre delle interessanti dissertazioni … partiamo dal genere o meglio dall’atmosfera generale che si respira in questo platter; si parla naturalmente di un AOR/Hard molto melodico, con notevoli digressioni tecniche di buon livello che facilmente sconfinano nel progressive settantiano. Ci sono però anche notevoli attenzioni alla parte ambientale e di tastiere, con muri di suono ben studiati e non fini a se stessi, complessi ma coinvolgenti. Nella prima song, “Binary Music” che da il titolo al disco, addirittura il richiamo agli 80’s più melodici è evidente con uso esteso di synth e un certo richiamo al pop più sperimentale; al contempo, nel resto del disco si impone invece un’alternanza/contrasto tra parte ‘eavy e parte melodica come da più canonico copione del genere. E’ da menzionare peraltro che la verve compositiva è di ottimo livello per un musicista che da turnista non ha potuto che operare per tutta la sua carriera su spartiti altrui; non si può non osservare quindi come Michael introietti in modo decisamente personale il genere esprimendolo con carattere e personalità. La produzione è assolutamente eccezionale, pulita e con una resa molto apprezzabile di tutti gli strumenti; è inoltre molto calda e non asettica, trasmettendo perfettamente la verve esecutiva di ogni parte. In questo non si può non notare come la lunga esperienza in studio dell’autore debba essere stata fondamentale. Un’altra importante osservazione deve riguardare la qualità vocale espressa, assolutamente eccellente per un polistrumentista; la voce di Michael è fortemente espressiva e si adatta perfettamente al ruolo, tra parti più graffianti e momenti di maggior estensione ed espressività (penso a “Tears of Gaia” ad esempio). Concludendo, si tratta di un ottimo lavoro per i nostalgici di qualche decade fa, ma al contempo un’opera realizzata con professionalità e impegno, e perizi tecnica assolutamente notevole. Un gran bell’acquisto senza dubbio.

Nikki

DEVIL'S HAND ft. Slamer – Freeman
“Devil's Hand ft. Slamer - Freeman”
(Frontiers)

Line up: Andrew Freeman – vocals, Mike Slamer – guitars, bass, keyboards, Chet Wynd – drums

Tracklist: We Come Alive, Falling In, One More Time, Another Way To Fly, Drive Away, Justified, Rise Above It All, Devils Hand, Unified, Heartbeat Away, Push Comes To Shove

Potente, energico e granitico questo nuovissimo side project del produttore/songwriter ed eccelso guitar player Mike Slamer (...Steelhouse Lane, Seventh Key, Slamer, Terry Brock, Streets featuring Kansas singer Steve Walsh, City Boy and more... ) che ci delizia con un crescendo maestoso di pompous (e a tratti anche symphonic) hard rock. Con la collaborazione alla voce di un vero talento quale Andrew Freeman (Last in Line) ci troviamo di fronte ad un prodotto maturo che strizza l'occhio agli eighties per sontuosità sonora ma risulta comunque fresco ed appetibile anche per i 'palati più giovani'. Se siete amanti del suono prodotto coi lavori nei Seventh Key beh....allora dovete comprare ad occhi chiusi il suddetto album ma, in ogni caso, “Devil's Hand” si discosta ugualmente dalla band appena menzionata essendo capace di intrecci musicali ed eufonie cariche di adrenalina ma al tempo stesso ridondanti intense eufonie/armonie che contribuiscono ad impreziosire tutte le song presenti. Se volete scatenarvi ascoltate immediatamente 'Drive Away' che coi suoi stop & go e le sue accelerazioni vi farà sudare in un magico hair guitar in salotto ma anche la potente 'Another Day to Fly' quasi anthemica nel suo incedere e impreziosita da un riff-work tagliente e assassino. Inizio con basso pulsante e chorus line da paura ci presentano invece il corposo hard rock di 'Rise Above it all' senza dimenticare l'up tempo di 'Push Comes To Shove' con un sempre altissimo guitar work sia in fase ritmica che solista, ma le emozioni sono inebrianti anche in brani più 'radiofonici' come la stupenda 'Heartbeat Away' o l'opener 'Alive'. Non aggiungo altro se non l'invito di correre a regalarvi per Natale questo dischetto!

Roby Comanducci

MAGIC DANCE
“New Eyes”
(Frontiers)

Line up: Jon Siejka – vocals, Jack Simchak – guitars, Tim Mackey – guitars, Mick Peninston – bass

Kevin Krug – bass, Kevin McAdams – drums.

Tracklist: You’re holding back, Never go back, These four walls, Please wake me, Cut beneath the skin, When nothing’s real, Better things, For a time (The end of my world), Looking for love, New eyes.

Cercherò di non spaventare troppo i lettori con questa introduzione, ma questo album pur affondando pienamente le radici negli anni ’80 che molti di noi adorano non è esattamente ispirato da quella parte che, in mille declinazioni (‘Eavy, Sleaze, thrash…) del metal ha appassionato la maggior parte di noi, riprende invece di primo impatto tutte quelle influenze più pop (Synth, tastiere, effettistica, campionature) che forse a un primo impatto possono lasciare dubbiosi, naturalmente se non usate dai maestri dei relativi generi. Ma così non è pur essendo i Magic Dance una band giovanissima e al primo Full length; si tratta in effetti di un progetto che è partito da una base puramente effettistica/elettronica, su cui ha poi nel tempo ha opportunamente amalgamato elementi pop, prog, a tratti anche power rock, passando queste fasi negli EP che hanno preceduto questa uscita; e arriva infine a dare alla luce questo album completo, dove tutte le fonti di ispirazione della band vengono perfettamente impiegate. La storia della band parte dal fondatore Jon Siejka, singer e polistrumentista, che ha iniziato un progetto elettronico/ambient, successivamente elaborato con altri influssi, come ho detto; a seguito di una significativa attività da one man band si è però giunti allo stato attuale, dove una vera formazione è presente e si è occupata del lavoro in studio. Lavoro che sorprende perché, dopo un inizio prettamente pop oriented (You’re holding back) fa subentrare una vena più riflessiva (Please Wake me up); nello stile del disco man mano nel proseguire delle canzoni di fanno sempre più sentire gli influssi rock oriented, con significative digressioni prog (Cut beneath the sky, For a time), anche se alternate a rimandi al progetto iniziale di Siejka, molto vicino al pop di meta 80’s. L’insieme del disco non è però sbilanciato in alcuna direzione, né come orientamento musicale né umorale (più easy listening inizialmente, più riflessivo nella seconda metà, ma senza stacchi bruschi). La produzione è di elevato livello, con un suono estremamente pulito e pieno, perfettamente adatto a far sì che le tastiere riempiano senza essere eccessive, ponendosi anzi a volte come base ideale per fraseggi alla chitarra molto interessanti (Looking for love). Concludendo, un disco che a dispetto dell’apparenza vi stupirà per la sua varietà e l’originalità compositiva di cui è permeato, e quindi naturalmente un acquisto molto consigliato.

Nikki



STEELHEART
"Rock in Milan"
(Frontiers)

Line up: Miljenko Matijevic – vocals and guitar, Kenneth Kanowski – lead guitar and vocals, Mike Humbert – drums, James “REV” Jones – bass and vocals

Tracklist: Blood Pollution, Livin’ the life, Gimme Gimme, Like never before, Live to die, My Dirty girl, She’s gone, Cabernet, Drum solo, Everybody loves Eileen, Rock’n roll (I just wanna), I’ll never let you go, We all die young

Da un certo punto di vista mi mette in estrema difficoltà scrivere questa recensione, da un altro è però un atto molto piacevole. Molto piacevole perché parliamo degli Steelheart, immarcescibili alfieri dell’Hair metal ottantiamo suonato con orgoglio e di classe cristallina, una band che comunque non si può ignorare in ogni sua uscita. Tuttavia molto pedestremente ci si può chiedere cosa scrivere di un live, che non fa che suggellare l’ennesimo ottimo show della loro pluridecennale carriera. In realtà ci sono molte interessanti cose da scrivere. Innanzitutto ricordiamo il luogo di questo show, ovvero l’edizione 2017 del Frontiers music festival, che si è tenuta ad Aprile 2017 al Live di Trezzo sull’Adda, evento live e locazione ormai classici per tutti gli appassionati e che certamente non poteva che meritare la celebrazione di questa pubblicazione; tutti riconosceremo infatti che è certamente essenziale alla riuscita di questo disco lo straordinario calore del pubblico che si sente assieme all’esibizione della band, oltre che alla resa acustica della band nella splendida cornice data da questo festival. A questa inevitabile considerazione si aggiunge una nota sentimentale ma assolutamente valida, ovvero che in questo disco per l’ultima è possibile ascoltare il lavoro alla chitarra di Kenny Kanowsky, axe-man dell’ultimo disco dell’epoca iniziale della band, “Wait”, a cui si era riunito da poco, purtroppo dipartito due mesi dopo questa registrazione. Per la cifra artistica di questo lavoro, possiamo dire che contiene un’anticipazione di “Through the world of stardust”, ultimo album in studio che arriverà pochi mesi dopo questo concerto, nella forma del singolo “My dirty girl”, per il resto contiene una lunga e piacevole digressione lungo tutta la carriera della band USA, da “Like never before” a “She’s gone”, da “Everybody loves Eileen” a “I’ll never let you go”; fanno parte e sono gradite aggiunte le track celeberrime tratte dalla colonna sonora di rockstar, come l’opener “Blood Pollution”, a costruire un ideale percorso che non può che concludersi con “We all die young”. In linea generale, devo dire che la resa acustica live è veramente eccezionale, la pulizia dei suoni estremamente gradevole, l’impatto vocale della giustamente celeberrima voce di Miljenko perfettamente reso dalla registrazione. La band suona perfettamente, con grinta pathos e verve e i cori stanno a testimoniare l’assoluto coinvolgimento del pubblico. Cosa aggiungere? Un disco di grande pathos e atmosfera e una perfetta resa di un grande live, un grande festival e una band assolutamente fuori dal comune. Una testimonianza insomma, assolutamente da non perdere.

Nikki

STEPHEN PEARCY
“View to a Thrill”
(Frontiers)

Line up: Stephen Pearcy- lead vocal-back up vocals, Erik Ferentinos - all guitars - rhythm & lead guitars, back up Vocals, keys, Matt Thorne - bass guitars, keys, back up vocals, Scot Coogan – drums

Tracklist: U Only Live Twice, Sky Falling, Malibu, One In A Million, Double Shot, Secrets To Tell, Not Killin’ Me, Dangerous Thing, I’m A Ratt, From The Inside, Violator

Ero rimasto talmente estasiato dal penultimo disco solista dell'ugola storica dei Ratt, quello “Smash” che aveva dato lustro a un eccellente interprete qual'è Mr.Pearcy e aveva sviluppato e ragalato a tutti noi la parte più originale ed introspettiva di questo artista discostandosi (finalmente) dal sound di chiara matrice Ratt che, dopo l'ascolto di qyuesto nuovissimo “View to a Thrill” sono rimasta alquanto spiazzato. Cosa dire: il nostro con questo album abbandoma le atmosfere intimiste e originale di “Smash” (ma anche la forza e l'energia che sprigionava attenzione) per partorire un disco che sembra fatto dalle b-sides mai pubblicate della band che gli ha dato il successo e la fama negli eighties. Non voglio con questo dire che trattasi di un brutto disco ma onestamente mi aspettavo uno sviluppo di “Smash” e non un ritorno con un disco che potrebbe benissimo far parte della discografia dei 'Topi' più famosi del music world. Le tracce comunque sono valide e ammiccanti ma peccano di originalità in quanto a fine disco non riesco ad estrarne una in particolare o ricordare un ritornello al posto di un riff particolare o altro ancora. Un sound molto lineare, un buon compitino quindi che farà piacere sicuramente ai fans dei Ratt, ai tanti glamsters ancora sparsi per il pianeta e a chi ha ancora tanta voglia del sound ammaliante e ruffiano dei mitici anni ottanta. Valido album per un party tra amici in compagnia di ottimi drink e belle ragazze, nulla più.

Roby Comanducci

 

RED DRAGON CARTEL
“Patina”
(Frontiers)

Line up: Jake E. Lee – guitars, Darren James Smith – vocals, Anthony Esposito – bass, Phil Varone – drums.

Tracklist: Speedbag, Havana, Crooked Man, The Luxury of breathing, Bitter, Chasing Ghosts, A painted hearth, Punchclown (bonus track), My Beautiful Mess, Ink & Water

Lo devo ammettere, il primo impatto con il nuovo disco dei Red Dragon Cartel è stato spiazzante; ma, con un minimo di approfondimento, devo dire, faccio autocritica e riconosco di essere partito dalle basi sbagliate per valutare questo lavoro. Vale la pena fare un passo indietro e ricordare di chi stiamo parlando, ovvero, della band creata da Jake E. Lee, leggendario chitarrista di “Bark at the Moon” e “The ultimate Sin”, qualcosa di più di un punto focale della carriera di Ozzy Osbourne; oltre a questo il nostro era all’opera a quei tempi in varie collaborazioni di spessore e con progetti propri come i Badlands; ma proprio questo pedigree così importante non deve trarre in inganno; i Red Dragon Cartel, ovvero la band che il chitarrista statunitense dopo un lungo periodo di stop ha messo in piedi nel 2014, è stata infatti pensata per permettergli di parlare il genere musicale ora più a lui congeniale, ben lontano dal metal dal riffing aggressivo suonato con Ozzy o dagli altri lavori in ambito street/hair metal; siamo invece giunti ad un hard blues con forti contaminazioni, che toccano tutti i generi precedenti ma senza enfasi, e realizza invece un originalissimo mix tra influenze anche lontane da loro di decenni, che vanno dagli Zeppelin più maturi, al guitar playing ottantiano più sleaze, al pathos di certo AOR e anche Hard Rock più decenti, per un mix decisamente sopra le righe. Per essere un lavoro che esprime l’idea musicale di un guitar man certamente di altissimo livello, trovo che la cosa più positiva sia la perfetta amalgama tra gli strumenti che si trova nel disco; anzi forse la parte che spicca di più sono le linee vocali, grevi, aspre, perfettamente riconoscibili e che danno un notevole marchio stilistico a tutto l’album. La produzione a sua volta è devota al cercare pathos e intensità, e a NON far suonare la combo degli strumenti come un insieme armonico ma una sovrapposizione di parti ruvide e aggressive; le linee di chitarra fortemente distorte e appesantite sono al tempo stesso disomogenee rispetto a quelle di basso e allo stesso tempo creano un insieme potente ed espressivo; la ritmica è poi completata dalla batteria, per la quale è stata scelta una resa non perfettamente pulita ma profonda, quasi a voler far apparire il tutto preso da un’esibizione live. Questo discorso apparentemente bizzarro è, per me, il modo migliore per esprimere il particolare lavoro compiuto alla produzione, a opera di Jake E. Lee stesso e del bassista Anthony Esposito. Il commento tecnico si può concludere notando come le parti di chitarra siano notevolmente espressive ma senza essere coprenti; le parti soliste sono notevoli e di ottimo gusto e fattura, la perfetta finitura per questa manciata di pezzi. Non c’è insomma come può a volte capitare in lavori di questo tipo un’eccessiva enfasi sullo strumento del musicista oggettivamente leader della band come carisma e carriera. In definitiva, il disco risulta originale, interessante, con una grande verve e delle rifiniture stilistiche di altissimo livello, un ottimo hard blues che non posso che consigliare a tutti i nostri lettori.

Nikki

SEVENTH WONDER
“Tiara”
(Frontiers)

Line up: Johan Liefvendhal – guitars, Andreas Blomqvist – bass, Tommy Karevik – vocals, Andreas Soderin – keyboards, Stefan Norgren – drums.

Tracklist: Arrival, The Everones, Dream Machines, Against the grain, Victorious, Tiara’s Song, (Farewell Pt.1), Goodnight (Farewell Pt. 2), Beyond Today (Farewell Pt. 3), The Truth, By the light of the funeral Pyres, Damnation below, Procession, Exhale

Dalla Svezia ci giunge questa interessante novità, il quinto disco dei prog metallers Seventh Wonder, un nuovo capitolo della loro ormai quasi ventennale carriera, un lavoro molto vario e ricco di influenze, che ci dimostra perfettamente come sia stato possibile per loro guadagnarsi un’ottima nomea a livello europeo tra gli esigenti fan del genere, gratificata poi da importanti partecipazioni a numerosi festival del genere e non, oltre a una importante attività live, che prosegue a tutt’oggi. Lo ammetto, io non sono un grande amante del genere, fatti salvi alcuni, non tutti, dei suoi alfieri più celebri; la cifra tecnica richiesta per esprimerlo porta spesso ad un appiattimento di quello che è per me il vero valore della musica, la capacità di improvvisare e comunicare con un mezzo così straordinario come le sette note; senza dilungarci però eccessivamente in discorsi estranei a questa recensione, possiamo dire che i Seventh Wonder sono riusciti a ottenere un grande risultato mantenendosi nello stretto sentiero dei canoni del genere. Intricate ritmiche arrangiate con complesse linee di chitarre e basso, spesso armonizzate con parti di tastiera non convenzionali, vengono in più frangenti interrotte e rivedute con inserti hard n eavy, power e in alcuni punti addirittura melodici/pop e/o radio friendly. La voce si staglia poi in modo estremamente chiaro sopra la parte strumentale, valorizzandosi e valorizzando le melodie senza essere subalterna, come a volte accade nel genere. Passando a una breve digressione sulle song, l’intro è affidato a Arrival, una strumentale dal tono quasi epic-metal, in realtà, per poi passare a una classica digressione prog con “The Everones”, anche se con elementi power nella ritmica. “Dream Machines”, “Against the grains” tornano al classico stile delle composizioni prog, con il linee ondivaghe e improvvisazioni solistiche, e specialmente la seconda è una composizione di ottima fattura. Il tono epico della band torna, ed è evidente, in “Victorious”, che aggiunge alla melodia una linea di tastiere che da un notevole Pathos di fondo. “Tiara’s song”, “Goodnight” e “Beyond Today”, unite da un ideale filo logico, identificato dai sottotitoli (Farewell, part I, II e III) costituiscono invece un duetto più orientato alla melodia, ove la voce del singer Tommy Karevik trova spazio per la sua espressività, in un crescendo molto coinvolgente. La successiva “The truth” si inserisce nel discorso melodico perfettamente ma lasciando in secondo piano la parte strumentale più metal per dare maggiore spazio alle linee sinfoniche delle tastiere. Le due successive “By the light of the funeral pyre” e “Damnation below” sono invece un deciso ritorno a ritmi più classicamente metal/prog, infine “Procession” è uno stacco incentrato su una interessante armonia vocale, che apre la strada per l’ottima e irruenta “Exhale” che chiude il disco. Un lavoro che denota un’ottima padronanza strumentale e un’interessante varietà di stili, e che non potrà che essere apprezzato dagli amanti del genere.

Nikki

 

IMPELLITTERI
“The Nature Of The Beast”
(Frontiers)

Line up: Chris Impellitteri - lead guitar, Rob Rock - lead vocals, James Pulli – bass, Jon Dette –  drums

Tracklist: Hypocrisy, Masquerade, Run For Your Life, Phantom Of The Opera, Gates Of Hell, Wonder World, Man Of War, Symptom Of The Universe, Do You Think I’m Mad, Fire It Up, Kill The Beast, Shine On

Cosa dire che non sia già stato detto e scritto sulla bravura e la cartura tecnico compositiva di Mr. Impelliteri? Il nostro guitar hero venuto alla ribalta in piena “era Mike Varney” (anche se il nostro non è stato uno dei pupilli del talent scout dei guitar heroes) nel lontano 1987 con un ep omonimo è da sempre stato etichettato come uno dei più validi pretendenti al titolo di speed metal guitar hero del pianeta, al pari del mito nordico Sua Maestà Malmsteen e pochi altri. A differenza di Mr. Rising Force il nostro chitarrista ha da sempre prediletto un sound più granitico ed heavy piuttosto che barocchismi e classicismi vari. Ad ogni modo Impellitteri è stato fautore di memorabili album, tra tutti il fenomenale 'Stand in Line' targato 1988 ma poi, nello scorrere del tempo, non è stato risucchiato dal music world e nonostante il mondo dei “velocisti della chitarra” sia scomparso a livello di business e commerciabilità generale, lui ha sempre continuato imperterrito a sfornare eccellenti full lenght albums. Eccolo quindi in questo ottobre 2018 uscire con un disco 'The Nature of The Beast' fresco, frizzante, potente e deflagrante come non mai. Pur facendo parte del Christian Metal Chris non si è mai definitivamente autodefinito tale ma questo è solo un appunto di cronaca...a noi interessa che suoni bene e questo album ci regala autentici momenti di goduria. Bellissimo il rifacimento in chiave speed-heavy del 'Fantasma Dell'Opera' , assolutamente da cardiopalma. Ma qui siamo al cospetto di un lavoro intelligente che ammalierà tutti i fans del grande guitar sound e della tecnica sapientemente dosata e calibrata con iniezioni di forti armonie e passaggi/fraseggi iperveloci ma assolutamente godibili e orecchiabili. 'Hypocrisy' è il giusto esempio di velocità e qualità cristallina del sound. Altro brano potente e quasi epico nel suo incedere è 'Gates Of Hell', ma in definitiva tutte le tracce sono degne di nota e non riesco a trovare brani in e brani out. E' l'insieme di tutte le canzoni che fa grande questo 'The Nature...' e quindi, se siete amanti del guitar sound ma siete anche incalliti metal defenders, questo disco fa assolutamente al caso vostro!

Roby Comanducci

 

ACE FREHLEY
“Spaceman”
(eOne Music/Audioglobe)

Line up: Ace Frehley – vocals, guitars, bass except tracks #1 and #3, Gene Simmons- bass on tracks #1 e #3, Anton Fig, Scot Cogan e Matt Starr - drums

Tracklist: Without you I’m nothing, Rockin’ with the boys, Your wish is my command, Bronx boy, Pursuit of Rock’n roll, I wanna go back, Mission to Mars, Off my back, Quantum Flux

Sono ormai più di tre lustri, dal 2002 esattamente, che Ace non milita in quella band che non può che essere una tra le predilette di tutti noi, i Kiss, di cui è stato indubitabilmente un elemento cruciale col suo riffing e il suo stile di chitarrista contemporaneamente dal solido background ruvido e graffiante, così come dall’esecuzione morbida e fluente, sia in fase di solo che in qu elle ritmiche catchy che li hanno caratterizzati; e in questi lunghi anni come se l’è passata? Bene indubitabilmente, sia sotto il profilo personale avendo finalmente ritrovato la sobrietà perduta, che sotto il profilo artistico arrivando con quest’opera alla terza uscita negli ultimi dieci anni. Senza perdere tempo procediamo con l’analisi del disco senza continuare a rimestare il passato, anzi, per dovere di cronaca, rimestandolo un’ultima volta per dire, doveroso, che un illustre collega di lungo corso coopera con Ace in due song, e si tratta nientemeno di sua maestà Gene Simmons, all’opera come bass player e compositore nell’opener “Without you I’m nothing”, caratterizzata dall’incedere cupo e dalla ritmica ‘eavy, così come nell’interessante “Your wish is my command” che ci riporta indietro di parecchi anni, senza essere scontata. Ricordiamo che nelle altre canzoni Ace si occupa del basso, mentre alla batteria si alternano Anton Fig, Scot Cogan e Matt Starr. Venendo al resto del disco, lo stile richiama molto decisamente i gloriosi 70s del nostro axe-man, all’opera anche alla voce, in più punti, con alcune digressioni più ottantiane, sullo stile del classico ‘eavy d’oltreoceano; decisamente apprezzabile l’attenzione data in tutte le canzoni agli arrangiamenti che vanno a sottolineare il suo stile solista decisamente peculiare che, diciamolo, è sostanzialmente la sua vera cifra di musicista. “I wanna go back” spicca tra le canzoni meno vicine allo stile dei Kiss e peraltro è anche quella dove lo stile vocale di Ace risalta maggiormente, si tratta di una ballad vigorosamente sostenuta da una linea di chitarra molto forte e con alcune armonizzazioni vocali non male. La pulizia del suono ottenuta in fase di produzione non è eccessiva e anch’essa secondo me va a cercare lo stile più sporco delle prime produzioni che hanno dato celebrità a Ace. Un disco così classicista ha comunque i caratteri per non stancare facilmente, lo si riascolta volentieri specie per riscoprire continuamente le invenzioni armoniche alla chitarra così come diversi pezzi decisamente accattivanti. Un ottimo consiglio, questo disco, per chi non disdegna un’opera al passo con i tempi, probabilmente proprio risultando decisamente fuori dal presente …

Nikki

 

NAZARETH
“Tattoed on my brain”
(Frontiers)

Line up: Pete Agnew – bass, Carl Sentance – vocals, Jimmy Murrison – guitars, Lee Agnew – drums.

Tracklist: Never Dance with the devil, Tattoed on my brain, State of emergency, Rubik’s romance, Pole to pole, Push, The secret is out, Don’t throw your love away, Crazy Molly, Silent Symphony, What Goes around, Change, You call me

E’ una lunga strada certamente quella che porta una band dalla storia non indifferente, risalente addirittura ai primi anni ’70, come i Nazareth, a questa nuovissima uscita, nei negozi tra pochi giorni. E come spesso accade purtroppo molti compagni di percorso non ci sono più; della storica formazione è in effetti rimasto il solo bassista Pete Agnew. Quello che certo non c’è, però, è la necessità morbosa di attaccarsi al passato; il disco sperimenta e prende a piene possibilità influenze dai quattro decenni di musica attraversati dalla formazione. E lo fa BENE. Questo è un ottimo lavoro, e non si smette di ascoltarlo facilmente. Inizialmente incuriositi dallo stile decisamente moderno di alcune tracce, su tutte sinceramente si staglia la title track che arriva come secondo pezzo dopo un’intro abbastanza classica con “Never dance with the devil”. Ma successivamente dalla grande forma compositiva della band e dall’ottima resa di numerosissimi pezzi, che rende il disco coinvolgente e difficile da interrompere. Facendo un passo indietro, è del 2014 la grave notizia, per la band ed i fan, dei problemi di salute del singer originale, Dan McCafferty, che è costretto ad abbandonare il gruppo, benedicendo però al contempo l’ingresso del nuovo singer Carl Sentance. Da allora la band ha proseguito il suo lavoro e giunge qui a darci questo nuovo platter, un disco di estremo valore come già detto, che riesce a prendere dal repertorio classico come a innovare. Devo innanzitutto dire che lo stile vocale del nuovo singer non si discosta eccessivamente da quanto ascoltato in precedenza, è uno stile gradevolmente aspro che penso non stonerà se applicato al vecchio materiale. E’ plausibile pensare comunque che in fase compositiva un differente contributo comunque ci sia stato e da questo dei musicisti di ottimo livello quali sono quelli comunque presenti nella band hanno tratto giovamento. La già citata title track contiene influssi pop e quasi da black music, ma in ultima analisi non rompe davvero con lo stile della band; il singolo “Pole to pole” in un certo senso va nella stessa direzione con alcune analogie nella concezione ritmica. Un pezzo come “Silent Symphony” potrebbe essere invece facilmente preso per un tempo lento e armonioso su cui far emergere l’estensione vocale di Carl; la chiusura del disco è poi affidata ad un’estremamente emozionale “You call me”. La produzione è molto pulita e la resa dei singoli strumenti estremamente pulita e curata. In generale quindi un disco estremamente bilanciato tra lenti (ricordo anche “Rubik’s romance”, ad esempio), ritmiche più aggressive (“State of emergency”) e interessanti connubi (“Crazy Molly”). Quello che non manca mai è la verve compositiva, che genera song interessanti e con un livello medio decisamente elevato. Ritornando a quanto scritto inizialmente, un disco davvero godibile e segno di una classe che comunque nel tempo non si è persa; non possiamo che consigliarlo più che caldamente.

Nikki

 

CITY OF THIEVES
“Beast Reality”
(Frontiers)

Line up: Jamie Lailey – bass, vocals, Will Richards – drums, Ben Austwick – guitars.

Tracklist: Reality bites, Fuel and alcohol, Buzze up city, Lay me to waste, Control, Incinerator, Animal, Right to silence, Born to be great, Damage, Give ita way, Something or nothing

Dalla grande capitale di Albione, Londra, arrivano i City Of Thieves, formazione recente (prima esibizione nel 2015) dedita ad un boogie – ‘eavy street rock con forti influenze “australiane” (Rose Tattoo, AC DC e Airbourne su tutti), che però non si banalizza mai sui canonici 4/4 ma va anche a esplorare influenze inconsuete, con qualche linea, sia melodica che vocale, presa dal rock più contemporaneo e radio friendly: questo fermo restando l’attitudine orgogliosamente rock del power trio londinese, che non scade mai nella facile ricerca del semplice riff accattivante per il pubblico. Guardando alla track list, si parte con un potente mid tempo dalla linea vocale molto dura e aspra, “Reality bites”, che poi lascia la via a rock un pò più diretti come “Fuel and alcohol” e “Buzzed up city”. Con “Lay me to waste” la band cerca più groove e spessore con una ritmica molto più serrata e una linea melodica più ritmata ed elaborata. “Control” e “Incinerator” mixano un pò gli stili mentre “Animal” torna diretta alle origini (a Sidney cioè, dove i fratelli Young si esercitavano con la chitarra dopo la scuola). Il mix degli stili prosegue destando un buon interesse fino alle finali “Give it away”, picco dei momenti più street rock del disco, vigorosa ed energica, ma il finale è dedicato alla voce di Jamie che in “Something or nothing” si esprime al massimo della sua espressività. La produzione è molto immediata e cerca di privilegiare l’impatto delle linee musicali a scapito a volte di un pò di pulizia, ma da una buona amalgama al tutto sia nelle parti più di groove che in quelle più rock’n roll.Il disco non stanca anche dopo molti ascolti e trovo che sia un’ottima qualità suonando con questo stile. Come note finali, consiglierei questo disco ai molti che ancora oggi cercano un’evoluzione del sano e diretto rock “in 4/4” dei primi 70s, diretto erede dei padri fondatori del genere degli anni ’50, senza per questo chiudersi in uno stile troppo ripetitivo, e che non teme aperture anche ampie verso stili melodici più recenti, ma senza perdere di vitalità e ispirazione.

Nikki

TREAT
“Tunguska”
(Frontiers)

Line up: Robert Ernlund – lead vocals, Anders Wikström – lead guitars, background vocals, Patrick Appelgren - keyboards, guitars and background vocals, Pontus Egberg – bass guitar, Jamie Borger – drums

Tracklist: Progenitors, Always Have-Always Will, Best Of Enemies, Rose Of Jericho, Heartmath City, Creeps, Build The Love, Man Overboard, Riptide, Tomorrow Never Comes, All Bets Are Off, Undefeated

...e bravi gli inossidabili Treat. Eccoli quindi all'appuntamento col nuovo full lenght album, un disco fiammante ed energico che non risente minimamente di alcun problema strutturale-compositivo nonostante il passare degli anni e si rifà al classico sound del combo Svedese ossia quel class metal che tanto ci ha fatto impazzire negli eighties anche – e soprattutto- grazie ad altri act più famosi come Europe et similia. Ma i nostri non devono nulla alla band di Tempest, i Treat hanno sempre vissuto di luce propria e – purtroppo- hanno pagato lo scotto dell'underground non avendo mai avuto contratti milionari e la giusta pubblicità. Ma tantè, la qualità va ben oltre ed è indirettamente proporzionale -spesso- ai milioni di copie vendute o meno. Qui li ritroviamo con la line up originale del primo e storico debut album “Scratch and Bite” del 1985, eccezion fatta per il nuovo bass palyer Pontus Edberg. Li avevo lasciati circa due anni fa -se non erro- con l'eccellente live album tratto dalla loro apparizione Milanese “The Road More or Less Traveled” molto interessante ma... aspettavo con ansia il nuodo disco in studio che succede a “Ghost of Graceland” anch'esso uscito in data 2016. Cosa dire? Bravi! Tra l'altro si stanno mantenendo bene anche a livello 'visivo' con un look ed una attitude che nulla ha da invidiare a più giovani band del settore ma, la cosa basilare, hanno sfornato un dischetto che farà la gioia di moltissimi e magari riuscirà a conquistare nuovi fans. Il loro sound lo conosciamo tutti, un eccelso heavy rock con riffs potenti e taglienti, un groove eccellente che ti avvolge in un turbinio di suoni e riesce anche a cullarti co il keyboards – sound e le chorus line sempre e comunque di gran classe. Una menzione particolare va invece al bravissimo Robert Ernlund con la sua ugola che non risente assolutamente del tempo e riesce ancora a raggiungere tonalità alte con la limpidezza di un tempo. Tutto l'album è gradevole, sia nei momenti hard che in quelli maggiormente easy listening. Ammaliante e ruffiana 'Best Of Enemies' che strizza l'occhio al più moderno street rock scandinavo, qui in special modo ai chic-rockers Reckless Love, ma anche l'opener 'Progenitors' pomposa e aggressiva nel suo incedere ci mette subito in guardia su cosa ci aspetterà nelle prossime tracce. Altro brano orecchiabile e scanzonato ma non per questo senza spessore è 'Creeps' che riporta ai più attuali Eclipse o ai gloriosi Danger Danger con le sue chorus line ad effetto e un ritornello che imparerete subito al secondo ascolto. Se volete godere di un suono hard rock con aperture pompous e un keyboards sound coivolgente e di carattere 'Man Overboard' fa al caso vostro. Radiofonica al punto giusto senza però il benchè minimo accenno di banalità compositiva. 'Riptide' invece torna prepotentemente su stilemi heavy rock ma sempre e comunque abbellita da chorus line da cardiopalma – che poi sono uno dei marchi di fabbrica dei Treat! - e ci preparava alla bellissima ballad 'Tomorrow Never Comes' (altro potenziale hit single! ...nda). Si prosegue e si rialza il ritmo con la più veloce 'All Best Are Off' dove su un tappeto di guitar working si staglia un bel solo di tastiere che impreziosice la song non di poco e stempera il grintoso riff di chitarra del bravo Andres. Chiude questo piccolo gioiellino che è “Tunguska” un'autentica arena song che dal vivo farà la gioia di tutti i fans, 'Undefeated'. Praticamente un album -quasi- perfetto per il genere proposto, per l'energia, per la grinta e la notevole qualità proposta. Andate a compralo immediatamente!

Roby Comanducci

URIAH HEEP
“Living the dream”
(Frontiers)

Line up: Mick Box – guitars, vocals, Phil Lanzon – keyboards, vocals, Bernie Shaw – lead vocals, Russel Gilbrook – drums , vocals, Dave Rimmer – bass, vocals.

Tracklist (CD): Grazed by heaven, Livin the dream, Take away my soul, Knockin at my door, Rocks in the road, Waters flowin’, It’s all been said, Goodbye to innocence, Falling under your spell, Dreams of yesteryear, Take away my soul (alternate version). DVD bonus: Grazed by heaven, Take away my soul, Makin the dream

“Living the dream” è secondo me un bellissimo modo di intitolare un disco che arriva dopo 47 anni e 30 milioni di dischi, un traguardo decisamente invidiabile che solo pochissimi al mondo possono condividere con gli Uriah Heep, mito hard rock britannico che torna con questo che è il loro 25esimo disco. Sempre a cavallo tra rock progressive e influenze dal metal dei gloriosi esordi dei primissimi 70s, la band ci regala una nuova perla di 11 song più 3 bonus che si staglia perfettamente tra aderenza al classico stile della band e capacità di innovare mostrando di non essere mai scontati; e soprattutto è una dichiarazione notevole di grinta, alla loro veneranda età, da veri rocker che certamente non aspettano altro che un nuovo tour per dimostrare, come da sempre fanno, con quale passione possano ancora oggi incendiare il pubblico e regalarci momenti straordinari. Da parte mia non credo possa esserci tributo migliore alla loro classe che passare in rassegna questo gran bel disco per descrivervi come la band torna ai suoi vecchi e (perché no?) nuovi fan, senza certamente deluderli. Il disco si apre con la possente cavalcata hard “Grazed by heaven”, accompagnata da una classicissima linea di organo che sembra definire perfettamente i confini del disco, potente rock perfettamente al passo con i tempi, certamente in grado di competere nel mercato di oggi, unito però a saggi tocchi classici che non fanno dimenticare la classe primigenia di una band, che è riuscita a stare assolutamente sulla cresta dell’onda nel decennio del boom del genere, e chiaramente non posso che parlare dei gloriosi 70s. Come variazione sul tema si presenta poi la successiva “Living the dream”, che resta invece a un ritmo ben più basso e con una linea vocale fatta di cori altamente d’atmosfera, per poi scivolare in un finale rock che perfettamente potrebbe accostarsi ai classici di qualche decennio fa della band. Simili strutture si possono sentire nelle due canzoni successive prima di un interessante mid tempo intitolata “Rocks in the road”. Due momenti lenti sono invece “Waters’ flowing” e “It’s all been said” prima di passare alle ben più potenti e ritmate “Goodbye to innocence” e “Falling under your spell”, prima dello spettacolare momento conclusivo con il notevole lento che è “Dreams of yesteryear”.Produzione abbastanza pulita e che in nessun modo scimmiotta il passato, che viene tuttavia ben rievocato dalla resa armonica degli strumenti, naturalmente a partire dalle tastiere. Un’ottima estensione ed espressività vocale permette poi a Bernie Shaw di rendere al meglio col suo tono rude ma estremamente caldo. Un gran bel disco che non rimpiangerete di acquistare, assolutamente.

Nikki

ORPHAN SKIN DISEASES
“Dreamy Reflections”
(Logic Il Logic Records & Burning Minds Music Group)


Line up: Gabriele Di Caro - lead vocals, Dimitri Bongianni - lead & backing vocals, David Bongianni - guitar & backing vocals, Juri Costantino - bass & backing vocals, Massimiliano Becagli - drums

Tracklist: Into A Sick Mind , Flyin' Soul, The Storm, Rapriest (Stolen Innocence), Do You Like This?, As A Butterfly Grub, Awake, Leave A Light On, Sorrow & Chain, The Wall Of Stone, Waves, Just One More Day - She Was (Intro), Just One More Day – Fatherend, Just One More Day - She Was (Outro

Veramente bravi. Ottimo esordio discografico (scusate il ritardo della recensione....mea culpa, nda) di questo five pieces Italico foirmato da eccellenti musicisti già all'opera in altre band e progetti e che hanno voluto dare vita a questa nuova 'creatura' gli Orhan Skin Diseases regalandoci un full lenght album maturo, intelligente, potente e al tempo stesso ammaliante e con sottili linee melodiche. Il fondatore ed eccellente drummer Massimiliano Becagli ha chiamato a se altri artisti con la 'A' maiuscola ed anche se originariamente nascono come quartetto adesso sono a tutti gli effetti in cinque con l'ingresso come secondo lead vocalist di Dimitri Bongianni che, tra l'altro, ha anche collaborato non poco alla stesura dei pezzi. A sentire questo “Dreamy Reflections” sembra di essere al cospetto di una navigata band straniera e questo ci dice il livello a cui siamo arrivati noi italiani; non dobbiamo più avere soggezione di alcuno senonchè avere una giusta produzione/distribuzione e i corretti passaggi radiofonici. I nostri poi, con il loro sound che miscela heavy, power, qualche accenno funky, rock e alternative sound, hanno dalla loro un'intensa originalità e dall'altra parte un roccioso groove metallico. In dei momenti sembra di ascoltare i Pantera o i Primal Fear e in altri il sound viene ammorbidito, ma non commercializzato attenzione, da intensi passaggi di elevata caratura tecnica, cambi tempo e approcci prog (metal). Infatti il disco si apre con il power metal di 'Into a Sick Mind' che ci da subito una scossa di forte adrenalina ma non è tutto così ed è questo il suo bello. Se volete momenti di metal progressivo e alternanza di momenti melodici e furia metal ascoltatevi 'Do You Like This?'. A me onestamente è piaciuto da matti il brano 'Awake': senza dubbio il pezzo più commerciale dal refrain anche radiofonico e quel pizzico di rock alternative che non guasta mai con chorus line eccelse ed un cantato assolutamente intrigante! Come non menzionare poi la successiva e lenta (ma non è una ballad) 'Leave A Light On' dall'ottima interpretazione vocale dei vocalist. Un brano che ti prende e ti carica di emozioni. Stupenda poi la conclusiva 'Just One More Day' suddivisa in tre parti. La prima semi acustica e sognante, la seconda che si sviluppa in una matura rock song dall'arrangiamento sublime e la terza , l'Outro' che ritorna semi acustica e culla l'ascoltatore. Da segnalare anche l'ottimo songwriting a livello di testi e tematiche; la band prende molto in considerazione problematiche sociali come l'esaurimento delle risorse sulla terra, il dominio delle lobbies finanziarie e altro ancora. Nulla da aggiungere. Compratevi questo album!!!

Roby Comanducci

LEVERAGE
“The Devil's Turn”
(Frontiers)

Line up: Kimmo Blom – vocals, Mikko Salovaara – guitars, Tuomas Heikkinen – guitars, Sami Norrbacka – bass, Valtteri Revonkorpi – drums, Marko Niskala - keyboards

Tracklisting: Dead Man’s Hand, Wheels From Hell, The Unicorn, Children Of Skyfall

Bravi, bravissimi. Veramente una eccellente band questa dei Finlandesi Leverage in auge dai primi vagiti degli anni zero e con all'attivo tre album ( “Tides” 2006, “Blind Fire” 2008 e “Circus Colossus” 2009). Dopo qualche annetto di “pausa” eccoli con un 4 pieces Ep che farà da araldo al nuovo album – il quarto- previsto per il 2019. La formazione vede l'arrivo di un nuovo vocalist Kimmo Blom (Urban Tale, Raskasta Joulua) e un nuovo guitar player Mikko Salovaara. Il sound è sempre poderoso symphonic metal con tite power e progressive ma sempre molto taglienti e con arrangiamenti sopra la media. Prendete Stratovarius, Nightwish, One Desire fate un mix e ricaverete il suono eclettico dei Leverage. Cambi tempo, up tempo, una sezione ritmica pulsante, una voce sicuramente pregna di carisma e incisività, un tappedo di keyboards sound che rende il tutto più omogeneo e al tempo stesso sinfonico e, per finire, due axe men che cesellano riff da paura e ci deliziano anche con prelibati solos. Le song sono di media lunghezza -come è d'uopo per il genere proposto – ma lungi da essere stancanti e monotone, assolutamente!!! Menzione d'onore comunque va alla bellissima e grintosa 'Wheels From Hell' dall'incedere potente e heavy sempre però stemperata da una sottile ma marcata melodia e un groove che vi farà saltare sulla sedia. Un Ep da avere assolutamente aspettando, poi, con ansia il nuovo full lenght album.

Roby Comanducci

PRIMAL FEAR
“Apocalypse”
(Frontiers)

Line up: Ralf Scheepers – vocals, Tom Naumann – guitars, Alex Beyrodt – guitars, Magnus Karlsson – guitars & keyboards, Francesco Jovino – drums, Mat Sinner – bass & vocals.

Tracks: Apocalypse, New Rise, The Ritual, King Of Madness, Blood, Sweat, & Fear, Supernova, Hail To The Fear, Hounds Of Justice, The Beast, Eye Of The Storm, Cannonball, Fight Against Evil (Bonus Track - Deluxe Version), Into The Fire (Bonus Track–Deluxe Version), My War Is Over (Bonus Track–Deluxe Version)

Iniziamo dicendo che quest’album è eccellente e lo sto adorando sempre più ad ogni ascolto. Come tutti (molti?) sanno, alla lontana i Primal Fear derivano da quel terribile split di fine anni ’80 che vide protagonista un pilastro della musica teutonica come Kay Hansen, che lasciò gli Helloween all’apice del successo per proseguire la sua carriera per i fatti suoi (di passata, tale split fu terribile per l’aver improvvisamente interrotto la creatività di una grande band che poteva salire ancora. Sono felice della recente reunion ma alla base non bisogna dimenticare che ci fu una drammatica separazione). Come tutti (credo) sanno poi vennero fondati i Gamma Ray, o meglio … dopo averci rimuginato un pò Kay Hansen decise che “Heading for tomorrow” non sarebbe uscito come suo disco solista bensì come opera della band che aveva raccolto attorno a se, in cui militava un giovane cantante dalla chiara impronta “Pristiana” … ovviamente parliamo di Ralf Scheepers che, anni dopo, dopo un’altra giravolta di cambi di formazione (e qualche sfiga musicale …) fonderà con Mat Sinner proprio i Primal Fear. Tante parole ma abbiate pazienza, questo disco merita un po’ di presentazione; sia per rispetto della band, che in questi 20 anni di vita ci ha dato plurime soddisfazioni, sia per il valore assoluto del disco che questi vecchietti del metal ci hanno regalato. E non dico queste parole per sarcasmo, si tratta davvero di un grande disco, capace di partire in quarta con la devastante title track per poi mantenere un livello di potenza veramente alto, che ci regala attimi di grande classic metal che da un pò non si sentivano in giro. Il lavoro di Ralf al microfono è decisamente ottimo, con giusto un minimo di cupezza nell’intonazione che però è perfettamente adatta per il tono che la band vuole dare a questo disco, in tema col titolo scelto. Il lavoro armonico delle chitarre è davvero notevole con un riffeggio mai banale che dà vita a un incedere dei pezzi monolitico e mai tronfio, al tempo stesso classico e non stancante. E’ poi anche notevole il lavoro delle tastiere nella creazione delle melodie, con una grande opera nella produzione che aggiunge al metal della band senza stonare; una menzione davvero speciale per la quasi conclusiva “Eye of the Storm”, un sinfonia quasi perfetta dove il lavoro alle tastiere balza in primo piano per una sorta di autocelebrazione assolutamente notevole. Cosa aggiungere? Difficile dire di più, la produzione è piena ed espressiva, e carica della giusta potenza i pezzi; di tutte le linee musicali eseguite, decisamente sono quelle vocali di Ralf a rimanere in mente di più per l’espressività raggiunta; ma questo non vuole assolutamente limitare il lavoro degli altri membri: tutta la band compie un grande lavoro nella realizzazione di questo platter. Ovviamente, consigliatissimo a tutti.

Nikki

ENUFF Z'NUFF
“Diamond Boy”
(Frontiers)

Line up: Chip Z’nuff – vocals - electric bass - guitar, Tony Fennell – guitar, Tory Stoffregen – guitar, Dan Hill - drums

Tracklist: Transcendence, Diamond Boy, Where Did You Go, We’re All The Same, Fire & Ice, Down On Luck, Metalheart, Love Is On The Line, Faith, Hope & Luv, Dopesick, Imaginary Man

La band del bravo ed inossidabile (nonché unico membro rimasto della line up storica) Chip Z'nuff l'avevamo lasciata due anni orsono con l'ultima release “Clowns lounge” che però altri non era che una raccolta di brani sì inediti ma scritti e risalenti al periodo del loro debut album e mai pubblicati con all'interno una sola traccia nuova di zecca. Un bel prodottino comunque che ci aveva fatto ben sperare e, diciamocelo, dopo due anni ci troviamo al cospetto di un vero nuovo full lenght album ”Diamond Boy” che ripercorre per intero lo stile oramai assodato del gruppo, ovvero uno sleaze rock con variegate tinte pop e da sempre l'ombra dei Baronetti Inglesi a dare il lume a Chip & company. Dopo la breve intro iniziale si parte con un rock pulsante ovvero la title track; energica, maliziosa e ricca di mordente. Ottimo pezzo! L'album comunque si muove sempre su un'alternanza pop-hard privilegiando la prima parte ma sappiamo bene che loro sono così e lo appezziamo in brani quali la lenta (ma non una ballad...nda) 'Fire Ice' ma, per arrivare ad una traccia con adrenalina in giusta dose, dobbiamo aspettare la settima song 'Metalheart' dove i nostri si discostano un poco dalla Beatlesmania e ci propongono un sano sleaze-hard groove con tutti i crismi del caso. Anche 'Faith, Hope & Luv” è particolare e ci fa battere il piedino con uno sporco rock'n'roll. Le altre song sono più easy e riflettono la verve più commerciale senza però mai scadere nel banale o nel mediocre, la qualità c'è e si sente. Disco piacevole, bentornati Enuff Z'Nuff!

Roby Comanducci



GIOELI-CASTRONOVO
“Set the world on fire”
(Frontiers)

Line up: Johnny Gioeli – vocals, Deen Castronovo – drumes, vocals, Alessandro del Vecchio – keyboards, chorus, Mario Percudani – guitars, Nik Mazzucconi – bass

Tracklist: Set The World On Fire, Through, Who I Am, Fall Like An Angel, It's All About You, Need You Now, Ride Of Your Life, Mother, Walk With Me, Run For Your Life, Remember Me, Let Me Out

Un nome una garanzia. Anzi: due nomi e due garanzie! Questo l’immediato riscontro dell’ascolto del nuovo lavoro di un duo di inequivocabile spessore che arriva, in questa calda estate, a deliziarci con il loro primo disco in cui collaborano sotto questo moniker. E deliziarci davvero è il termine esatto per indicare l’effetto dell’ascolto di questo disco, opportunamente intitolato “Set the world on fire”. L’opener è la title track e già si sente la grande carica adrenalica della band, che parte con una possente cavalcata power rock caratterizzara da un incedere molto forte e delle ottime linee ritmiche che tengono molto alta la tensione. Procedendo, il genere si stempera leggermente ma non perde ma la verve inizialmente acquisita, passando per qualche pezzo più melodico (“Ride of your life” ad esempio) ma mantenendosi in generale su una linea dura e grintosa (“Fall like an angel”). Si tratta alla fine della perfetta sintesi dei due autori, che dopo averci dilettato con l’esordio degli Hardline ben 26 anni fa, dopo aver dato in seguito dimostrazione delle rispettive capacità con collaborazioni di extra-lusso (da Ozzy ai Journey …) danno vita a un esordio “solista” che lascia semplicemente senza fiato: parte dal classico AOR degli esordi di questi due autori e lo reinterpreta con la grinta e la personalità dovuti, senza dimenticare qualche abbellimento (come certe digressioni quasi progressive, ad esempio in “Need you know”) o interessanti riflessioni melodiche (la finale “Let me out”). Il tutto in una sequela molto ben mixata e bilanciata, dove il desiderio di esprimere grandi pezzi di impatto non fa tralasciare l’esecuzione tecnica e l’interpretazione vocale. Una menzione per il trio che supporta i due autori, tutto tricolore: si tratta di Nik Mazzucconi al basso, Mario Percudani alle chitarre e, a suggellare il tutto, il prezioso apporto alle tastiere di una figura unanimemente riconosciuta come Alessandro del Vecchio. L’affiatamento della band è notevole e la produzione molto precisa e ordinata, con un perfetto bilanciamento tra pulizia dei suoni e resa delle linee ritmiche; risaltano molto le tastiere spesso in risalto per sottolineare le parti più melodiche; per il resto naturalmente è il drumming di Deen Castronovo a essere ben curato sonoramente, e unirsi perfettamente al cantato di Johnny, che ha sempre una grande espressività. In definitiva, molto semplicemente, un grande disco; il frutto del lavoro di due grandi musicisti coadiuvato da un team di tutto rispetto. Un disco imperdibile, molto semplicemente, per ogni appassionato di Hard’n’Heavy che si rispetti.

Nikki


3.2
“The Rules Have Changed”
(Frontiers)

Line up: All Instruments - Robert Berry. Songwriting and arrangements: Keith Emerson, Robert Berry

Tracklist: One By One, Powerful Man, The Rules Have Changed, Our Bond, What Youre Dreaming Now, Somebodys Watching, This Letter, Your Mark On The World, Sailors Horn Pipe (Instrumental)

Che gioia ragazzi. Sono passati ben trent'anni dall'uscita di quel gioiellino, quel masterpiece che risponde al titolo/moniker Three “To The Power of Three”, album che annoverava tra le sue fila una sorta di rielaborazione dei mitici EL&P ma con Berry al posto di Lake. Quel disco rimane tuttora insuperabile e ineguagliabile ma vediamo che il Signor Robert Berry ci ripropone la versione .2 di quel fantomatico album suonando lui tutte le parti con l'aiuto di alcune parti prese dal Maestro Emerson (da cassette/tapes, registrazioni e alcune scritte e poi inviategli per telefono) e si rifà al mitico album dell'88 qui però in veste più progressive e leggermente meno pompous ma sempre e comunque ridondante tanta classe e una qualità ai limiti della perfezione. In queste tracce Robert vuole omaggiare quel fantomatico album e anche regalare ai tantissimi fans un gaudioso tributo al maestro dei tasti d'avorio scomparso qualche anno fa. Siamo al cospetto di otto brani più uno strumentale tutti di media lunga durata (si va dai 4'30 minuti fino a oltre 7) ma, come è d'uopo per questo tipo di musicalità, non ci si stanca per niente anzi, veniamo travolti da una miriade di suoni, cambi tempo, virtuosismi, passaggi aurei ed eterei ma anchre parti più aggressive che strizzano l'occhio ad un hard – pomp sinfonico. Predilire un brano ad un altro è un delitto; qui va gustato il lavoro d'insieme, ascoltare il disco magari in salotto con un eccellente impianto audio o le cuffie ed assaporarne le mille sfaccettature. Potrete amare la più 'commerciale' e pompous 'Powerful Man' ma anche essere catturati ed incollati alla sedia nel turbinio progressive dell'opener 'One By One' o della title track. Un plauso al bravissimo Berry che qui si dimostra, ma non ce n'era sicuramente bisogno, un poliedrico e grandissimo strumentista e ci regala un disco che sicuramente dovrete fare vostro!

Roby Comanducci



AIRRACE
“Untold Stories”
(Frontiers Records)

Line up: Adam Payne – vocals, Laurie Mansworth – guitars, Rocky Newton – bass, Linda Kelsey Foster – keyboards, Dhani Mansworth – drums.

Tracklist: Running Out Of Time, Innocent, Eyes Like Ice, Different But The Same, New Skin, Lost, Love Is Love, Men From The Boys, Summer Rain, Come With Us, Here It Comes

Quello che non diresti ascoltando questo ultimo disco degli inglesi AirRace è la vicenda tormentata che sta dietro la band, nata nei ruggenti 80's e subito assurta ad un buon successo apparendo come opener di miti come Queen e Meat Loaf (a dirlo oggi quantomeno impressionante). La band si scioglie però nel 1985 per poi tornare a inizio di questo decennio; arriva infine al terzo disco con questo “Untold Stories” in questi giorni. Ma l’armonia e l’affiatamento dimostrato in questa manciata di pezzi sembrano parlare di veterani con lunghe sequele di dischi sulle spalle: la band è dedita a un AOR molto radio-friendly fatto di melodie estremamente orecchiabili ma al tempo stesso argute e passionali; una linea vocale sicura e possente si staglia con la sua energia sulle linee melodiche elaborate ma mai stancanti a costruire un rock che non potrà non colpirvi. Sin dai primi pezzi (l’opener “Running out of time” come anche ad esempio “Different but the Same”) è evidente che il gruppo crea il proprio equilibrio su un perfetto mix tra tempi aggressivi e capacità melodica; contribuiscono a questo, a livello strumentale, le linee di chitarra di Laurie Mansworth che ben si incrociano con il midtempo alla batteria del fratello Dhani, dotato di un tiro notevole. Il suono della chitarra così come la produzione in generale risultano leggermente sporcati “ad-hoc” per ottenere uno stile quasi settantiano e, credo, cercare una migliore amalgama con la voce del singer Adam Payne. Procedendo nel suo sviluppo il disco ha aperture melodiche molto interessanti (“Lost”) che accentuano queste sfumature da rock 70’s. Infine, direi che è il complesso dell’opera a emergere dagli ascolti, con la perfetta (e come dicevo inizialmente quasi stupefacente) sinerga della band che coinvolge al 100% l’ascoltatore, pur passando per la stretta via di un genere certo orecchiabile ma che anche facilmente può stancare; ma qui non ci sono dubbi, il coinvolgimento è notevole. Un gran bel disco davvero che consiglio non solo ai fan “duri e puri” dell’AOR ma a tutti i rocker che vogliano farsi un viaggetto all’indietro (un altro …) per melodie non nuove ma che comunque vi stupiranno. Consigliato!

Nikki

MR. BIG
“Live from Milan”
(Frontiers)

Line up: Eric Martin – vocals, Paul Gilbert – guitars, Bill Sheenan – bass, Pat Torpey /Matt Starr – drums

Tracklist: Disco 1: Daddy, Brother, Lover, Little Boy, American Beauty, Undertow, Alive and Kickin’, Temperamental, Just take my heart, Take cover, Green-Tinted Sixties Mind, Everybody Needs a Little Trouble, Price you gotta Pay, Paul’s Solo, Open your Eyes, Wild World, Damn I’m in love again. Disco 2: Rock and roll over, Around the world, Billy’s Solo, Addicted to that Ruch, To Be with you, 1992, Colorado Bulldog, Defying Gravity.

Ed eccoci a recensire questa nuova uscita di una band per la quale non credo servano molte parole di presentazione: i Mr.Big escono in questa calda estate 2018 con un nuovo live, ovvero questo "Live in Italy" registrato per l'appunto nel nostro bel paese, a Novembre 2017 in una data in quello che ormai è il luogo di esibizione per eccellenza per questi classici dell’Hard Rock, il Live club di Trezzo sull’Adda. Iniziamo ricordando il lato malinconico di questo disco, ovvero il fatto che rappresenti una delle ultime performance del drummer Pat Torpey, scomparso pochi mesi fa dopo una lunga lotta con una terribile malattia, qui all’opera in uno dei suoi ultimi show in alternanza a Matt Starr. Per il resto la formazione della band è quella storica, Eric Martin alla voce, Paul Gilbert alla chitarra e Bill Sheenan al basso. Certo questa nota iniziale non può che segnare indelebilmente questo platter, d’altronde siamo di fronte a un’ennesima prova d’orgoglio di una band che dopo due lustri di reunion continua a proporre musica di livello eccelso, coniugando sleaze, street, hard e una padronanza tecnica fuori dal comune; virtuosismi comunque non solo di maniera ma, sebbene sempre in primo piano nelle composizioni, mai eccessivi; e che mai mettono in ombra uno stile che unisce ritmica, orecchiabilità, capacità di stupire e leggerezza a contrastare l’opera di altri virtuosi che fin troppo spesso, eccessivamente innamorati delle proprie capacità, dimenticano questo piccolo dettaglio che è il pubblico. Si inizia con il super classico da “Lean into it” ovvero “Daddy, brother, lover little boy” per poi passare al più recente “American beauty” dal disco della reunion, “What if…”. E da qui prosegue la carrellata sempre in alternanza di grandi classici ed emozioni più recenti come “Defying gravity” dall’ultimo disco, cui questo tour era di supporto. Difficile forse esprimere pareri su un live (peraltro l’ennesimo, il 12° della loro pur lunga carriera) ma certo non ci si può esimere dal dire che la classe cristallina della band emerge perfettamente da questo platter, suonato da inizio a fine senza l’ombra di una sbavatura e con il giusto gusto per l’armonizzazione di classe, con sfumature che vanno dal rock 70’s ai classici guitar hero successivi (di cui peraltro Gilbert fa parte senza ombra di dubbio). La resa acustica è assolutamente perfetta e non si sente ombra di fastidiose sovra-incisioni. Volendo essere critici, non è stato tenuto abbastanza in considerazione il membro addizionale della band, proprio il pubblico (ma chiaramente non è un’operazione semplice farlo sentire senza inficiare il resto). Assoli dei singoli così come esecuzioni corali sostanzialmente perfette vi accompagneranno per la lunga durata del disco (se non erro circa un’ora e mezza per questo doppio). Niente di più da aggiungere se non che naturalmente è un lavoro che vi consigliamo fortemente.

Nikki

 

DESTINIA
“Metal Souls”
(Frontiers)

Line up: Nozomu Wakai – guitars, Ronnie Romero – vocals, Marco Mendoza – bass, Tommy Aldridge – drums.

Tracklist: Metal Souls, Rain, The End of Love, Promised Land, Take Me Home, Raise Your Fist, Be a Hero, Metamorphosis, Cross the Line, Judgement Day, Ready For Rock

Terzo lavoro in studio per questo guitar player nipponico (che passano come guitar hero ma onestamente non ne vedo le qualità, nda) Nozomu Wakai. I primi due album sono usciti sotto il moniker Nozomu Wakai’s DESTINIA in data 2014 e 2015 poi il nostro, venuto a conoscenza del bravo vocalist Romero (Coreleoni, Rainbow, Lords of Black) ha deciso di prenderlo fisso per il suo nuovo disco e affidare la sessione percussioni/ritmica nientepopodimeno che a due mostri sacri quali Mendoza (The Dead Daisies & more) e Aldridge (Whitesnake). La line up quindi non si discute e le qualità dei singoli elementi benchè meno, pur non ritenendo l'axe man in questione un novello Akira Takasaki ma sicuramente un ottimo guitar player che snocciola potenti riff e discreti solos anche se abbastanza monotoni e senza molta originalità. Il sound fa il verso ai mitici Rising Forse di un certo Mr. Malmsteen ma anche ad alcuni lavori del grande R.J. Dio e ai Rainbow. Quindi un class metal pomposo a tratti anche grintoso ma che sovente si perde via in momenti che sanno di “già sentito” e scontato. In ogni caso questo “Metal Souls” potrà piacere magari ad un pubblico affezionato a sonorità ottantiane ma non credo riesca ad ammaliare i rockers più giovani. Ci sono indubbiamente tracce degne di nota come 'Promised Land' , ' Be a Hero' o 'Ready to Rock', pulsanti e ricche di groove o la melodica 'Take me Home' che deve molto ai Gotthard del compianto Steve Lee. Un album in definitiva altalenante che potrà piacere o essere ignorato, non vedo “mezze misure” di valutazione.

Roby Comanducci

 

CLIFF MAGNESS
"Lucky Dog”
(Frontiers)

Line up: Cliff Magness – vocals, guitars and more instruments. Guest: Robin Beck and more.

Tracklist: Ain’t NoWay, Don’t Look Now, Unbroken, LikeYou, Love Needs A Heart, Nobody But You, Maybe, Shout, Rain, All Over My Mind, My Heart

Eccoci al cospetto di questo bel dischetto solare che strizza l'occhio al true FM rock americano da vasto airplaye commerciale al punto giusto. Un album per l'estate, che ci sorride, ci calma i bollenti spiriti e riesce comunque a darci una buona dose di carica. Da notare subito il pezzo cantato in duetto con la brava female singer Robin Beck ovvero 'Love Needs a Heart' ma però, prima di tutto specifichiamo chi è Mr. Magness? Trattasi di un rockers in auge dagli oramai celeberrimi eighties che ha fatto un disco solista nel 1994 dal titolo emblematico...”Solo” che ridondava Aor da ogni solco. Poi, comunque, si è fatto valere più come special guest di tantissimi artisti e soprattutto eccelso songwriter e produttore. Possiamo citare che ha lavorato con Quincy Jones, Avril Lavigne,Hanson, Steve Perry, Joe Bonamassa e la lista sarebbe ancora molto lunga. Il nostro si diletta quindi in questo nuovo “Lucky Dog”che come citato sopra è un puro album di melodic rock che deve molto a Toto, Loverboy, James Christian, Journey e quindi saprete bene cosa aspettarvi; intense armonie zuccherose al punto giusto ma mai banali, chorus line allettanti e alternanza di momenti lenti e sognanti con altri dediti ad un rock più sostenuto. Un brano molto elegante è 'Maybe' decisamente figlia dei Toto, se invece volete più energia ascoltatevi l'opener 'Ain't No Way' oppure la graffiante 'Shout' e 'Don't Look Now' che ci ricorda i mitici Loverboy. Bene....posso solo consigliarvi l'acquisto di “Lucky Dog”, con le cuffie al mare sotto l'ombrellone o nell'autoradio della macchina in autostrada saprete cosa ascoltare!

Roby Comanducci

TWO OF A KIND
“Rise”
(Frontiers)

Line up: Esther Brouns – vocals, Anita Craenmehr – vocals, Gesuino Derosas – guitars, Hans in't Zandt – drums, Ron Hendrix – keyboards

Tracklist: Here is the now, Rock your world, Wheel of life, Naked, Rise, Touch the roof, Higher, Alienation, It ain’t over, Without you, Run girl

I Two of a Kind sono una grande sorpresa di questo inizio estate 2018, allorquando sinceramente il sottoscritto già riteneva la stagione agli sgoccioli e probabile il dover aspettare fino a Settembre per delle nuove e interessanti uscite. Invece ecco arrivare questo nuovo lavoro dalle capaci qualità di Fred Hendrix, singer dei Terranova, qui alle prese con produzione e composizione in un particolare progetto nato addirittura 12 anni fa da una collaborazione di Hendrix con due voci femminili, Esther Brouns and Anita Craenmehr, riesumato in questo periodo per un secondo disco. E di un grande secondo disco si tratta. L’intento è di tributare omaggio a giganti dell’AOR più melodico e radio friendly come Boston e Heart, modulando il lavoro attorno alla peculiare formazione a tre voci. Ma a mio modo di vedere l’idea è davvero geniale perché consente alle doti di songwriter di Fred di darsi sfogo con la collaborazione di arrangiamento di una sezione strumentale decisamente eccellente. Gli influssi prog 70’s sono immediatamente evidenti, sia all’ascolto della melodia che dall’impatto della produzione decisamente “ovattata” che avvolge le linee strumentali. Si parte infatti da una interessante linea alle tastiere che ci guida attraverso l’introduttiva “Here is the now”, seguono due buoni pezzi melodici ma di buon ritmo prima della ballad “Naked”. Il disco procede spedito e con estrema freschezza con una serie di momenti melodici molto ispirati come ad esempio “Higher” senza mancare di tracce più melodiche (la successiva “Alienation” o la finale “Run girl”) oppure più ritmati come “It ain’t over”. In definitiva un’eccellente prova di composizione, originale, mai banale, ben prodotta se si eccettua una certa polarizzazione verso il suono più ovattato delle tastiere rispetto al timbro ruvido richiesto dalle chitarre. Sicuramente il mix è ben congeniato e realizzato e l’orecchiabilità e il coinvolgimento del disco notevoli; anche dopo numerosi ascolti vi renderete conto della freschezza dei pezzi e del loro ottimo stile. Le voci risaltano perfettamente sul tutto dando all’esperienza dell’ascolto uno spessore inaspettato. Una gran bella sorpresa, ve lo consiglio davvero.

Nikki

 

AMANDA SOMERSVILLE'S TRILLIUM
“Tectonic”
(Frontiers)

Line up: Amanda Somerville – vocals, Sander Gommans – guitars, bass, Mark Burnash – bass, on track 3, Paul Owsinski – guitar on tracks 3-11, Andre Borgman – drums, Erik van Ittersum – keyboards

Tracklist: Time to Shine, Stand up, Full speed ahead, Hit me, Fighting fate, Nocturna, Fatal mistake, Shards, Clichè Freak show, Eternal spring

Gli Amanda Somersville’s Trillium non sono la continuazione di un progetto di qualche anno fa della singer americana (e Olandese di adozione, nazione da cui provengono i suoi musicisti) Amanda Somerville e del chitarrista Sander Gommans: il combo nasce con un chiaro intento di dedicarsi a un power melodico che possa essere impreziosito dalla voce di Amanda, che si alterna tra una linea vocale estremamente dolce per le ballad e un tono vigoroso in altre canzone più decisamente heavy. Non si tratta di un esperimento banale in realtà: abbiamo visto sperimentazioni in tal senso in numerosi act che abbiamo ascoltato negli anni scorsi ma che forse troppo facilmente cedono a ri-arrangiamenti della parte più metal volti allo sfruttamento, spesso con arrangiamenti esageratamente tendenti al sinfonico, delle vocals femminili. Vediamo in questo caso invece come non si voglia compromettere la parte più aderente al classico canone del power (ottantiano in parte, con ampi riferimenti alla reinterpretazione del genere di grande successo di fine ’90 come Blind Guardian e Stratovarius), quindi includendo anche importanti linee di tastiere, ma amalgamando in esse le linee vocali femminili senza modificare in modo concettuale il resto. Si osserva invece una struttura ragionata dove le parti di pathos e quelle più energiche coesistono sinergicamente. Il disco parte con un buon ritmo con le iniziali “Time to shine”, “Stand up” e “Full speed ahead” per poi ritrovare momenti più d’atmosfera con le due tracce successive. Si vive di una certa alternanza poi per tutto il platter, ma senza perdere la verve metal in nessuna parte, solo alternando momenti di maggior velocità o durezza, ove i pezzi sono dettati dalle linee aggressive delle chitarre, a momenti dove invece emerge il lavoro alle tastiere, creando avvolgenti muri di suono (e a volte, come nella stessa “Hit Me”, caratterizzati da variazioni sul tema power quasi prog) e dove inevitabilmente lo spazio per la voce di Amanda è maggiore. Non sfigura certo la sua interpretazione anche nelle song più classicamente power, a riprova della sua versatilità. Che dire in conclusione? Decisamente un disco consigliato, che colpisce per le soluzioni eleganti nell’amalgama fegli stili, caratterizzato secondo me da un guitar work notevole, e un importante, in generale, lavoro di arrangiamento che sa coniugare l’espressività di una voce femminile molto calda e profonda con sezioni ritmiche molto ‘eavy e certamente non alleggerite per necessità. Un esperimento da provare, che vi consiglio sicuramente.

Nikki


LIPZ
“Scaryman”
(Street Symphonies Records / Burning Minds Music Group)

Line up: Alex K - vocals, guitar, Koffe K - drums, Conny S - guitar

Tracklist: The Awakening , Scaryman, Star, Get Up On The Stage, Fight, Get It On, Falling Away, Tick Tock, Trouble In Paradise, Everytime I Close My Eyes (Acoustic Bonus)

In attività dal 2011 ma con solo un Ep “Psycho” uscito se non erro nel 2015 ecco al debutto discografico del full lenght album gli svedesi Lipz. I tre glamsters con questo “Scaryman” si mettono in prima fila per quanto concerne un piacioso e zuccheroso “bubble gum rock” che molto andava a fine eighties (vedi Pretty Boy Floyd, D'Molls....ecc) e attualmente si accostano non poco a acts come Reckless Love. Dieci song di cui l'ultima trattasi di una bonus track acustica, che sprizzano voglia di divertirsi, energia e allegria a profusione. Il genere proposto dai nostri sicuramente non è imperniato su originalità o tecnica esecutiva bensì su song dal facile appeal capaci di far canticchiare il pubblico e far 'innamorare' le tante glam girls in giro per il globo. Indubbiamente in patria avaranno già avuto modo di farsi conoscere ma è giusto che la loro musica venga proposta al resto d'europa (e del mondo) perchè sicuramente avrà numerosi estimatori. Song come l'opener 'Scaryman' -preceduta dal lungo intro'The Awakening', che strizza molto l'occhio ai già citati Reckless Love, l'anthem rock 'Tick Tock' e la ruffiana 'Star' la dicono lunga sulle intenzioni dei fratelli Klintberg, mentre momenti dediti ad un hard'n'roll più articolato li potete ascoltare nelle interessanti 'Get It On' (che potrebbe divenire anche un hit radiofonico volendo...), 'Falling Away' o la dirompente 'Trouble in Paradise'. In definitiva promuoviamo questo album soprattutto per l'energia e la voglia di divertirsi che fa molto Sunset Blvd. dei bei tempi.

Roby Comanducci

 

REFUGE
“Solitary man”
(Frontiers)

Line up: Peavy Wagner – Bass, vocals, Manni Schmidt – guitars, Christos Efthimiadis – drums

Tracklist: Summer's Winter, The Man In The Ivory Tower, Bleeding From Inside, From The Ashes, Living On The Edge Of Time, We Owe A Life To Death, Mind Over Matter, Let Me Go, Hell Freeze Over, Waterfalls, Another Kind Of Madness (Bonus Track)

Appena uscito per Frontiers, certo non si può dire che questo disco non colga di sorpresa (a meno che non siate grandi fan di Peavy Wagner e soci): dietro il moniker Refugee si celano nientedimeno che Peavy Wagner appunto, poi Manni Schmidt e Christos Efthimiadis, ovvero coloro che tra il 1987 e il 1993 condivisero il nome di battaglia di Rage! E infatti basta ascoltare poche note di questo piccolo gioiellino per ritrovare l’imprescindibile classe del power trio tedesco, fatto di potenti cavalcate power metal su cui si stendono preziosi arrangiamenti di chitarra e su cui si staglia la voce grave ma piena di espressività e certamente inconfondibile di Peavy. Che dire? La band nasce da una reunion in amicizia dei tre che dopo molti anni e lunghe carriere in altri progetti si sono trovati a condividere il palco per un concerto sullo scorcio del 2015, insomma, come un piccolo tributo ai tempi andati. Il progetto si è dimostrato però vitale ben oltre la singola serata e così ecco la band procedere prima per una serie di date ulteriori per poi approdare a questo full length che recensiamo con lieve ritardo (dovrebbe essere nei negozi già da qualche giorno). Come avrete intuito, un certo senso di tributo al passato è quanto emerge dalle 11 tracce di questo lavoro, in perfetto bilanciamento tra il metal più classico di Priest e Accept e qualche accenno Hard Rock sempre di chiara impronta teutonica, come possono essere certi accenni melodici agli Scorpion degli anni ’80; resta comunque un lavoro dalla chiarissima impronta metal come si può sentire song dopo song. Grintosa la sezione ritmica e decisamente ispirata la verve di arrangiatore di Manni, a ciò si aggiunge la resa unica alla voce di Peavy, che domina col suo tono potente le armonie del resto della band. Se devo essere sincero vedo qualche pecca solo nella parte di produzione, laddove nei suoni non ci si è voluti allontanare troppo dalle classiche sonorità ottantiane, a costo di risultare a volte grezzi e con poca pulizia; questo avrebbe forse meglio definito certi riff, ma non limita eccessivamente l’impatto del suono. Sicuramente come opera metal che si richiama ai decenni passati e come tributo ai fan del tempo non delude, peraltro la classe dei tre musicisti è tale che sicuramente non potrà non riscontrare successo anche presso le nuove leve. Un gran bel lavoro di metal classico, come se ne sentiva il bisogno, che non posso che consigliarvi con convinzione.

Nikki

TNT
“XIII”
(Frontiers)

Line up: Ronni Le Tekro – guitar, Diesel Dahl – drums, Ove Husemoen - bass, Baol Bardot Bulsara - vocals

Tracklist: We’re Gonna Make It, Not Feeling Anything, Fair Warning, It’s Electric, Where You Belong, Can’t Breathe Anymore, Get Ready For Some Hard Rock, People, Come Together, Tears In My Eyes, 17th Of May, Catch A Wave, Sunshine

Mammia mia, bel traguardo: tredicesimo album per questo mitico combpo Svedese che, dal lontano 1982 col l'omonimo debutto (senza Harnell ma con un altro vocalist, Tony arriverà con l'album successivo, nda), ci fa sognare a ritmo di un incalzate class metal ricco di melodia si, ma anche capace di far saltare sulla sedia coi suoi momenti heavy carichi di adrenalina. Eh si....purtroppo manca sempre il leader indiscusso e mattatore Tony Harnell (una delle più belle voci che l'hard rock abbia partorito in questi ultimi trent'anni), ma lo sappiamo tutti...lui oramai è fuori dal 2006 per intraprendere una (bella) carriera solista sostituito dal bravissimo ex Shy Tony Mills a partire dal disco “The New Territory” del 2007 fino al penultimo “A Farewell to Arms” targato 2011. Inutile dire che la mancanza di Harnell si sentiva anche se, ammettiamolo, Mills è un eccelso frontman, con una voce meno acuta ma più lineare ed ha ben saputo svolgere un egregio lavoro in quei tre album. Adesso però un nuovo change: via Mills e dentro un nuovissimo singer dalla Spagna che risponde al nome di Baol Bardot Bulsara. Sulla storia musicale del nuovo vocalist non so quasi nulla eccetto che, a differenza di Mills, ha una voce più alta, tagliente e fine che si avvicina moltissimo all'ugola di Harnell per un risultato finale ampiamente lodevole!!! Il disco si alterna in momenti più easy listening e leggeri ad altri che invece rievocano momenti del glorioso passato. Per esempio, inizare con la 'caramellosa' 'We're Gonna Make it' è forse un passo sbagliato. Normalmente la prima traccia deve “spaccare” deve far da biglietto da visita ed invece i nostri ci hanno piazzato questa traccia abbastanza anonima e commerciale. Cambio totale di 'tiro' invece nella seguente e rocciosa 'Not Feeling Anything' che rapisce col suo class metal pomposo ed elegante al tempo stesso. Più lenta e cadenzata è 'Fair Warning' che non eccelle in originalità ma è un'ottima hard rock song. Avvincente, furba e intrigante è 'It's Electric' che rimembra un poco i gloriosi Extreme regalandoci circa tre minuti di ottimo rock d'autore. Arriva il momento della ballatona 'Where You Belong' che non sorprende in quanto abbastanza scontata ma mette in risalto la bella voce del new singer. Con 'Can't Breathe Anymore' si torna a rockare su tempi non veloci ma indubbiamente più raffinati per una song di indubbio valore. Eccoci dunque al momento dell'arena song...l'athemica e breve (poco più di due minuti) 'Get Ready For Some Hard Rock'; brano semplicissimo ma aggressivo e assolutamente adatto per far cantare a squarciagola tutti i fans durante qualche live. Energia pura e semplice. Si torna invece sui sentieri del class metal più elaborato e tecnico con 'Come Together' suonata, arrangiata e soprattutto cantata con gran classe! ' Tears In My Eyes' rallenta nuovamente i ritmi per un sound molto Fm rock. Viceversa l'heavy rock di '17th of May' ammalia e aggredisce l'ascoltatore abbellito anche da ottime chorus line mentre 'Catch A Wave' è una 'spensierata' rock song che deve molto ai Loverboy. Chiude l'album la seconda ballata 'Sunshine' che in quanto a phatos è superiore alla precedente 'Where You Belong'. Bene.....cosa dire alla fine? Ovviamente chi si aspetta i TNT di “Tell no Tales”, “Intuition” oppure autentiche perle come “All The Way To The Sun” ma anche “Transistor” o “Atlantis” (periodo Mills) storcerà un pò il naso per il poco mordente insito in alcune song, però se volete un album di class rock suonato bene e comunque capace in diversi momenti di far divertire vada a comprare “XIII”. Alla fine stiamo parlando pur sempre dei TNT dove suona un certo Ronni Le Tekro, eccelso guitar hero ancora capace di cesellare un superbo guitar work e solos da manuale.

Roby Comanducci

SUNSTORM
“Road To Hell”
(Frontiers)

Line up: Joe Lynn Turner – vocals, Nik Mazzucconi – bass, Simone Mularoni – guitars, Alessandro Del Vecchio – keyboards, Edo Sala – drums

Track list: Only The Good Will Survive, The Road To Hell, On The Edge, Blind The Sky, My Eyes On You, Future To Come, Everywhere, Resurrection, Calling, State Of The Heart, Still Fighting

Un nome, un marchio di garanzia: Joe Lynn Turner, protagonista assoluto di almeno tre decenni di Hard Rock/AOR, qui nuovamente all'opera con i suoi Sunstorm. Forse non servirebbe aggiungere altro, ma invece come sempre vale proprio la pena di addentrarsi nei dettagli: abbiamo tra le mani un gran bel disco, ed è giusto rendergli onore; anche alla distanza, anche se tutto pare sia già stato detto, vale sempre la pena di raccontare un bel lavoro. Concentriamoci sulla musica allora. Il disco di apre con “Only the good will survive” ottima cavalcata power rock che spinge subito sull’orecchiabilità e sull’impatto sicuro del suo incedere in 4/4, che permette alla sempre splendida voce di Joe di imporsi nella sua estensione. Si prosegue con “Road to Hell” e “On the Edge”, pezzi molto d’atmosfera incentrati su dei veri e propri muri di suono melodici; nel primo dei due emerge la classe del nostro Alessandro del Vecchio alle tastiere (e al lavoro su questo disco anche in fase di produzione); nel secondo pezzo si nota invece un ottimo guitar work dalle capaci dita di Simone Mularoni (DGM). Si vede come tali pezzi siano in effetti perfettamente strutturati per dare risalto all’ottima estensione vocale di Joe, in gran forma. Si passa poi a una nuova cavalcata, quasi “power”, “Blind in the sky”, mentre “My Eyes on you” è di nuovo un pezzo dal sapore prog ove si alternano le gradevoli armonie date dalle tracce di tastiere e di chitarre. Una generale alternanza tra melodia e pezzi più diretti tiene banco per il resto del platter. Si segnala a mio parere un lavoro alla produzione naturalmente eccellente, con una cura notevole dei suoni e del bilanciamento delle parti soliste, e la perfetta gestione delle linee vocali. Prima di chiudere il disco regala due ottimi episodi finali con l’anthem, quasi una ballad, di “State of the Heart”, e una felicissima interpretazione direi “Radio-friendly” con, in chiusura, “Still fighting”: in definitiva un grande lavoro che si fa apprezzare un pezzo dopo l’altro, e che non può assolutamente mancare nella collezione di ogni vero Hard’n’eavy.

Nikki

 

VEGA
"Only Human"
(Frontiers)

Line up: Nick Workman - lead vocals, backing vocals, acoustic guitar and wall hitter, Tom Martin - bass guitar, Marcus Thurston - lead guitar, James Martin – keyboards, Mikey Kew - guitar, backing vocals, Martin “Hutch” Hutchinson - drums

Tracklist: Let's Have Fun Tonight, Worth Dying For, Last Man Standing, Come Back Again, All Over Now, Mess You Made, Only Human, Standing Still, Gravity, Turning Pages, Fade Away, Go To War

Quinto album in studio per la band anglosassone dei Vega che vede come producer Harry Hess dei master of AOR Canadesi Harem Scarem. E si sente eccome l'impronta di mr.Hess soprattutto negli arrangiamenti di questo “Only Human”. Siamo sempre al cospetto di Adult Oriented Rock miscelato da dosi di FM Rock anche se alcune tracce hanno fraseggi di chitarra di chiaro stampo hard rock. Infatti la opener 'Let's Have Fun Tonight' parte grintosa col giusto riff di chitarra e un Nick Workman in gran spolvero capace di donare ulteriore energia alla song col suo cantato. 'Worth Dying For' rimane su canoni rock ma è un pezzo prettamente radiofonico che tanto avrebbe fatto vent'anni fa nelle emittenti americane ma che ora, purtroppo, ho paura che riceverà poche attenzioni. Ottima song comunque! Poi si sfiorano momenti quasi 'pop' rock molto cari ai fans di Brian Adams come 'Come Back Again' o 'All Over Now' viceversa i nostri li aprezzo maggiormente su soluzioni più “articolate” anche se ugualmente commerciali come la bella 'Mess You Made', 'Gravity' o la finale 'Go To War'. Onestamente credo che i Vega possano osare di più sul versante hard rock, la qualità non manca e sono sicuro che potrebbero sfornare più song ricche di adrenalina e sound corposi, ma probabilmente per ora vogliono rimanere ancorati ad un elegante rock melodico con solo qualche accenno “di cattiveria” hard. In definitiva, per gli amanti del genere, un ottimo disco.

Roby Comanducci

 

PRAYING MANTIS
Gravity
(Frontiers)

Line up: John Cuijpers – vocals, Tino Troy – guitars, chorus, Chris Troy – bass, chorus, Andy Burgess – guitars, chorus, Hans in ‘t Zandt - drums

Tracklist: Keep It Alive, Mantis Anthem, Time Can Heal, 39 Years, Gravity, Ghosts Of The Past, Destiny In Motion, The Last Summer, Foreign Affair, Shadow Of Love, Final Destination

Quale piacere dedicarsi a questo platter, un poco in ritardo, ma con ancora ben in mente la stupenda prestazione live offerta da questa storica band al Frontiers festival di appena un paio di settimane fa. I Praying Mantis proprio nei giorni scorsi hanno dato alle stampe il loro undicesimo disco, a suggellare un sodalizio ormai attivo da ben più di quarant'anni, anche se con numerosi alti e bassi. Fautori da sempre di un Hard melodico e con decisi accenni 'eavy, comunque più rivolto stilisticamente al mitico, per l'Inghilterra, decennio di Hard Rock tra il 1965 e il 1975, più che (come spesso si pensa) ai successi appena successivi di Samson, Iron Maiden e Saxon, i nostri restano molto saldamente legati alla loro tradizione musicale che riprendono con classe e padronanza eccezionale. Pathos, emozione, liriche coinvolgenti, esecuzione pulitissima da rocker di classe cristallina, tutto questo, molto semplicemente, è quanto troverete in questo disco, a proseguire con grande maestria una carriera che dopo la crisi di metà anni '80 si è per nostra fortuna riavviata nel decennio successivo e sta vivendo una durevole seconda giovinezza, a riprova delle indubbie qualità di questo combo; ricordiamo che nella band permangono gli storici membri fondatori Tino e Chris Troy e il chitarrista Andy Burgess, con le nuove leve (già presenti tre anni fa in "Legacy") Jaycee Cuijpers e Hans in’t Zandt. Il disco si apre con l’ottimo rock in 4/4 di "Keep it alive" seguito dal lento dal titolo autoesplicativo ed evocativo "Mantis' Anthem"; si proseguie alternando rock "easy-listening" a intrecci melodici sofisticati e ammalianti, chiudendo poi con un rock grintoso e molto 80's come "Shadow of love" seguito da una melodia elaborata e con arraggiamenti pregiati come "Final Destination". Che altro aggiungere? Credo non sia di maniera ricordare quello che per pura costruzione non può esserci nell'album: la carica live della band, che dal palco sa trasmettere emozioni e coinvolgiemento come pochi, quindi davvero non posso che consigliarvi, appena possibile, oltre a procurarvi quest'ottimo lavoro, di sperimentare un loro live. Eccezionali.

Nikki

 

JIZZY PEARL of LOVE / HATE
“All You Need Is Soul “
(Frontiers)

Line up: Jizzy Pearl – vocals, guitars, Arrende Housholder – guitars, Mark Dutton – bass, Dave Moreno – drums.  

Tracklist: You're Gonna Miss Me When I'm Gone, Comin' Home To The Bone, High For An Eye, All You Need Is Soul, House Of Sin, Mortified, Frustrated, When The Devil Comes, You Don't Know What It's Like, It Doesn't Matter, Little Treasures, Mr. Jimmy

Ed ecco tornato al full lenght album dopo quattro anni dal suo Ep solista “Crucified” ma dopo ben diciannove anni dall'ultimo parto con i Love/Hate, quel “Let's Eat” targato 1999, il validissimo singer dall'ugola inconfondibile che risponde al nome di Jizzy Pearl, anima corpo e mente dei grandissimi Love/Hate. Quella band fu un autentico fulmine a ciel sereno poiché uscì con un debut album “Blackout in The Red Room” (1990) che suonava e aveva l'appeal di un vero masterpiece ancora adesso ineguagliato da molti. Anzi. I L/H furono nell'epopea hair metal / street-sleaze rock uno dei combi musicali più validi ed originali per quel giusto mix di rock stradaiolo, brutto sporco e cattivo, malato e viscerale, suonato con maestria e avallato dalla voce particolarissima di Jizzy. Adesso, a distanza di tanti anni, uno potrebbe credere che il nostro non sia più lo stesso, si sia seduto, calmato e, soprattutto, la voce abbia cominciato a calare a cedere il passo all'età che avanza: niente di tutto questo. Se ascoltiamo questo “All You Need Is soul”, dove troviamo una nuova formazione eccetto il guitarist Housholder, (presente nella line up dei Love/Hate di “Let's Rumble” del 1994, sostituto del grande Jon E. Love co-fondatore del gruppo che poi tornerà nell'album successivo...nda), il batterista Dave Moreno dei Puddle Of Mudd e il bassista Dutton, capiamo che il groove di Pearl non è scomparso e , anzi, è ancora vivo e vegeto e in grado di far battere i cuori a tanti rockettari. A detta del singer, questo è il suo migliori disco dal già citato gioiellino “Blackout in The Red Room” e il sound deve molto a quel disco. Si...in effetti dopo qualche ascolto e con le dovute proporzioni posso affermare che Jizzy non ha tutti i torti. Un sound sicuramente più moderno come arrangiamenti e produzione ma, nel contesto, siamo al cospetto di un disco di crudo street – sleaze rock di matrice ottantiana, e questo non può che farci godere a tutti! Probabilmente in questa prima parte dell'anno “All You Need...” si candida come uno dei prodotti più graffianti dediti al classico rock stradaiolo che si siano potuti sentire negli ultimi tempi. Sin dall'opener 'You're Gonna..' si capisce di quale pasta è fatto questo full lenght con un Jizzy che parte energico su una base altrettanto rude e ricca di adrenalina. Più cadenzata la seconda 'Comin' Home To The Bone' ma ugualmente maliziosa e assolutamente sleazy che va a “braccetto” con la successiva 'High For an Eye', classico brano stile fine eighties canticchiabile ma al contempo non privo di classe e mordente. La title track invece è più ruggente e nta una sezione ritmica di prim'ordine, un ottimo guitar work e una sempre alta interpretazione vocale del bravo singer. E via via l'energia non viene mai a mancare; 'House of Sin' , 'Mortified' per arrivare ad uno dei brani migliori 'Frustrated', veloce up tempo carico di groove e qualche accenno punk. Fantastica! Si calmano i bollenti spiriti con 'When The devil...' che comunque ci regala un grazioso hard rock dal ritmo più lento ma tagliente e abrasivo al punto giusto. ' You Don't Know What It's Like' strizza l'occhio alle emittenti radiofoniche con il suo rock da vasto airplay, commerciale al punto giusto ma non banale ed anzi ricco di alcuni spunti interessanti. Arriviamo quindi al momento della ballad 'Doesn't Matter ' ...e che ballad! Interpretazione vocale da dieci e lode di un Jizzy Pearl melanconico e penetrante soprattutto in fase di ritornello e chorus line il tutto impreziosito da un arrangiamento e un lavoro del chitarrista Housholder sopraffino. Si torna a rockare nel migliore dei modi con le ultime due 'Little Treasures' e 'Mr. Jimmy' che chiudono nel migliore dei modi un disco superlativo. Ok... non saremo ai livelli del primo debut dei Love/Hate ma un album così, nel 2018, nel periodo dove la musica vera e sanguigna stenta a riprendere il controllo e ancora naviga nel limbo supportata per la maggiore da una schiera di (validissime) band Scandinave/Nord Europee e qualche accenno sporadico dagli USA, è sicuramente da tenere in considerazione. Correte a comprarlo!!

Roby Comanducci

 

DOOMSDAY OUTLAW
“Hard Times”
(Frontiers)

Line up: Steve Broughton – guitars, Indy Chanda – bass, Gavin Mills – guitars, Phil Poole – vocals, John Willis - drums

Tracklist: Hard Times, Over And Over, Spirit That Made Me, Into The Light, Bring It On Home, Days Since I Saw The Sun, Will You Wait, Break You, Come My Way, Were You Ever Mine, Too Far Left To Fall

I Doomsday Outlaw sono un'interessante novità in uscita tra pochi giorni per Frontiers. L’offerta musicale è in un certo senso inaspettata, ci troviamo infatti per le mani l’opera di una band che fa un rock a tratti dal suono cupo ed eccessivamente distorto e contraddistinto da una voce estremamente graffiante, che tuttavia unisce a passaggi orecchiabili quasi sleaze una parte preponderante di duro Hard 70’s. Come dice il loro stesso moniker, la band vuole un sound da "giorno del giudizio", riempiente, pieno, che dia pathos, e per questo, come da loro stesse dichiarazioni, si è cercato di costruire il giusto contorno per il singer Phil Poole, il cui cantato è caratterizzato da un tono naturalmente ruvido e aspro. Inevitabile non tornare con la mente ascontandoli ai Sabbath di, ad esempio, "Sabotage" o "Sabbath Bloody Sabbath", ma non mancano alcuni arrangiamenti chitarristici sorprendenti ("The spirit that made me") o un lento decisamente ispirato come "Into the light", basato su un eccellente traccia al piano di fondo: le atmosfere Sabbatiane costituiscono, addizionate a qualche influenza stoner (forse più come sonorità che altro) l’asse portante su cui la band elabora, ottenendo una buona sintesi che salva anche una buona dose di orecchiabilità delle lyrics. In fase di produzione la band si è secondo me preoccupata di mantenere un'omogeneità molto decisa della parte strumentale, ottenendo un effetto di risalto per contrasto con la voce, di modo da dare risalto a quest'ultima. Si vengono così a creare una serie di melodie avvolgenti e accattivanti, che coinvolgono l'ascoltatore. In definitiva si realizza quanto la band si propone: un disco fuori dai clichè, che riesce a creare un sound originale attingendo ad alcune classiche fonti di ispirazione del passato. Un lavoro molto buono e che cerca con successo di distinguersi dalle uscite del genere nell’ultimo periodo.

Nikki

 

JAMES CHRISTIAN
“Craving”
(Frontiers)

Tracklist: Heaven Is a Place in Hell, Wild Boys, Craving, Jesus Wept, World Of Possibility, Sidewinder, I won’t Cry, If There’s a God, Love Is the Answer, Black Wasn’t Black, Amen

Line up: James Christian – lead vocals, chorus and acoustic guitar, Billy Seidman - acoustic guitar, Tommy Denander – guitars, bass, keyboards (on..."Wild Boys", "Love Is The Answer", "Sidewinder" and "I Won’t Cry"), Jimi Bell – guitars ("Black Wasn’t Black"), Pete Alpenborg – guitars and bass ("Jesus Wept"), Alessandro Del Vecchio – keyboards ("Jesus Wept"), Clif Magness – all instruments except drums ("Craving") , Josh Freese - drums ("Craving")

Il lavoro che mi trovo oggi tra le mani a recensire parte certamente da un nome di qualità, quello di James Christian, indimenticato singer degli House of Lords, giunto con questo disco al quarto lavoro solista. Attività solista peraltro iniziata più di venti anni fa e interrotta dalla reunion della sua ex band; dopo il lavoro dell'anno scorso ("Saints of the lost souls") il vocalist d'oltreoceano ha però deciso di tornare al lavoro in proprio in questo album. Contornato da una serie di turnisti d'eccezione (Tommy Denander, Jimi Bell, il nostro Alessandro del Vecchio ...) ecco un nuovo lavoro che si mantiene nei canoni dell'AOR melodico che predilige un sound raffinato e una sequenza di melodie intense e perfettamente concepite come ci si attende, ovviamente, da un personaggio così carismatico. L'avvio è molto melodico, con tratti quasi pop (nell'introduttiva "Heaven is a place in Hell") e un lento acustico come terza canzone ("Craving"). Il ritmo però aumenta e troviamo alcune interessanti accellerazioni ad esempio in "Sidewinder", sesta traccia dal chiaro gusto "Van Halen" e nella traccia dieci, l'ottimo power rock di "Black wasn't black". Il disco per il resto resta su atmosfere meno aggressive, che ruotano attorno alla voce calda e accattivante del cantante, perfettamente a suo agio e che in nessun momento fa mancare la sua spinta emozionale. Il lavoro di produzione è notevole nel far risaltare ogni singolo elemento nelle varie canzoni, e nel rendere il lavoro omogeneo senza per questo snaturare i singoli contributi. Naturalmente la cura maggiore viene riservata alla linee vocali che ne escono perfettamente esaltate. Che dire, sicuramente un lavoro di gran classe come non ci si può che aspettare da questo artista, una garanzia di qualità che vi consiglio vivamente.

Nikki

 

STRYPER
“God Damn Evil”
(Frontiers)

Line Up: Michael Sweet – vocals, guitars, Oz Fox – guitars, chorus, Tim Gaines – bass, Robert Sweet - drums

Tracklist: Take It To The Cross, Sorry, Lost, God Damn Evil, You Don’t Even Know Me, The Valley, Sea Of Thieves, Beautiful, Can’t Live Without Your Love, Own Up, The Devil Doesn’t Live Here

Venduti, mammolette, dediti ad un sound commerciale, falsi predicatori del nulla, ipocriti; questo è quanto è sempre stato detto sul combo della band dei fratelli Sweet dai kids true defenders e giornalisti “inquadrati”. Ed hanno sempre sbagliato! E loro sono qui a dimostrarlo a oltre trent'anni dal loro esordio targato 1984 col mitico “The Yellow and Black Attack”. Alfieri e paladini del cosiddetto christian rock hanno da sempre miscelato ai testi prettamente cristiani un sound assolutamente heavy senza mezzi termini. Album come l'appena citato debut, il granitico “To Hell With the Devil” del 1986 ma anche il periodo senza il bravo bass player Tim Gaines (da 'In God we Trust a 'Murder by Pride 1988 – 2009) e quindi anche la reunion da “The Covering” (2011) fino agli ultimi due “No More Hell to pay” e “Fallen” (2013 – 2015) i nostri non hanno mai perso un colpo. Michael ha mantenuto intatta una voce superba, potente, tagliente e al contempo melodica quasi come agli esordi, la sezione ritmica è sempre tecnicamente avanti e perfetta in ogni battuta ed il guitar working del bravissimo Oz non fa rimpiangere guitar hero più quotati sul mercato. Eccoli quindi i nostri paladini (che nonostante siano fedeli di Cristo furono additati e perseguitati anch'essi dalle lady del PMRC negli eighties....parliamone!!!...nda) che sfornano il loro decimo album e lo fanno nel migliore dei modi poiché “God Damn Evil” si candida tra i (miei) top album di questo inizio di 2018. Un disco che non lascia scampo: ti incolla alla sedia e non ti lascia andare via ammaliando col suo potente heavy rock le armonie e le chorus line sempre di grandissimo effetto. Da segnalare la bellissima e inusuale opener 'Take it to The Cross' dall'incedere power valorizzato dalla presenza come ospite nella sezione vocals death growls ( si avete letto bene ….growls!!!!) di Matt Bachand, chitarrista, bassista e secondo vocalist della death metal band Shadow Fall. Avete capito bene....un connubio tra Christian metal e Death metal....ma solamente in certe chorus lines che – vi assicuro- fanno uno strano effetto ma sono assolutamente originali e fantastiche. La voce di Michael poi....non lascia scampo: non ha perso di mordente e nonostante gli anni rimane una delle più belle ugole del panorama hard'n'heavy. Segue l'eccellente hard rock di 'Sorry' che se non erro trattasi anche del primo singolo. La terza traccia si presenta con l'eccelso class metal di 'Lost' dove Michael svetta nelle chorus line con acuti assolutamente impeccabili che ti perforano i timpani. Più cadenzata è la title track, potente nell'incedere e dedita ad un heavy rock pulsante e carico di adrenalina. Assolutamente fantastica è la successiva 'You Don't Even Know me' che ci riporta allo stile del bellissmo secondo ellepì “Soldiers Under Command” del lontano 1985; gran lavoro di chitarra del bravissimo Oz che la fa da padrone tessendo riffs assassini e confezionando un pregevolissimo solos. Si calmano gli animi ma non il pathos con 'The Valley' che comunque si sviluppa su un sapiente heavy sound stemperato da chorus line melodiche che creano il giusto equilibrio tra durezza del sound e armonia del cantato. Ottimo solos -anche qui- del buon Fox. Si rallenta un poco? Macchè... la successiva 'Sea of Thieves' continua a martellare con un class metal eccelso e riff di chitarra da cardiopalma. Nemmeno la “radiofonica” 'Beautiful' molla la presa e anzi, ci regala un ottimo hard rock sound ben arrangiato che potrebbe essere – a mio avviso- un ulteriore singolo. Alla fine però è arrivata. Siamo al momento della ballad 'Can't Live Without...' che però non è assolutamente un brano edulcorato fine a se stesso e non rammollisce l'ascoltatore poiché la base è piuttosto sostenuta con un sempre presente e poderoso guitar work e sezione ritmica che man mano si prosegue nel brano acquisiscono incisività e vigore. Ottima! 'Own Up' è quasi un anthem nel suo incedere e il suo poderoso heavy rock la renderà sicuramente una eccelsa live song!! Siamo alla fine -purtroppo- e cosa fanno questi 'bravi ragazzi del christian rock? Ci piazzano un brano quasi speed; infatti 'The Devil Doesn't Here' è un velocissimo up tempo che potrebbe benissimo istigare il pogo sottopalco ai loro concerti. Anche in questo caso i nostri vanno a ripescare i momenti migliori dei primi album tre album. Ho finito....altrimenti continuerei a scrivere ma lascio a voi la gioia di acquistare questo disco e goderne di tutti i benefici. Se amate il metal e non avete stupidi pregiudizi solo perchè i nostri parlano di Bibbia e affini dovete avere questo disco!!

Roby Comanducci


DOKKEN
“Return To The East Live 2016”
(Frontiers)


Line up: Don Dokken – Vocals, George Lynch – Guitars, Jeff Pilson – Bass, Mick Brown - Drums

Tracklist: It’s Another Day (New Studio Track), Kiss Of Death, The Hunter, Unchain The Night, When Heaven Comes Down, Breakin’ The Chains, Into The Fire, Dream Warriors, Tooth And Nail, Alone Again (Intro), Alone Again, It’s Not Love, In My Dreams, Heaven Sent (Acoustic Studio Bonus Track), Will The Sun Rise (Acoustic Studio Bonus Track)

Allora puntualizziamo. Parlare dei Dokken per il sottoscritto è sicuramente facile/difficile al tempo stesso. Sono in assoluto una delle band che prediligo nel 'metalrama' mondiale e nulla e nessuno può togliere loro lo scettro di araldi e creatori del pluriosannato class metal americano nato negli eighties. Da sempre sono stati fautori di album eccellenti e, alcuni, addirittura memorabili come 'Tooth and Nail' ('84) e 'Under Lock and Key' ('85) senza dimenticare il classicissimo 'Back fore the Attack' ('87). Sono stati capaci anche di continuare mantenendo intatta la loro classe dopo i numerosi split di line up, soprattutto quello che fece allontanare la vera 'stella' del gruppo, il guitar hero George Lynch e poi anche il bravo bass player Pilson. Ma nonostante tutto siamo stati graziati da album notevoli quali 'Erase The Slate' ('99 senza Lynch), 'Hell To Pay' e 'Lightning Strikes Again (2004 e 2008 entrambi senza Lynch e Pilson). La band di Mr. Dokken ha sempre avuto dalla sua una forte melodia di base, intense armonie e chorus line d'eccezione che miscelate all'estro di chitarra del buon Lynch sputavano fuori una miscela di hard rock potente e fraseggi heavy con un risultato d'impatto notevole; il class metal appunto. Col passare degli anni le cose cambiano per tutti (o quasi) e il combo di Los Angeles in auge dal lontano 1977 non è esente da questa regola (se vogliamo chiamarla così) e questo fattore si nota enormemente in questo live, dimensione in cui una band non può modificare o imbrogliare nessuno....è lì di fronte a migliaia di fans e quindi soggetta al pubblico giudizio. I nostri, e la cosa non può che far piacere ai fans di questo combo musicale, si sono riuniti nella stellare formazione originale Dokken, Lynch, Brown, Pilson nel 2016 e hanno iniziato un tour dal quale viene riportata una data proprio in questo cd (disponibile anche in DVD con altre chicche e “i dietro le quinte”...nda) inerente la serata al Loud Park Festival in Giappone. Cosa dire dopo l'ascolto? La band è sempre in forma e gli strumentisti il cui valore è indiscusso non sgarrano (anche se mi aspettavo qualcosina di più dal bravissimo George che qui si limita al classico “compitino, seppur in chiave live) ma il grosso problema è Mister Don Dokken. Ascoltare un singer afono non è bello per nessuno!!! Don canta almeno una tonalità sotto (se non di più) e con maestria cerca di portare avanti lo show che però è penalizzato da una voce oramai priva di qualsiasi acuto o modulabilità. Piatta, monocorde e bassa l'ugola del nostro trasforma le song togliendo il groove e l'energia che normalmente pezzi storici come 'Kiss of Death' da sempre hanno avuto. Irriconoscibile e assolutamente trasformato. Peccato, perchè in questo dischetto vengono riproposti tutti i gloriosi cavalli di battaglia della band più un pezzo inedito in studio, la prima 'It's Another Day, che però non spicca per originalità. Cosa dire: se avete amato i Dokken andate a riascoltarvi qualche live album degli anni d'oro non questo. Se invece vi siete avvicinati da poco alla band o volete conoscerla meglio.....vale lo stesso discorso. Apprezziamo tutti l'impegno del gruppo nel riunirsi e suonare ancora dal vivo ma attenzione, con un lead singer che poi era il marchio di fabbrica con la sua particolare tonalità pur non essendo mai stato un 'mostro' di tecnica vocale, che si è ridotto a cantare in questo modo è arduo che Lynch & Co. riescano ad acquisire nuovi fans. Ad ogni modo non potevamo certo aspettarci un altro 'Beast From The East live', sono passati esattamente trent'anni e quindi possiamo limitarci a valorizzare questo album dal vivo come documento storico perchè, senza nessun dubbio, i Dokken hanno contribuito in maniera rilevante a far crescere la nostra beneamata musica nel mondo.

Roby Comanducci

PERFECT PLAN
“All Rise”
(Frontiers)

Line up: Kent Hilli – vocals, Rolf Nordström – guitars, P-O Sedin – bass, Fredrik Forsberg – drums, Leif Ehlin - keyboards

Tracklist: Bad City Woman, In And Out Of Love, Stone Cold Lover, Gone Too Far, What Goes Around, Too Late, Can’t Turn Back, Never Surrender, 1985, What Can I Do, Heaven In Your Eyes

Però, che grinta questi Perfect Plan! E' questa la prima cosa che viene in mente ascoltando il loro nuovo lavoro "All rise". Il secondo riscontro invece probabilmente sarà un pizzico di stupore nell'apprendere che si tratta di una band relativamente recente, essendosi formata nel 2014 in Svezia. Subito al lavoro su tracce proprie, il gruppo viene messo sotto contratto nel 2017 dalla Frontiers e giunge in questi giorni all'esordio. Le composizioni del quintetto constano di una sezione armonica (intendo con ciò tastiere e chitarre) di tutto rispetto e di chiara ispirazione 80's nel power/AOR rock che sembra godere di discreta forma in questi ultimi mesi. Si deve però dire che oltre a Giant, Foreigner, Journey, e qualche riff dai Whitesnake, sicuramente i nostri ragazzi hanno bene in mente la lezione dei loro conterranei Europe più "diretti" e rockeggianti, con ritmi decisamente aggressivi specie nelle primissime canzoni; nel seguito il disco mantiene comunque un piglio potente e vigoroso. Le chitarre poi hanno sempre un incedere potente nei riff e nella parte solistica molto graffiante. La produzione gioca un ruolo importante nel mantenere questa impronta: infatti cerca di coniugare i suoni dando un'impronta ruvida e quasi sporca in certi tratti, arrivando all’impronta quasi da Hard americano delle tracce, a bilanciare le basi di partenza di classico AOR melodico della band. La linea vocale del singer Kent Hilli sembra del resto studiata per apparire aspra e graffiante a completare questa struttura, e devo dire che si unisce perfettamente al resto del combo (il singer è la novità più recente della formazione). L’impressione che si ha è quindi di un disco che voglia dare personalità ai propri pezzi, farli vivere con la propria energia, e di certo ci riesce per me, poiché non annoia e anzi invita all’ascolto, cosa non banale per un genere certo ampiamente sfruttato negli anni come quello proposto. Andando a concludere devo dire che si tratta di un'opera con radici solidamente 80's e chiare influenze musicali, ma riproposto in maniera interessante, ben suonata e con arrangiamenti originali: l'effetto è decisamente orecchiabile e accattivante e il lavoro di questi cinque ragazzi nordeuropei è decisamente da tenere d'occhio.

Nikki

ISSA
“Run with the pack”
(Frontiers)

Line up: Issa Oversveen – vocals, Simone Mularoni – guitars, Alessandro Del Vecchio – keyboards, Andrea ToWer Torricini – bass, Marco Di Salvia - drums

Tracklist: Am I Losin’ You, Run With The Pack, Sacrifice Me (feat. Deen Castronovo), How Long, The Sound Of Yesterday, Come Back Again Now, Talk To Your Heart, Bittersweet, Closer To You, Irreplaceable, Everything To Me

Dove ho già sentito questo effetto al sintetizzatore, mi sono detto appena iniziata la prima traccia… e subito mi sono risposto: ma certo, settimana scorsa al cinema! L'opener "Am I Losin' you" contiene in effetti un'armonizzazione alle tastiere che sa molto di colonne sonore di videogiochi anni '70, non banale effettistica ma un ovvio richiamo al primissimo prog di band come i Rush. E il film? Certo, c’entravano i videogiochi, ma diciamo solo questo … Le armonie delle tastiere giocano del resto un ruolo basilare nella nuova opera della cantante norvegese Issa, coadiuvata da una band di tutto rispetto costituita da interpreti del nostro paese, capitanati da Alessandro del Vecchio (all’opera con le tastiere, oltre che in fase di registrazione, produzione, missaggio e, almeno credo, basta!), personaggio ben noto alla scena metal nazionale, di cui non servono presentazioni (ma se servissero, la rete vi offrirà abbondante materiale!); a completare il combo Simone Mularoni (DGM) alle chitarre, Andrea ToWer Torricini (Vision Divine) al basso e Marco Di Salvia (Kee of Hearts) alla batteria. Questo lavoro affonda come accennato le sue radici negli anni '70 per poi pescare dall'hard melodico anni '80 e dall'AOR del periodo; vengono in mente House of Lords, Rush, i Journey nei quali militava Deen Castronovo (presente in un interessante duetto in "Sacrifice Me"). Un album dal forte portamento melodico che gioca su strutture dall'armonia notevole, usate per creare il giusto spazio per la voce di Issa; è infatti nella dimensione melodica e d’atmosfera che si posa l’accento, sebbene non manchino riffeggi più ‘eavy che però fanno solo da contorno a mio modo di vedere (ed ascoltare). Accenti più aggressivi sono presenti ad esempio nella title track, ma il disco orbita maggiormente nella ricerca della melodia, in diversi modi, dalla classica ballad al power rock anche commerciale di stampo 80's. Sempre sugli scudi naturalmente i notevoli muri di suoni di Del Vecchio, che si prodiga nel fornire costantemente la giusta base per la voce alta ma al tempo stesso incredibilmente "morbida" della ormai esperta (è al quinto disco) cantante nordeuropea. Nell'insieme, devo dire, notevole come l'amalgama di voce, chitarre e tastiere alternativamente a creare il pezzo da un lato, e sezione ritmica a sostenerlo, risulti estremamente naturale e non forzato. Sicuramente un ottimo lavoro di produzione non a caso sempre gestito da Del Vecchio; del resto egli è anche un noto vocal coach e questo si sente nel modo in cui l’opera intera è gestita. Per terminare, un ottimo disco per un tuffo nel passato accompagnato dall'ottima espressività dell'interprete principale.

Nikki

 


THE DEAD DAISIES
"Burn It Down"
(Spitfire Music / SPV)


Line up: Deen Castronovo – drums, David Lowy – guitars, John Corabi – vocals, Doug Aldrich – guitars, Marco Mendoza – bass

Tracklist: Resurrected, Rise Up, Burn It Down, Judgement Day, What Goes Around, Bitch, Set Me Free, Dead And Gone, Can't Take It With You, Leave Me Alone, Revolution (bonus track)

Quinto album (se consideriamo anche il live “Live & Louder” uscito l'anno scorso...nda) per la band capitana ta dall'ex Motley Crue singer (...ma anche ESP, Union, The Scream & more...nda) Corabi che qui ha sicuramente trovato la sua “Way of lie” riuscendo ad amalgamarsi nel migliore dei modi in questo combo di musicisti eccelsi all'atto della sua entrata in formazione col secondo album nel 2015 (nel primo cantava Jon Stevens, tra l'altro anche co-fondatore del gruppo con l'ancora presente David Lowy). Diciamo che i nostri hanno subìto differenti cambi di line up ma questo non ha causato svarioni nel sound della band che sin dal primo album impatta col suo granitico hard rock venato a volte da tinte bluesy ed altri momenti più power. Per capire quanto appena scritto ascoltatevi subito la terza traccia, la title track, un pezzo che non avrebbe sfigurato nei gloriosi Whitesnake di “Come and get It” e periodo/dischi affini. Un power hard blues cadenzato e iniettato di un groove di chitarra che sorregge con prepotenza tutta la canzone. Bellissima! L'album, comunque, parte già nel migliore dei modi con l'hard rock tagliente di 'Resurrected' seguito dalla pulsante 'Rise up' e non perde vigore neppure negli episodi più “lenti” come 'Judgement Day' che, in definitiva, definirla 'lenta' non è corretto; trattasi di un brano di potente rock che si avvale di una alternanza tra parti lente e altre vivaci e ricche di pathos e pura energia. Se volete invece calmarvi allora sì che vi consiglio di selezionare la song 'Set me Free', una ballad intensa, assolutamente scevra di qualsiasi mielosità o ripetività spesso riscontrabili in questo genere di song. Per il resto la band ha premuto sempre sull'acceleratore e lo potrete sentire in tutte le song presenti. Difficile estrarne qualcuna in particolare, 'Burn It Down' è un lavoro che va gustato in tutta la sua qualità, valorizzato in tutte le sue tracce che vedono un intenso lavoro dei musicisti ( e che musicisti, una vera all star band con gente che arriva da Whitesnake, Journey, Bad English, Thin Lizzy....ecc...nda) sia in fase di arrangiamento che di esecuzione: ottimo lavoro della sezione ritmica Catronovo - Mensoza, una spina dorsale precisa e pulsante sulla quale le due 'asce' Lowy – Aldrich si sbizzarriscono regalandoci una valanga di gaudiosi e dirompenti riffs e parti soliste di indubbia caratura. Poi c'è lui, Mr. Corabi, che con la sua voce e l'ottima interpretazione vocale su ogni canzone, rende “Burn..” un full lenght album assolutamente sopra la media. Fatelo vostro!

Roby Comanducci

NO HOT ASHES
“No Hot Ashes”
(Frontiers)

Line up: Paul Boyd – bass, Tommy Dickson – keys, Steve Strange – drums, Eamon Nancarrow – vocals, Niall Diver – guitars, Davey Irvine - guitars

Tracklist: Come Alive, Good To Look Back, Satisfied, Boulders, I'm Back, Glow, Over Again, Jonny Redhead, Souls, Running Red Lights

I Not Hot Ashes sono una piacevole novità di questo inizio 2018 ... risalente a ben 34 anni fa! Come spesso accade in musica il vecchio adagio "Attenzione al VECCHIO che avanza" è azzeccato. Onore al merito di questi cinque musicisti nordirlandesi aver tenuto duro per più di tre decenni per dare alle stampe questo piccolo gioiellino. Non appena farete partire queste dieci tracce non potrete che convenire con me: questo lavoro è al tempo stesso un'opera "fuori tempo", che rimanda in modo immediato a ben note tonalità molto melodiche e orecchiabili, come Journey e Foreigner, ma anche, perchè no, il lato più melodico di Ozzy di inizio anni '80 (giustamente più spesso celebrato per il suo contributo al metal, ma non privo di interessanti spunti di melodia), così come gli Europe divisi tra irruento Hard Rock e certe (a volte discusse) aperture pop. Questa digressione per dire che l'opera dei No Hot Ashes suona, per chi è un pò attempatello come me, un deciso tributo al passato, ma non si tratta di banali pezzi di genere e non suonano datati, si sente invece un'alternanza tra potente e strutturato AOR/Hard rock scritto con maniera e suonato bene, con classe e precisione, a pezzi lenti non banali e riflessioni musicali molto gradevoli; a questo si aggiunge una produzione curata, volta non ad una pulizia artefatta ma ad una resa potente ed espressiva dei suoni. Si riconosce certo il mestiere di questi musicisti, che arrivano al 2018 componendo il loro album d'esordio, dopo essere esorditi come spalle d'eccezione negli anni '80 come spalle d'eccezione per band di grido come Magnum e Mama's Boys; sono quindi in grado di fornirci dieci pezzi che spaziano dalla classica cavalcata 'Jonny Redhead', 'Running Red lights', al pezzo d'atmosfera 'Come Alive', 'Souls' a qualche lento 'Boulders'. Dell'esecuzione ho apprezzato il lavoro alle chitarre, sia in fase solista che di accompagnamento, e le parti vocali, anche qui sia come voce principale che come cori, calate nel genere che suonano senza essere scontate. Per finire dai No Hot Ashes ci si fa accompagnare per questa cinquantina di minuti con molto piacere, ci fanno dare uno sguardo al passato non scontato e con una certa carica nell'esecuzione. Un acquisto molto consigliato per i molti amanti di questi vecchi classici AOR/Hard di qualche anno fa.

Nikki

 

BULLETBOYS
“From out of the skies”
(Frontiers)

Line up: Marq Torien – vocals, lead guitar, Nick Rozz – rhythm guitar, Chad MacDonald – bass, Joaquin Revuelta - drums

Tracklist: Apocalypto, D-Evil, From Out of the Skies, Hi-Fi Drive By, Losing End Again, What Cha Don’t, P.R.A.B., Sucker Punch, Switchblade Butterfly, Once Upon a Time

A circa tre anni dal loro ultimo album “Elefante” ecco uscire il nuovo disco dei Bullet Boys anche se, permettetemelo, oramai trattasi del progetto del leader e fondatore Marq Torien. Questo “From Out...” registrato agli Studio 606 di Dave Grohl & Foo Fighter è sicuramente un buon album di eclettico rock, qualcosa di funky, qualche accenno street (poca roba), e molto alternative e new rock sound. Non aspettatevi, amanti dei primi BulletBoys, suoni che riflettano i gloriosi “BulletBoys” (1988), “Freakshow” (1991) e nemmeno “Za-Za” (1993); il nostro capitano Marq cambiando completamente line up e tiro musicale è approdato verso un sound moderno che non ha nulla a che vedere con gli esordi ed il filone di band come Van Halen, Aerosmith, Warrant....anzi. Però se vogliamo ascoltare del buon rock, registrato e arrangiato con gusto e con momenti di sicuro interesse e qualche piccola genialata, siamo col disco giusto in mano. Un esmpio del nuovo corso di Torien è 'P.R.A.B' che potrebbe benissimo far parte del repertorio dei Theraphy?, assolutamente inusuale il finale quasi “elettronico” che farà storcere il naso ai vecchi sostenitori del true hard rock ma contribuirà ad acquisirne di nuovi. Un altro brano particolare (e qui comunque ce ne sono tanti) è ' Hi-Fi Drive By' che potrebbe essere stata scritta dagli Extreme con quel suo incedere rock filtrato da atmosfere funky-soul oppure, la più 'rude' 'D-Evil' dove troviamo come guest vocals il singer degli Eagles of Death Metal con un risultato molto “crossover” ed anche una buona interpretazione vocale del nostro Marq che, nonostante gli anni, mantiene l'ugola sempre in forma. Ottimo guitar work invece per l'opener 'Apocalypto' che si evolve in un più classico hard rock sound ma assolutamente non scontato e carico di adrenalina e originalità. Molto bella ed elegante la ballad semi acustica 'Losing End Again' coadiuvata da un superbo arrangiamento di percussioni e una orchestralità di sottofondo che ne decreta l'elevata caratura tecnico-emozionale. Un minuto di intro tra guitar sound e drumming ci prepara al true hard rock di ' What Cha Don’t' e forse qui....si riesce a ricordare gli antichi fasti targati eighties. 'Sucker Punch' ritorna a strizzare l'occhio al moderno alternative sound degli anni duemila ma comunque si lascia apprezzare in quanto accreditata anche lei di momenti 'loud' che si alternano a numerosi stop & go e ritmi vocali “quasi rap” (non inorridite, state tranquilli ho scritto “quasi” hehe ...nda). La penultima song è un lento acustico di voce e chitarra dove Marq ci ammalia con una bella interpretazione. Chiude invece un brano 'Once upon a Time' che è quasi FM rock, molto radiofonico e commerciale. Cosa dire? Un disco che sicuramente dividerà i fans ma che consiglio a tutti coloro che vogliono ascoltare qualcosa di nuovo, originale e intellligentemente suonato.

Roby Comanducci

ANIMAL DRIVE
“Bite!”
(Frontiers)

Line up: Dino Jelusic – vocals, Ivan Keller – guitars, Roko Rokindja Nikolic – bass, Adrian Boric - drums

Tracklist: Goddamn Marathon, Tower Of Lies (I Walk Alone), Had Enough, Hands Of Time, Lights Of The Damned, Time Machine, Father, Fade Away, Carry On, Devil Took My Beer Again, Deliver Me

Provengono da Zagabria questi quattro musicisti sotto il moniker di Animal Drive e ci presentano il loro nuovissimo (debut album) “Bite!”, un concentrato di sostenuto e roccioso hard rock. Tutto ruota intorno al leader e singer Dino Jelusic ( a suo tempo “caldamente” presentato alla label da Mr. Jeff scott Soto, nda) e anche se la band sembra sia attiva da qualche anno (2012 l'anno di formazione) non risulta traccia di lavori precedenti...quindi ben venga questo primo full lenght album. Il sound, come appena scritto, è vigoroso, sicuramente nulla di trascendentale o di innovativo ma è capace di far battere il piedino per terra all'ascoltatore e anche, in alcune song, di far fare un pò di hair guitar in salotto davanti al proprio stero. Ci sono momenti carichi di groove e adrenalina come 'Devil Took My Beer Again' dal guitar work tagliente e corroborante e con una struttura compositiva anche leggermente ricercata e azzeccata. In certi momenti i nostri strizzano l'occhio a passaggi progressive metal come nell'opener 'Goddamn Marathon' ma non arrivano mai ad un sound che li possa caratterizzare o etichettare come prog metal band, assolutamente. Questo però contribuisce alla buona riuscita delle composizioni che in alcuni momenti hanno dei guizzi di originalità con fraseggi particolari o cambi tempo azzeccati e studiati con cura. Molti li hanno definiti come un mix tra Skid Row (periodo 'Slave to The Grind') gli Whitesnake di 1987 e qualcosa dei Dream Theater. Forse come accostamento/paragone è esagerato ma senza dubbio questi Animal Drive hanno diverse frecce al loro arco per poter dire la loro nell'attuale e difficile mercato musicale.

Roby Comanducci

 

GRETA VAN FLEET
“From The Fires”
(Lava / Republic)

Line up: Josh Kiszka - vocals, Jake Kiszka – guitars, Sam Kiszka – bass & keyboards, Danny Wagner - drums

Tracklist: Safari Song*, Edge Of Darkness, Flower Power*, A Change Is Gonna Come, Highway Tune*, Meet On The Ledge, Talk On The Street, Black Smoke Rising *

Con un leggero ritardo (solo adesso sono venuto in possesso del suddetto album purtroppo!!!) mi accingo immediatamente e inderogabilmente alla doverosa recensione. Qui stiamo parlando di un piccolo masterpiece, di una band - proveniente dal Michigan- che potrebbe divenire un'autentica rivelazione; quattro musicisti di cui tre fratelli - eccetto il batterista - che insieme presumibilmente faranno poco più dell'età del sommo Keith Richards, hanno sfornato questo full lenght album a Novembre 2017 di (solo, purtroppo...) otto song di qui quattro (quelle con asterisco nella tracklist...nda) facevano parte del primo EP uscito anch'esso nel 2017 ma nei primi mesi. Otto canzoni SUPERLATIVE con due cover 'A Chenge Is Gonna Come' di Sam Cooke e 'Meet on The Ledge' di Richard John Thompson, che contribuiscono a elevare la caratura di questa giovanissima band a livelli stratosferici. C'è già chi li considera i nuovi Led Zeppelin e non possiamo dargli tutti i torti: il singer e mattatore della band Josh Kiszka canta con un ugola “Plantiana” che ci fa commuovere. Il buon Robert, Re indiscusso dei vocalist hard rock (ma non solo) e tutti i suoi membri degli Zep, se avessero fatto un disco nuovo probabilmente avrebbero ottenuto il mood ed il sound di questo “From The Fires”. Sono, lo ammetto, paragoni pesanti e forti, ma in tantissimi anni che seguo questa musica mai, preciso MAI, nessun artista/band si è mai anche lontanamente avvicinato al puro Zeppelin sound come questi ragazzi e non ho mai sentito nessuno cantare in questo modo. Alla faccia di chi diceva che i bravissimi Kingdome Come erano i cloni degli Zeppelin: pur bravissimi, la band di Lenny Wolf non regge il confronto con questi Greta Van Fleet, e ve lo dice un vero estimatore del gruppo di “Stargazer”!! In ogni modo i nostri ragazzi non sono aridi cloni ma riescono in ogni song, anche nelle due cover, a metterci del proprio, a marchiare il tutto con il loro stile che miscela hard rock, blues, soul, country in un intreccio magico di eufonie a volte lente e ammalianti e in altri momenti cariche di groove elettrico e hard come nella stupenda 'Highway Tune', assoluta perla del disco ed anche singolo che li sta lanciando in tutto il mondo. Altra chicca è 'Edge Of Darkness' anch'essa improntata su un hard blues settantiano con un tiro pazzesco, un guitar work d'eccezione e una interpretazione vocale dove il nostro Josh raggiunge vette inarrivabili per molti. Assolutamente da atmosfera Woodstockiana è la superba 'Flower Power' che trasuda energia e carisma in ogni singola nota e va a chiudersi negli ultimi due minuti con l'organo che la fa da padrone da solo, maestoso e prepotente nel suo incedere caldo e magnetico. Magica! Brellissimo il ritmo rock blues imperante su 'Talk on The Street' e l'(hard) rock elegante e anche 'radiofonico' della finale 'Black Smoke Rising'. Ottimo. Credo che sicuramente molti di voi l'avarnno già acquistato, in caso contrario correte a farlo, un disco imperdibile per una band che farà sta-parlare di se!!!!

Roby Comanducci

 

L.A. GUNS
“Made in Milan – Live”
(Frontiers)

Line up: Tracii Guns – guitars, Philip Lewis – vocals, Michael Grant - guitar, Shane Fitzgibbon – drums, Johnny Martin - bass

tracklist: No Mercy, Electric Gypsy, Killing Machine, Bow Solo/Over The Edge, Sex Action, Speed, One More Reason, Kiss My Love Goodbye, Don’t Look At Me That Way, Malaria, Never Enough, Jelly Jam, The Ballad Of Jayne, Rip And Tear

Non sempre mi cimento nelle recensioni dei live album. Dipende dall'artista, dipende dal concerto e da altri fattori. So benissimo che il momento live è il clou per qualsiasi artista soprattutto nella nostra beneamata musica rock. Mi è arrivato dalla sempre attiva Frontiers Record questo nuovissimo live dei bravissimi L.A. Guns (appena reduci di una fantastica uscita discografica nel 2017 “The Missing Peace” che consiglio a tutti di comprarlo, ne vale la pena!!!...nda) tratto dalla loro apparizione al Frontiers Festival dello scorso anno e quindi ne approfitto per gustarmi la trasposizione su cd di quello che ha combinato Mr.Lewis & Mr. Guns in quella infuocata notte. Questo “Live in Milan” è registrato abbastanza bene ma non è perfetto, ad ogni modo riesce a catapultare l'ascoltatore nella magica atmosfera che questi VERI street rockers riescono ancora a creare a ben 30 anni dall'uscita del loro primo omonimo e fantastico debut album (eh si, era il 1988). Ovviamente molti dei brani qui presenti sono tratti dai primissimi lavori del combo (sicuramente la loro migliore produzione musicale è sempre e comunque nel periodo '88-'91) e qua e la delle song come 'Don't Look At Me...' da “Walking the Dead” (2002) oppure la potente e travolgente 'Killing Machine' da “Vicious Circle” targato 1995. Se non erro, e questo è un peccato perchè il disco è validissimo, dell'ultimo album è presente solo la veloce 'Speed' che ben si amalgama coi classici della band. I musicisti sono tutti in forma e il buon Lewis riesce ancora a deliziarci con la sua timbrica particolare leggermente roca ma potente e tagliente come un rasoio. Superlativo è il lavoro del bravissimo Tracii Guns che qui mette in mostra tanto del suo repertorio da axe men: ok, non stiamo parlando di steve Vai ….ma Tracii Guns è un ottimo chitarrista che non ha nulla da invidiare a molti suoi colleghi (Mister Slash compreso!! ...nda). Ascoltate l'intro su 'Bow solo/ Over The Edge', oppure il guitar work di oltre cinque minuti su 'Jelly Jam', ed il lavoro alla sei corde con solo in crescendo nel finale di 'Kiss My Love Goodbye', fantastici. Una nota di merito va anche all'altro chitarrista Michael Grant che supporta non poco il già eccelso guitar work di Tracii. Inutile non ammettere che una lacrima tra gioia e nostalgia scende all'ascolto della superba 'Malaria' o 'The Ballad of Jane' ma non solo; è bellissimo riuscire a carpire la forte energia che il gruppo è riuscito a sprigionare in questa magica serata mentre ascoltiamo cavalli di battaglia quali 'No Mercy', 'Electric Gypsy' o 'Sex Action' che nel finale si mixa a 'Paint it Black' dei maestri Stones. Una goduria. Un live assolutamente tirato dall'inizio alla fine e colmo di energia e groove. Se non li avete visti dal vivo correte a comprare questo album!

Roby Comanducci


CORELEONI
“The greatest hits part1”
(Frontiers)

Line up: Leo Leoni – guitars, Ronnie Romero – vocals, Hena Habegger – drums, Jgor Gianola – guitar, Mila Merker - bass

Tracklist: Love Theme From "The Godfather", Firedance, Downtown, Higher, Get It While You Can, In The Name, Let It Be, All I Care For, Walk On Water , Here Comes The Heat, Tell No Lies, Ride On, Anytime Anywhere.

Eccoci qua....con un altro greatest che ingloba il summa di tot canzoni di album storici e/o passati (sembra stia diventando una moda.... nda). Mr. Leo Leoni, chitarrista e fondatore della band Svizzera più famosa al mondo, ha ben pensato, avvalendosi della ricorrenza del 25° anno dal primo loro debut album, di pubblicare un album che è il mix dei primi quattro dischi in studio con eccezione di 'Anytime...' tratto dal più “recente” 'Lipservice' e una new song 'Walk On Water'. Nella line up ci sono membri attuali e passati dei Gotthard e alla voce non il singer attuale che ha sostituito il grandissimo (e insostituibile...comunque!!!) Steve Lee, Nic Maeder, bensì Ronnie Romero (Lords of Black e Rainbow) con un risultato sicuramnete buono tanto che sembra far capolino in ogni song l'ugola del compianto Lee. Inutile ragazzi.... i Gotthard senza Steve Lee non sono più quelli di una volta: è come dire gli Whitesnake senza Coverdale, i Queen senza Mercury....personaggi insostituibili anche se al loro posto viene messo un validissimo singer. In questo caso poi il buon Romero ha praticamente una tonalità molto simile a Steve e quindi da una parte ci fa piacere perchè valorizza tutti i brani ri-arrangiati e ri-registrati facendoci credere per qualche momento che dietro al microfono ci sia ancora Lui, dall'altra parte ci fa scendere una lacrimuccia. Inutile fare la recensione dei brani, li conoscerete tutti e sono autentiche chicche che hanno contribuito a lanciare i Gotthard del music business mondiale. L'unica traccia nuova 'Walk on Water' non dice nulla di muovo, un discreto hard rock senza infamia e senza lode. Cosa dire....valutate voi se vale la pena acquistarlo o meno.

Roby Comanducci

REVERTIGO
“Revertigo”
(Frontiers)

Line up: Mats Levén - lead vocals, guitars, keyboards, Anders Wikström - guitars, bass, keyboards, backing vocals, Thomas Broman - drums

Tracklist: Hoodwinked, Sailing Stones, Symphony Of Fallen Angels, The Cause, Gate Of The Gods, False Flag, Unobtainium, Luciferian Break Up, Joan Of Arc, Break Away, In Revertigo

Sotto questo nuovissimo moniker si celano due eccelsi musicisti della scena scandinava e, anche, grandi amici, Mats Leven e Andres Wikstrom. Il primo lo ricorderete tutti come la fantastica ugola dei bravissimi Swedish Erotica una delle migliori street/sleaze band provenienti dal nord europa e qui si parla di fine eighties inizio ninetees, ma con all'attivo lavori anche con Treat, Therion, Candlemass, Malmsteen. Il secondo è lo storico guitar player dei mitici Treat. Il duo suona tutti gli strumenti, si autoproduce l'omonimo debut album e si avvale solamente dell'aiuto dietro le pelli del batterista Thomas Broman. Il risultano è pià che lodevole non scopiazzando dalle band dove hanno militato in precedenza bensì proponendo un hard rock moderno ed accattivante che in certi punti può ricordare anche lo street rock più potente di matrice ottantiana ma il tutto viene stemperato da un arrangiamento attuale che comunque si rifà maggiormente a band quali Eclipse, Hardline. Le song sono tutte degne di nota, cariche di energia e di un frizzante mood. Su 'Luciferian Break Up' si respira aria di Mr. Vincent Furnier ed il risultato finale è più che eccellente. Affascinante la semi ballad ' Unobtainium' ricca di arrangiamenti e accortezze particolari che le regalano e conferiscono la giusta originalità. In tutto il disco la chitarra dell'ex Treat ci regala ottimi riffs e solos mai invadenti ed ecessivi ma ficcanti e carichi di adrenalina mentre la voce del singer va beh....già la conoscevamo bene e ancora adesso, dopo anni, non ha perso di incisività e mordente. Su 'Sailing Stones' fa breccia il nuovo street rock nordico e band come Crazy Lixx o Reckless Love soprattutto per quanto concerne la linea melodico-commerciale del brano. Avvincente è l'anthemica ' Symphony Of Fallen Angels' mentre la successiva 'The Cause' ci ammalia con un intro di chitarra su un tappeto di tastiere, breve ma intenso, che poi si sviluppa in un sostenuto hard rock sound. Curato ed originale l'arrangiamento su 'False Flag' che ci propone un vortice di suoni e accorgimenti particolari coadiuvati da una bella interpretazione vocale di Mats e un pregevole solo di chitarra di Anders. In definitiva trattasi di un album che mi è piaciuto sempre più ascolto dopo ascolto e la cosa è molto importante. In questo “Revertigo” oltre alla classe dei suoi musicisti c'è anche una ricca dose di lavoro, produzione, arrangiamento che in ogni song riesce ad inserire quel momento, quel passaggio, quel suono particolare e ne decreta l'alta qualità, nulla è lasciato al caso. Da avere!!!

Roby Comanducci

SHIRAZ LANE
“Carnival Days”
(Frontiers)

Line up: Hannes Kett - lead vocals, Jani Laine - lead guitar, Miki Kalske - rhythm guitar, Joel Alex – bass, Ana Willman - drums

Tracklist: Carnival Days, The Crown, Harder To Breathe, Tidal Wave, Gotta Be Real, People Like Us, Shangri-La, War Of Mine, Shot Of Life, Hope, Reincarnation

Il loro debut album del 2016 “For Crying Out Loud” ci aveva fatto ben sperare essendo un vero concentrato di glam e sleaze rock che rifletteva a specchio i famigerati anni ottanta. La band Finlandese quindi, a distanza di quasi due anni, ci sforna il successore “Carnival Days” con la medesima line up ed anche la stessa verve e musicalità di base. I nostri ci ripropongono un insieme di song che ricalcano abbondantemente il mood dell'album di esordio e hanno fatto bene. Mai stravolgere un prodotto se parte bene, semmai migliorarlo quello si ma mai cambiare. Infatti “Carnivals..” è ammaliante al punto giusto e sbarazzino quanto basta come il suo predecessore con diverse tracce interessanti tra cui l'opener e title track che si discosta come 'linea musicale' dal resto delle song andando a strizzare l'occhio ad Hanoi Rocks e Aerosmith (fantastico il lavoro di sax nella song). Oppure la lunga 'Reincarnation' (otto minuti....record assoluto per una band sleaze rock!!) che parte lenta e ricca di pathos per i primi tre minuti quando poi un riff aggressivo stempera il sound e aumenta il groove del suono facendola diventare più hard rock con la bella voce di Hannes che si inerpica in ottimi acuti per poi ritornare più cadenzata verso la metà del brano e sfociare anche in un riff reggae che detto così sembrerebbe un aborto invece ci sta proprio bene, un piccolo tocco di classe e originalità, per poi tornare su linee rock più consone che si riallacciano all'inizio della song. Veramente molto bella, elegante e strutturata in modo ineccepibile. Lo street/sleaze più cattivello e roboante lo troverete invece su 'Shot of Life' (pregevole il guitar solo di Jani Laine) mentre la palma di vincitrice per commerciabilità ma anche furbizia va a 'War of Mine' che si fa amare per un titornello che vi entrerà nel cervello e non andrà più via costringendovi a canticchiarlo tutto il giorno. Inutile proseguire...il disco è validissimo e dovete per forza farlo entrare nella vostra discografia personale. Bravi Shiraz Lane!

Roby Comanducci


JONO
"Life"
(Frontiers)

Line up: Johan Norrby – lead vocals, Johan Carlgren – piano/keyboards, Stefan Helleblad – lead guitar, guitars, Leo Olsson – guitars, Janne Henriksson – bass, Nicka Hellenberg – drums

Tracklist: Sailors, Crown, No Return, On The Other Side, Downside, To Be Near You, My Love, The Magi
cian, Trust, The March

Con leggero ritardo -ma meglio tardi che mai disse qualcuno- mi accingo a recensire questo bellissimo nuovo lavoro in studio dei Jono, o meglio, della band-progetto del singer Svedese Johan Norrby attiva già da qualche annetto ma che che in questo new album “Life” si supera sotto ogni punto di vista. Norrby è comunque attorniato da eccelsi musicisti due dei quali provenienti dai bravi Within Temptation, il chitarrista Stefan Helleblad e il drummer Nicka Hellenberg e il risultato è un album dove l'orchestralità la fa da padrone, dove il progressive rock diventa metal e si miscela al symphonic rock omaggiando grandissime band quali Dream Theater, gli stessi Within Temptation, Circus Maximus e, a mio modesto avviso, i grandissimi Queensryche soprattutto per la varietà e la modulabilità delle composizioni, i numerosi effetti e il cantato del superlativo leader che pur non avendo somiglianze vocali al God Geoff Tate ne ripercorre lo stile ed il modo di interpretare i pezzi. Una menzione particolare va fatta al bravissimo keyboards player Johan Carlgren che è il fautore delle intense eufonie presenti in tutte le song soprattutto quando tesse accompagnamenti con il pianoforte a seguito del cantato pomposo di Johan e il guitar work preciso e ricco di pathos come nella fantastica 'No Return'. Piccolo e autentico gioiellino musicale. Addirittura oserei scomodare un paragone con gli immensi Kansas e qualcosa dei Queen nella magnifica 'On The Other Side'; un tappeto di keyboards work da antologia la fa da padrone e permette ai chitarristi di sbizzarrirsi in fraseggi, riff e cambi tempo continui coadiuvati da una sezione ritmica perfetta. In questa song, poi, l'interpretazione vocale del singer sfiora la perfezione tecnica e soprattutto emotiva. Da annoverare come scuola per molti futuri singer la teatralità e l'impostazione melanconica e importante che Johan sfoggia su 'To Be Near You'. Onestamente avrei da scrivere altre mille parole ma credo di avervi incuriosito abbastanza, questo non è un disco da farsi scappare. Da avere assolutamente! Un vero piccolo capolavoro.

Roby Comanducci

POP EVIL
“Pop Evil”
(Entertainment One/Spv)

Line up: Vocals - Leigh Kakaty, Guitar - Davey Grahs, Guitar - Nick Fuelling, Bass - Matt DiRito, Drums - Hayley Cramer

Tracklist : Waking the Lions, Colors Bleed, Ex Machina, Art of War, Be Legendary, Nothing But Thieves, A Crime to Remember, God's Dam, When We Were Young, Birds of Prey, Rewind

Eccoci quindi al quinto appuntamento col full length album della band del Michigan capitanata dal singer/fondatore Leigh Kakaty a tre anni di sitanza dal penultimo 'Up' targato 2015. La formazione questa volta è la medesima dell'album precedente eccetto l'inserimento di una batterista che oltre ad essere molto brava è sicuramente un bel vedere e da quel tocco ti varietà al già particolare look del gruppo. Ma qui, ovviamente, si parla prettamente di musica e I nostri sono sicuramente uno degli esempi piu' validi che il panorama rock/alternative abbia partorito in questi ultimi anni. Originali, potenti ma al contempo capaci di atmsfere particolari e ricercate. Di loro mi ero innamorato con la song 'Boss's Daughter (feautiring Mick Mars) dell'album “War of angels” del 2011. Sono un gruppo capace di proporre una muisca assolutamente moderna e quindi adatta alle nuove leve di giovani rockers ma che sanno come comporre ottime song e possono piacere anche agli old rockers. Questo self titled album è un ottimo esempio del loro sound: miscela rock, alternative, hard rock e accenni di elettronica (ma solo in veste di arrangiamento in poche song). I primi gruppi che mi vengono in mente sono I Nickelback e I gloriosi Rage against The Machine. I primi nei momenti più pacati ed I secondi nelle song più ruggenti della band di Kakaty. Se ascoltate l'opener 'Waking the lions' o 'God's Dam' rieccheggiano I suoni di Chad Kroeger & Co. viceversa Zack de la Rocha fa capolino in song quali 'Color's Bleed' da autentico pogo ma anche la successiva (ma meno irruenta) 'Ex Machina' oppure 'Art of War'. Se siete amanti invece anche dei suoni sperimentali vi consigliamo 'Nothing But Thieves' che inizia con quel pizzico di elettronica per poi svilupparsi in un'ottima rock song. Ai nostri, comunque, non credo dispiacciano le classifiche (come lo dimostrano I buoni piazzamenti nella classifica di Billboard U.S, nda) ed infatti i brani 'When we were Young' e 'Be Legendary' hanno tutte le carte in regola per un giusto passaggio radiofonico. In ogni caso I Pop Evil non scopiazzano nessuno ed hanno un vero e proprio marchio di fabbrica nel loro sound. Quindi non dovete far altro che comprare questo album e godere e sballarvi ascoltando le undici tracce presenti.

Roby Comanducci

DELTA DEEP
“East Coast Live”
(Frontiers)

Line up: Phil Collen - guitarist/vocalist/songwriter, Debbi Blackwell-Cook – vocalist/songwriter, Robert DeLeo - bass, Forrest Robinson - drums

Tracklist: Black Dog (Opener), Bang The Lid, Miss Me, Treat Her Like Candy, Black Coffee, Burnt Sally/Rock Me Baby (Medley), Whiskey, Shuffle Sweet, Private Number, Bless These Blues, Mistreated, Forrest’s Drum Solo, Down In The Delta, Band Intro (Medley), Feel It (Medley)

Ottimo album questo live della band creata dal chitarrista dei Def Leppard Phil Collen. Qui si parla esclusivamente di blues e hard blues, musica che , ovviamente, è nel cuore del guitar player da sempre. Questa band ha esordito nel 2015 con il full lenght album in studio dal quale ritroviamo le song riproposte qui in chiave live con l'aggiunta di alcune chicche quali cover e medley di tutto rispetto. Phil si è attorniato di ottimi musicisti; in primis la portentosa vocenera della bravissima Debbi che la fa da padrone soprattutto in questa 'chiave live' intrattenendo i presenti tra un brano e l'altro e improvvisando continuamente stacchetti anche ironici. Da notare che il live doveva essere in qualche piccolo live club (onestamente non ho info a riguardo...) poiché nei 'tempi morti' tra un pezzo e l'altro quando Debbi cerca di presentare qualcosa o intrattenere i fans si sente un rumore di bicchieri e posate.... più 'atmosferà friendly' di così si muore hehe. L'album in definitiva è un'autentica goduria di sano blues e hard blues senza contaminzaioni suonato egregiamente e impreziosito dalla stupenda e portentosa voce della nostra female singer coadiuvata da un guitar work assolutamente eccelso del buon Phil che ci mostra quanto si può fare in chiave blues con una sei corde sia dal punto di vista armonico/eufonico che da quello energico e solista. Devo ammettere che pur considerando da sempre il nostro un ottimo axe men in questa veste blues sono riuscito ad innamorarmi ancora di più del suo appeal e pathos nel creare atmosfere e riff sublimi dalla sua sei corde. I brani ortiginali sono tutti di altissima qualità basti sentire 'Bang The Lid' dal mood veloce e arrancante , il caldo e ammaliante slow blues di 'Black Coffee' che riesce a trasportare la tua mente in un'altra dimensione, oppure 'Miss me' dedita ad un hard blues grintoso dove il buon Phil la fa da padrone. Bella anche la cover 'Mistreated' anche se, permettetemelo, la pur brava Debbi non eguaglia l'interpretazione del maestro David Coverdale. Insomma....questo è un live da comprare assolutamente e, se non l'avevate già preso andate a prendervi anche il loro self titled debut album del 2015, ne vale la pena!!!

Roby Comanducci


RICK SPRINGFIELD
“The Snake King”
(Frontiers)


Line up: Rick Springfield

Tracklist: In The Land Of The Blind, The Devil That You Know, Little Demon, Judas Tree, Jesus Was An Atheist, The Snake King, God Don’t Care, The Voodoo House, Suicide Manifesto, Blues For The Disillusioned, Santa Is An Anagram, Orpheus In The Underworld

E bravo il nostro musicista-attore (il dottore Noah Drake in General Hospital, nda) al secolo Rick Spingfield che, con cadenze abbastanza regolari ci delizia con qualche suo full lenght album sempre dedito a sonorità east coast e blues. Non fatevi però, per chi ancora non lo conoscesse, trarre in inganno dall'attività cinematografica, il nostro è un abile strumentista e compositore e la dice lunga la prolifica carriera con venti album in studio (compreso quest'ultimo lavoro...se memoria non m'inganna, nda) a qualche live album. Peccato che nelle info in mio possesso non figuri la line up ma presumo che il buon Rick abbia fatto (quasi) tutto da solo in quanto a strumeti e registrazione ma, tralasciando la curiosità fine a se stessa, quello che importa a noi è l'esito finale e, senza ombra di dubbio, devo ammettere che “The Snake King” è un gran bel disco, dedicato ai suoi fans e a chi ama anche Kenny Wayne Shepard, Joe Bonamassa, Gary Clark Jr, Jeff Healey et similia. Un album improntato sul blues, di base anche molto commerciale soprattutto quando si sfocia nel sound easy listening made by East Coast come 'In The Land Of The Blind' oppure in song molro “radiofoniche” come 'Blues For The Disillusioned'. Quando invece si caratterizza maggiormente su un bluesy caparbio e intrigante come su ' The Devil That You Know' o su un boogie 'Santa Is An Anagram' ci fa letteralmente godere. Fantastica (per non parlare del titolo hehehe....) ' Jesus Was An Atheist' dove il paragone a Johnny Winter si fa molto forte. Bellissima anche la veloce e ammaliante ' Suicide Manifesto' ma potrei lodarle tutte poiché non c'è una calata di tono o qualche pezzo meno interessante. Un album godibilissimo che saprà deliziarvi in qualsiasi momento!

Roby Comanducci

 

 

AERODYNE
“Breaking Free”
(Street Symphonies Records)


Line up: Daniel Almqvist - vocals, guitars, Johan Bergman – lead guitar, Timmy Kan – bass, Christoffer Almqvist – drums

Tracklist: As Above, So Below, Comin' For You, Breaking Free, Aerodynamic, Pedal To The Floor, We All Live A Lie, Until You're Gone, Setting Hell On Fire, Run Away, Back To Back

Beh...inutile dire che oramai da tantissimo tempo, oserei dire dall'avvento del nuovo millennio, lo street e il glam rock si sono traslati in massa dalla calda California alla fredda Scandinavia e paesi nordici annessi. Ebbene si, anche se vagiti di ottime rock e sleaze band ci arrivano ancora dagli states, sono i paesi del nord europa a farla da padrone consci di avere creato una vera scena street con tantissime band valide e molte delle quali conosciute in tutto il mondo. Su tutti ovviamente i grandiosi Hardcore Superstar, ma anche Reckless Love, Crazy Lixx, Crashdiet...tanto per citarne alcuni tra i più famosi. E quindi, come succedeva nei gloriosi eighties in quel di Los Angeles, adesso da Goteborg e paesi limitrofi scaturiscono come funghi eccellenti gruppi degni di nota e capaci di far battere i cuori degli aficionados del settore. E' questo il caso degli Aerodyne, band di Goteborg appunto, formatasi nel 2016 e con all'attivo un Ep "Old Flames Die Hard" (2016) che adesso tenta il salto importante del full lenght album e lo fa nel migliore dei modi con questo frizzante “Breaking Free”. Tra l'altro il singer Daniel ha fatto da backing vocals in una song 'Kiss of Judas' dell'ultimo album dei Crazy Lixx ma, credetemi, onestamente questo nuovo cd degli Aerodyne supera di gran lunga l'ultima fatica in studio dei Crazy Lixx che invece sono risultati monotoni e ammorbiditi nei suoni....va beh. Parlando di questo esordio invece c'è molto da lodare e nulla da denigrare. Tutte el song sono care ai cliché del genere e quindi chorus line catchy, ritornelli orecchiabili, ma anche veloci up tempo e athem song. Parlando di grinta come non menzionare la veloce title track, l'anthemica 'We All Live a Lie', l'adrenalinica 'Until You're Gone' ma anche l'energica ed anche radiofonica se vogliamo 'As Above, So Below'. Devo menzionare anche il buon lavoro del lead guitar player Bergman che non si limita a solos asfittici e senza senso ma si prodiga anche in dei buoni passaggi di guitar working. Ottima band rockers.....teneteli presente!!!

Roby Comanducci

JEFF SCOTT SOTO
“Retribution”
(Frontiers Music)

Line up: Jeff Scott Soto – vocals, keyboards, Howie Simon – guitar & bass (except on “Reign Again” and “Song For Joey”), Edu Cominato – drums, August Zadra – guitar on “Reign Again”, Stephen Sturm – guitar on “Reign Again”, Carlos Costa – bass on “Reign Again”, Paul Mendonca – guitar, keyboards & bass on “Song For Joey”

Tracklist: Retribution, Inside/Outside, Rage Of The Year, Reign Again, Feels Like Forever, Last Time, Bullet For My Baby, Song For Joey, Breakout, Dedicate To You, Autumn

Eccoci quindi alla nuova prova solista del longevo e sempre in forma cantante statunitense Jeff Scott soto indubbiamente uno dei pochissi ancora sulla cresta dell'onda dopo oltre trent'anni di carriera con una sfilza interminabile di collaborazioni, band e project album. Su tutti come non ricordare I grandissimi Talisman, ma anche il suo esordio come singer del guitar hero svedese Malmsteen e tantissime collaborazioni con Axel Rudy Pell, Stryper, Joel Hoekstra, Saigon Kick, Fergie Frederiksen, Lita Ford, Steelheart persino I Journey dove sostituì Steve augeri per circa sette mesi e potremmo continuare. Ma qui siamo a “giudicare” il suo sesto album solista “Retribution” uscito a fine 2017. Inutile dire che trattasi di un album curato in molti particolari dove -ovviamente- svetta e la fa da padrone l'ugola del buon Jeff, coadiuvato da ottimi musicisti che lasciano una forte impronta caratteriale a questo disco. Full length album che suona un classico hard rock molto '80-'90 carico di mordente e capace anche di ammaliare come nelle tre suadenti ballad 'Feels Like Forever', 'Song For Joey' e 'Autumn'. Per il resto il sound è deciso e diretto come nell'aggressiva 'Breakout' o l'opener 'Retribution. Ottimo il groove che scaturisce dal guitar riff su 'rage of The Year' mentre atmosfere più pompous rock si ascoltano nella bella 'Last Time'. Un prodotto sicuramente valido questo “Retribution” che potrebbe arricchire la vostra collezione di dischi.

Roby Comanducci

PRETTY BOY FLOYD
"Public Enemies"
(Frontiers)

Line up: Kristy Majors - guitars, bass, background vocals, Steve Summers - vocals & background vocals, Chad Stewart - drums & background vocals, Keri Kelli - background vocals

Tracklist: S.A.T.A., Feel The Heat, High School Queen, Girls All Over The World, American Dream, We Can’t Bring Back Yesterday, We Got The Power, Do Ya Wanna Rock, Run For Your Life, Shock The World, Paint It On, 7 Minutes In Heaven, Star Chaser, So Young So Bad

Tre dischi in 28 anni di carriera sono pochini, soprattutto se a distanze siderali l'uno dall'altro e, cosa importante, con diversi cambi di line up. Eccoci quindi a quasi tre decadi dal pluripremiato e famoso Leather Boyz with Electric Toyz targato 1989 con un nuovo full lenght album e la coppia Majors-Summers di nuovo inzieme. Allora puntualizziamo un pò di cose. Per chi ha vissuto (come il sottoscritto) i famigerati eighties, il combo di musicisti in questione è stato un punto fermo per quanto concerne il movimento glam mondiale. Diciamo che 'Leather...' con la sua stessa title track veniva ballata ovunque, era una cult song....come lo erano anche loro come band poiché non possiamo paragonare il successo commerciale e l'importanza dei PBF a gente del calibro di Ratt, Motley Crue, Faster Pussycat, Poison oppure la scena più street capitanata dai Guns, Skid Row, L.A Guns, ma possiamo tranquillamente annoverarli tra i capisaldi del suddetto glam rock (metal) al pari di Wrathchild, D'Molls, Tigertailz, Warrant, Jetboy, Roxx Gang et similia. Un'ottima band quindi, anche se la voce stridula di Summers non mi ha mai fatto gridare al miracolo....anzi!! Il discorso è che alcuni dei gruppi citati sopra sono andati avanti anche evolvendosi (mantenendo ovviamente il loro sound di base ci mancherebbe, nda) mentre questo “Public Enemies” suona esattamente come una copia carbone di “Leather Boyz....” senza qualcosa che possa farci rimanere “a bocca aperta” dallo stupore (in senso buono). Non voglio dire che i Pretty Boy Floyd avrebbero dovuto partorire un disco stile HCSS no no assolutamente, loro hanno mantenuto intatto lo stile di un tempo, e questa cosa per molti veterani sicuramente sarà un pregio, però, la cosa mi 'puzza' esageratamente di mossa commerciale per racimolare qualcosa prima dell'età della pensione. L'ho messo anche come top album di Dicembre e ci sta, visto e considerato che ci sono ancora (pochi) glamsters in circolazione ed è giusto -soprattutto per i più giovani- che conoscano band come questa ma, se proprio vogliamo, allora farebbero meglio a comprasi il primo album senza esitare. Comunque...il disco è piacevole, ha tutti i cliché cari al genere e quindi catchy chorus line, urletti, ritornelli banali ma ficcanti, suoni zuccherosi ma che ti entrano in testa e ti fanno venir voglia di ballare. Fateci un pensierino.

Roby Comanducci

PINK CREAM 69
“Headstrong”
(Frontiers Music)


Line up: David Readman – vocals, Alfred Koffler – guitars, Uwe Reitenauer – guitars, Dennis Ward – bass, Chris Schmidt – drums

Tracklist – Studio album: We Bow To None, Walls Come Down, Unite And Divide, No More Fear, Man Of Sorrow, Path Of Destiny, Vagrant Of The Night, Bloodsucker, Whistleblower, The Other Man
Bonus Live Album (Recorded In Ludwigsburg (2013): Special, Talk To The Moon, Break The Silence, Do You Like It Like That, The Spirit, Livin’ My Life For You, Wasted Years, Welcome The Night, Shame

I teutonici e inossidabili Pink Cream 69 festeggiano con questo bellissimo nuovo full length album il trentennio musicale insieme. Un traguardo che ben poche band possono vantare soprattutto se costellato da successi e album mitici nonostante il cambio di line up del grandissimo vocalist nel lontano 1994 quando Deris abbandonò il gruppo per andare negli Helloween. Molti pensavano ad un tracollo invece la band riuscì ad inserire un'ugola validissima quale David Readman (Inglese) che ancora oggi è al timone del gruppo. Ma questo, credo, lo sappiate oramai tutti. Quello che invece dovete capire è la bellezza del disco in questione che, tra l'altro, è impreziosito da una sezione bonus di tracce dal vivo che ripercorrono alcuni tratti della loro carriera, una chicca assolutamente da non lasciarsi sfuggire! Venendo propriamente al disco in studio (che è la cosa più importante) devo ammettere di non riuscire a trovare un difetto, un momento sottotono: se vi dovesse capitare che qualcuno vi chieda cos'è e come suona l'hard rock....ecco, l'hard rock, puro ed incontaminato suona come in questo disco ( e come in generale tutte le pruduzioni targate PC69). Anche se sulla testa di questi musicisti pesa da sempre il capolavoro che fu il primo omonimo album del 1987, mai più eguagliato in quanto a carattere energia e originalità, dobbiamo ammettere che sono risuciti a tenere altissimo il valore strutturale-compositivo del loro songwriting e le song non sono mai noiose o troppo edulcorate. Tanto per capire il “carattere” di questo “Headstrong” ascoltatevi la conclusiva 'The Other Man', praticamente una semi ballad; questo genere di songs spesso traggono in inganno poichè o troppo melense oppure scontate, qui invece -merito anche dell'ottima interpretazione vocale del singer e di chorus line da cardiopalma- il brano incalza e pulsa quasi come una traccia più veloce ammaliando però l'ascoltatore con eufonie quasi pompous rock. Il disco comunque già dalla prima traccia 'We Bow To None' che ci stupisce per l'ottimo guitar work e l'impatto forte e granitico che non lascia spazio a dubbi: I Pink Cream dopo 30 anni sono ancora dei mostri!! Più cadenzata ma ugualmente potente è la successiva 'Walls Come Down' mentre un lavoro eccelso ritmica basso-batteria lo potrete ascoltare nel roccioso sound di ' Whistleblower'. Ma non ci sono tentennamenti, nemmeno nell'altra (stupenda) ballad ' Vagrant Of The Night' che ci culla con la voce di David su una chitarra acustica sognante. Difficile trovare la canzone top....questo è un album che ascolto dopo ascolto vi entra nelle vene e non ne potrete più fare a meno; tanto per capirci in questi giorni impazzano nello stereo della mia macchina -a volume stratosferico- 'Path of Destiny' e 'No More Fear'. Fatevi un regalo per Natale: compratevi “Headstrong”

Roby Comanducci

SWEET & LYNCH
“Unified“
(Frontiers)

Line up: Michael Sweet – lead vocals, guitars, George Lynch – lead guitars, James Lomenzo – bass guitar, Brian Tichy – drums

Tracklist: Promised Land, Walk, Afterlife, Make Your Mark, Tried & True, Unified, Find Your Way, Heart Of Fire, Bridge Of Broken Lies, Better Man, Live To Die

Eccoci quindi al secondo atto, il secondo full length album di questo project di due autentici 'mostri sacri' del panorama hard'n'heavy mondiale: il singer dei grandi Stryper, Michael Sweet, e il guitar hero dei Lynch Mob ( ed ex axe man dei leggendari Dokken) George Lynch, accompagnati da altri due eccelsi musicisti quali Lomenzo (ex Megadeth, White Lion, BLS) e Tichy (The Dead Daisies ed ex Whitesnake). Praticamente una all star band!!! L'album esce a distanza di due anni dal debut “Only To Rise” e ricalca abbastanza fedelmente le linee musicali del precedente. Class metal americano quindi, il giusto mix di Stryper, Dokken, Lynch Mob anche se, a predominare, è il mood della band dei fratelli Sweet, soprattutto in fase di composizione-struttura e arrangiamento brani. In effetti potrebbe benissimo passare per un nuovo disco degli Stryper poichè “Unified” si concentra maggiormente sulla -bellissima- voce del singer piuttosto che sulla sei corde dell'axe man George. Tanto per capirci: 'Walk' poteva benissimo far parte di “To Hell With the Devil” ma anche altre song. Non stiamo però denigrando il prodotto, anzi, trattasi di un ottimo album che ha tutte le carte in regola per farsi amare da tantissimi fruitori di buona musica. Se siete invece più amanti di Lynch mob/Dokken allora 'Afterlife' farà al caso vostro col suo hard rock cadenzato, tagliente e un bel lavoro del bravo George anche in fase di solista. Molto belle nel loro incedere heavy rock 'Make Your Mark' e 'Heart of Fire'. Unica cosa che mi sento di dire è che mi aspettavo un maggiore sforzo nel guitar work del bravissimo axe man che in questo disco sembra limitarsi a svolgere un compitino, cesellando si qualche riff interessante e solos di rilievo ma, indubbiamnete, non all'altezza della sua fama e della sua bravura.

Roby Comanducci

BABYLON A.D.
“Revelation Highway”
(Frontiers Music)

Line up: Derek Davis – lead vocals, keyboards, acoustic guitar, Ron Freschi – guitars & vocals, John Mathews – guitars & keyboards, Robb Reid – bass & vocals, James Pacheco – drums & percussion

Tracklist: Crash And Burn, Fool On Fire, One Million Miles, Tears, She Likes To Give It, Rags To Riches, Last Time For Love, I’m No Good For You, Saturday Night, Don’t Tell Me Tonight

Per celebrare (più che degnamente, ndr) il loro trentesimo anniversario gli Americani di San Francisco Babylon A.D. Sfornano questo nuovissimo ed eletrizzande full length album con la medesima line up di tre decadi or sono ( da notare che trattasi di una delle pochissime band nate in piena era street-glamour ad essere attiva e con gli stessi membri! Nda). Una band sicuramente longeva come anni di carriera ma non certo per discografia che, purtroppo, risulta assai povera: il debut album omonimo del 1989, il successivo “Nothing Sacred” targato 1992 e dopo dieci anni “American Blitzkrieg” ( se escludiamo una raccolta edita nel 2006). In effetti un po poco ma questo non vuol dire niente poichè conosciamo benissimo band con soli due dischi sono diventate autentici mostri sacri nel gotha del rock duro. Ok , la band di Derek Davis di sicuro non rientra nell'olimpo degli eletti ma , attenzione, è un eccellente gruppo dedito ad un sano di chiaro e limpido class rock americano per tutti gli amanti di band come Tora Tora, Dangerous Toys, Britny Fox, Lillian Axe, Black ‘N Blue. Il tempo sembra non scalfire il songwriting dei nostri che pur mantenendosi 'eighties' su tutti I fronti riesce comunque a risultare fresco ed accattivante come un prodotto di una band di giovani rockers all'esordio. La media delle composizioni è molto buona e tanto per citarne alcune, l'ottimo hard rock di 'She Likes To Give It' con un interessante inframezzo di batteria voce e chorus line, le aggressive 'Crash and bum' e 'Saturday Night' o la conclusiva 'Don’t Tell Me Tonight'. In alcuni frangenti poi, si sentono echi di FM Rock, vedi 'One Million Miles' o 'Last Time for Love'. Un buon disco, suonato egregiamente e capace di regalare belle sensazioni.

Roby Comanducci

 

REVOLUTION SAINTS
“Light in The Dark”
(Frontiers)

Line up: Deen Castronovo: Lead vocals, drums, Jack Blades: Bass, vocals, Doug Aldrich: Guitar, With: Alessandro Del Vecchio: keyboards, background vocals

Tracklist: Light in the dark, Freedom, Ride on, I wouldn't change a thing, Don't surrender, Take you down, The storm inside, Can't run away from love, Running on the edge, Another Chance, Falling apart. Bonus track Deluxe Edition only: Back on my trail (live), Turn back time (live), Here forever (live), Locked out of paradise (live).

Eccoci quindi tra le mani la seconda prova in studio che segue il debut “Revolution Saints” di due anni fa: il trio di mostri sacri in questione non ci delude con questo secondo disco e ci ripropone le medesime atmosfere e il groove che scaturiva dai solchi (beh...per chi ha la versione in vinile hehe...nda) del self titled album. “Light in The Dark” ha tutte le carte in regola per fare innamorare l'ascoltatore inchiodandolo alla sedia dal primo all'ultimo minuto di tutte le undici song presenti. Deen castronovo (ex-Journey, Bad English ) oltre che grandissimo drummer si dismostra sempre un'ugola validissima capace di dare quel tocco di magia ad ogni pezzo, Jack Blades porta con se il suo immenso bagaglio musicale fatto di Night Ranger, Damn Yankees e molto altro per garantirci anch'esso una prestazione eccelsa, anche vocale, visto che supporta il buon Deen in diverse song. L'axe hero Doug Aldrich (Burning Rain, ex-Whitesnake, ex-DIO) completa il tutto cesellando riff da cardiopalma e solos taglienti e di gran classe. Non dimentichiamoci però l'ottimo lavoro alle tastiere del nostro Alex Del Vecchio che contribuisce non poco all'eufonia generale di “Light...”. Paragonandolo col suo predecessore direi che si equivalgono sotto il profilo tecnico – compositivo, lo stile -ovviamente- non cambia di una virgola e forse “Light...” perde leggermente in grinta a favore di un sound leggermente più edulcorato, ma questa se per molti potrebbe essere una pecca per altri potrebbe invece risultare una piacevole sorpresa. Dipende dai gusti musicali. Ad ogni modo qui si 'rocka' a dovere. Ascoltatevi la veloce 'Ride On', l'aggressivo riff iniziale di 'Don't Surrender', l'hard rock massiccio della title track oppure se siete fans dei leggendari Journey beh....'Freedom' sarà una delle vostre canzoni preferite. Ci sono anche momenti più tranquilli dove spicca la bellissima ballad 'I Wouldn't Change a Thing' introdotta dal piano e da un Deen Castronovo assolutamente padrone delle scene con la sua voce calda e profonda e un fantastico solos di chitarra nel finale del bravo Doug. Un album che non delude e che sicuramente farà felici tutti voi che lo inserirete nella vostra collezione personale!

Roby Comanducci

L.A. GUNS
“The Missing Peace”
(Frontiers)

Line up: Philip Lewis – vocals, Tracii Guns – guitars, Johnny Martin – bass, Michael Grant – guitar, Shane Fitzgibbon - drums

Tracklist: It’s All The Same To Me, Speed, A Drop Of Bleach, Sticky Fingers, Christine, Baby Gotta Fever, Kill It Or Die, Don’t Bring A Knife To A Gunfight, The Flood’s The Fault Of The Rain, The Devil Made Me Do It, The Missing Peace, Gave It All Away

E finalmente c'è stato il come back e quindi la riunione del duo Guns- Lewis con il primo che torna all'ovile dopo uno split di diversi anni. Diciamocela tutta: il ritorno del fondatore e chitarrista degli L.A.Guns Mr.Tracii Guns si sente eccome e ha ridato linfa vitale ad un gruppo che, pur mantenendosi sempre su buoni livelli qualitativo/compositivi, senza di lui era sicuramente orfano di una parte importante se non basilare. In questa formazione però ci ha abbandonati l'inossidabile e sempre presente Steve Riley lasciando il posto a Shane Fitzgibbon dietro le pelli. Non nego il grosso piacere quando ho avuto la possibilità di ascoltare questo mnuovissimo “The Missing Peace” e con stupore (ma onestamente me lo aspettavo ...nda) ho ascoltato gli LA Guns che mi mancavano da un pò: una delle street rock/metal band per eccellenza che insieme a Faster Pussycat, Guns'n'Roses, Ratt, Skid Row e Motley furono il quintetto d'oro dei famigerati anni ottanta e dell'epopea 'hair metal'....quando ancora il glamour lo sleaze e il rock stradaiolo la facevano da padrone e vendevano milioni di dischi in tutto il mondo. Adesso purtroppo i tempi sono cambiati, e tanto anche. Le band sleaze durano fatica ad emergere e il grosso del movimento in questione si è spostato dalla calda Los Angeles al freddo nord-europa (Svezia ecc). Lo stupore accennato prima è dovuto al fatto che questo disco suona tremendamente eighties e sembra un connubbio tra i primi tre album del gruppo e “Man In The Moon” e “Waking The Dead” (2001 – 2002). Gli ingredienti ci sono tutti ma, ammettiamolo, la chitarra e il contributo di Tracii si sente lontano un chilometro. Suoni aggressivi, taglienti e prepotentemente ruffiani la fanno da padrone in tutte le song di questo full lenght album. Si parte con una classica street song quale 'It’s All The Same To Me' con un riff aggressivo e chorus line ad effetto mentre la successiva 'Speed' prende atto dal nome e spinge sull'acceleratore con un veloce up tempo che non avrebbe sfigurato nel primo debut album dei nostri. Si va avanti con la più cadenzata 'A Drop of Bleach' che si mantiene sempre su un livello alto tra energia ed espressività del sempreverde Phil Lewis. Un riff 'quasi' metal introduce 'Sticky Fingers', song di assoluto valore con un guitar work eccelso e dove la matrice hard del brano si miscela bene con armonie ricche di parthos come il breve stacco di keyboards che precede il solo di chitarra. Arriva il momento ballad e Traccii & Co. lo svolgono egregiamente con 'Christine', nulla di trascendentale ma una song onesta e sicuramente godibile. Si rialza il ritmo con l'anthem song ' Baby Gotta Fever' e qui veniamo proprio catapultati col pensiero a quel mitico Sunset Boulevard e la sua scena musicale che tanto abbiamo amato anni orsono. ' Kill It Or Die' mantiene alto il groove del disco con un'altra ottima prova vocale del nostro Phil Lewis. Molto bella la successiva ' Don’t Bring A Knife To A Gunfight' che strizza l'occhio a quanto fatto da un'altra band di questo settore i Roxx Gang (purtroppo sempre troppo sottovalutati, nda). Il brano è in puro glam rock/metal style e potrebbe risultare efficace anche come singolo. Arriviamo alla nona traccia che è in assoluto una vera chicca, ' The Flood’s The Fault Of The Rain'. Trattasi di una semi ballad, con un'atmosfera che vedrei bene in un film di Tarantino, un incedere melanconico e una interpretazione del singer sopra le righe accompagnata dall'ottimo lavoro alla sei corde del buon Tracii. Sicuramente uno dei pezzi migliori del disco. Si torna a 'picchiare' duro con l'up tempo veloce di 'The Devil Made Me Do It' street metal incazzato come i loro migliori brani di “La Guns” e “Cocked & Loaded” e una punta dei cari Skid Row. Arriviamo quindi alla title track, brano dedito ad un eccellente heavy rock con inizio riflessivo lento e suadente e uno sviluppo in un rock marcato ma sempre ricco di pathos. 'Gave It All Away' ha il compito di chiudere l'album e lo fa nel migliore dei modi, con un mood sempre coinvolgente dall'incedere medio-lento (ma non è una ballad) che ammalia dal primo all'ultimo minuto. Ok....null'altro da aggiungere: bentornati L.A. Guns, avevamo bisogno di un album di vero street metal per capire che ancora il genere ha delle frecce al suo arco!

Roby Comanducci

 

HELL IN THE CLUB
“See You On The Dark Side”
(Frontiers)

Line up: Dave – vocals, Andy – bass, Picco – guitars, Lancs - drums

Tracklist: We Are On Fire, The Phantom Punch, Little Toy Soldier, I Wanna Swing Like Peter Parker, Houston, We've Got No Money, A Melody, A Memory, Showtime, The Misfit, Withered In Venice, Bite Of The Tongue, A Crowded Room

A solo un anno di distanza dallo splendido 'Shadow of the Monster' ecco arrivare sugli scaffali il nuovo 'See you on the dark side' per quello che a mio parere è il miglior gruppo italiano in ambito hard rock, gli Hell in the club. Il primo impatto non è dei migliori, la copertina dai colori cupi mal si sposa con lo stile dei nostri, e solo dopo un più attento esame si riesce ad apprezzarne il significato, una coppia di persone speciali, con un cuore, riesce a trovarsi anche in mezzo a una moltitudine grigia e indistinta rappresentazione della società moderna che ti circonda e spinge per rendere tutto uniforme per essere meglio controllato. Si parte alla grande con 'We are on fire', una canzone semplice e diretta come il video che l’accompagna, consiglio al Boss Roby Comanducci di inserirla nella set list delle serate Cathouse (sarà fatto! ...ndr), l’adrenalina farà scatenare i boys e le girls in pista da ballo. Sulla stessa falsariga anche se meno anthemiche le seguenti 'The Phantom punch', e 'Little toy soldiers', la prima con un testo che descrive quando ci si sente al massimo pronti a sfidare il mondo, la seconda più particolare con il suo intro blues, un remind dei bei tempi quando i soldatini erano i nostri compagni di gioco. Qui cominciano le novità introdotte con questo album, gli Hell in the club inseriscono elementi assolutamente originali nei loro pezzi come la parentesi swing al minuto 1 e 53 di 'I Wanna swing like Peter Parker', quando per 30 secondi si viene teletrasportati negli anni ‘40 con tanto di sezione di fiati a farla da padrone, seguita da 'Houston', 'We've got no money' con il suo video fuori dagli schemi per un pezzo rock, ironizza in modo amaro sull’impossibilità di trovare un lavoro decente e arrivare all’agognata tranquillità finanziaria. A metà cd troviamo il lato più orecchiabile dei nostri eroi, rappresentato dalle divertenti 'A Melody', 'A Memory', 'Showtime' la migliore del trio, che non vedo l’ora di ascoltare dal vivo, e 'The Misfits', seguite dalla sofferta 'Whitered in Venice' e dalla scheggia 'Bite of the tongue', meno di 3 minuti ma convincenti, mooolto convincenti. Per dessert arriva la Bohemian Rhapsody meet Rocky Horror degli Hell in the club, 'A crowded room', un caleidoscopio di emozioni con il pianoforte e le orchestrazioni a farla da padrone, intervallati da momenti più duri che rappresentano perfettamente la pazzia e la multipersonalità che hanno ispirato il gruppo nello scrivere questa canzone, davvero bella e soprattutto originale, direi unica nel suo genere. I ragazzi hanno fatto indiscutibilmente centro per la quarta volta su quattro, inutile chiedersi quale sia il migliore, ognuno ha delle peculiarità che lo contraddistingue e per il quale venire apprezzato, questo “See you on the dark side” verrà ricordato per gli arrangiamenti innovativi e coraggiosi .

Umberto Brambilla

 

KEE OF HEARTS
“Kee Of Hearts”
(Frontiers)


Line up: Tommy Heart – vocals, Kee Marcello – guitars, Alessandro Del Vecchio - keyboards, backing vocals, Ken Sandin – bass, Marco Di Salvia – drums

Tracklist: The Storm, A New Dimension, Crimson Dawn, Bridge To Heaven, Stranded, Mama Don’t Cry, Invincible, S.O.S., Edge Of Paradise, Twist Of Fate, Learn To Love Again

Cosa dire quando una delle migliori ugole del panorama hard rock mondiale e lead vocalist dei bravissimi Fair Warning, Tommy Heart, si unisce all'ex chitarrista degli Europe, Kee Marcello? Beh, indubbiamente ci si aspetta un piccolo gioiellino. Completano la formazione il drummer del nostro Pino Scotto, Marco Di Salvia, l'oramai bravissimo e onnipresente Alessandro Del Vecchio alle tastiere e l'ex Alien, Ken Sandin. Una band di valore quindi e questo “Kee Of Hearts” non delude infatti le aspettative spingendo proprio sul punto forte di un Tommy Heart in gran spolvero che ci fa rivivere anche qui atmosfere care ai suoi lavori coi memorabili Fair Warning. Qui però siamo leggermente più “leggeri” con un sound che punta maggiormente verso un Aor di qualità ma mai troppo scontato e con partiture musicali sicuramente sopra la media e song che catalizzano e fanno godere nel loro incedere eufonico. Se parliamo di eufonie/armonie eccelse come non citare la superba 'A New Dimension', ricca di pathos e carattere (sempre molto Fair Warning style, nda) ed anche la 'radiofonica' 'Stranded' la dice lunga su qualità e ci stupisce per chorus line e un ritornello di forte impatto. Un disco che convince e che, pur non avendo undici canzoni tutte da cardioplama, in quelle citate tra cui includerei anche la bella opener 'The Storm' e l'hard rock melodico di 'Twist of Fate' ed altre song magari meno incisive ma sempre di egregia fattura, riesce a regalarci buona musica con il giusto 'appeal' per far felici le nostre orecchie e i nostri cuori.

Roby Comanducci

 

DIRTY THRILLS
"Heavy Living"
(Frontiers)

Line up: Louis James - lead vocals, harmonica, Jack Fawdry - guitar, backing vocals, Steve Corrigan – drums, Aaron Plows – bass

Tracklist: I’ll Be With You, Go Slow, Law Man, Hanging Around, Lonely Soul, No Resolve, Interlude, The Brave, Rabbit Hole, Drunk Words, Get Loose

Un esordio fantastico e ancor più gioioso è il fatto che un altro combo di giovani musicisti esca con un disco assolutamente anticonformista e che va controcorrente all'oramai attuale, satura, monotona e stucchevole ondata di band alternative, crossover ma anche futili tentativi di emulazione di street/glam metal anni ottanta. Qui si suona hard rock e hard blues in chiara chiave settantiana ma con i suoni e gli arrangiamenti moderni e, non da trascurare, tanta, tantissima originalità. E' un piacere per il sottoscritto vedere che in questi ultimi due-tre anni sono uscite diverse band innamorate di questo sound come Blues Pills, Travelin Jack, i nostrani Buttered Bacon Biscuits, Jeff Angell, Buffalo Summer....e i qui presenti Dirty Thrills non sono dsa meno, anzi. Provenienti da Londra e formatisi a forza di jam in un tranquillo pub in Wiltshire, dopo numerose apparizioni live eccoli alla prova del fuoco, il primo full lenght album. Per prima cosa vorrei precisare che siamo di fronte ad eccelsi musicisti ed un cantante con una estenzione vocale una padronanza e una versatilità fantastiche che riesce a dare il tocco vincente a tutte le song. Ascoltatelo nella breve sognante e quasi psichedelica 'Interlude'; un minuto e mezzo dove la sua voce svetta nell'infinito accompagnata solo da una sottile e uniforme base sonora. Sembra di volare....la voce ti ammalia e ti trasporta altrove. Bravissimo!! Se amate band come Bad Company, i primi Whitesnake, Deep Purple, Rival Sons, Led Zeppelin ma anche i recenti Inglorious o i più moderni Queens of The Stone Age e The Black Keys, comprate ad occhi chiusi questo “Heavy Living”. Un'altra traccia che valorizza Louis è 'Rabbit Hole perchè alterna momenti hard rock a passaggi più lenti e intimisti nei quali il nostro da il meglio di se. Ma ci sono anche brani carichi di potenza come l'up tempo 'Get Loose' a tutti gli effetti un rock'n'roll pulsante e diretto. Se volete una classica hard song made seventies ascoltatevi la stupenda 'Go Slow' dove la sezione ritmica pulsante accompagna sempre l'eccelsa prestazione vocale del singer e, soprattutto, il guitar working di Jack è tagliente e grintoso (come in tutte le tracce, il supporto di questo chitarrista è basilare!) e non ci facciamo mancare nemmeno un grazioso ed elegante passagio di harmonica. Ragazzi....qua siamo di fronte ad un album quasi perfetto. Nulla da aggiungere: da avere assolutamente!

Roby Comanducci

APPICE
“Sinister”
(Steamhammer / SPV)

Line up + guests: Carmine Appice (drums & vocals tracks 10), Vinny Appice (drums) -
Jim Crean (vocals) (tracks 1,4,8,13), Paul Shortino (vocals) (Rough Cutt, Ex-Quiet Riot) (tracks 2,3,9,7,10,12), Robin McAuley (vocals) (MSG) (track 7), Chas West (vocals) (Ex-Lynch Mob) (track 3), Scotty Bruce (vocals) (track 9), Craig Goldy (guitar) (Ex-Dio, Ex-Giuffria) (tracks 3,9), Bumblefoot (guitar) (Ex-Guns N' Roses) (track 8), Joel Hoekstra (guitar) (Whitesnake) (track 12), Mike Sweda (guitar) (Bulletboys) (track 12), Erik Turner (guitar) (Warrant) (track 13), David Michael Phillips (guitar) (King Kobra),Tony Franklin (bass) (Ex-Blue Murder, Ex-The Firm) (tracks 3,9,7,10), Phil Soussan (bass) (Ex-Ozzy Osbourne) (tracks 1,4), Johnny Rod (bass) (King Kobra, Ex-WASP), Jorgen Carlson (bass) (Gov't Mule), Erik Norlander (keyboards) (Lana Lane) (track 13)

Tracklist: Sinister, Monsters and Heroes, Killing Floor, Danger, Drum Wars, Riot, Suddenly, In The Night, Future Past, You Got Me Running, Bros in Drums, War Cry, Sabbath Mash.

Mamma mia che super-progetto questo “Appice”. Il duo di fratelli-batteristi tra i più famosi nel mondo hard rock, Carmine e Vinnie, l'ha combinata proprio grossa, in senso buono intendiamoci. Inutile o quasi spendere parole su questi due drummers e sul loro glorioso passato, praticamente hanno suonato con i mostri sacri del settore e dettato un vero e proprio stile di drum working. Insieme però, i due brothers non avevano mai lavorato (se non ricordo male solo su un disco live “Drum Wars -Live” nel 2014), ma questo “Sinister” è un album in studio a tutto tondo creato, partorito dalla mente di questi due istrionici musicisti con l'aiuto di un intero stuolo di session men...e che session men!!!!! Praticamente ogni song si avvale del contributo di un diverso guitar, bass player o vocalist, una goduria. La tecnica è ad altissimi livelli e tutto -ma come poteva non esserlo- è improntato sulla batteria che la fa da padrone in ogni song suggellando passaggi e ritmiche da cardiopalma. Un'altra piccola lezione che i nostri sembra vogliano impartire al mondo musicale anche se , ovviamente, non è così. Le tredici tracce sono tutte molto valide, magari qualcuna leggermente meno originale di altre ma, essendo tutte basate su un classico hard rock sound ottantiano è anche abbastanza logico che “suonino” con un groove simile o perlomeno classico. Ad ogni modo c'è abbastanza materiale da far passare un'oretta di piacere a qualsiasi rocker, soprattutto se valutiamo qualità tecniche e performance dei singoli elementi. Menzione speciale per la strumentale 'Drums Wars' dove il duo da il meglio per farci capire cosa sanno fare dietro alle pelli. Viceversa nelle tracce cantate su tutte citerei le bellissime 'Riot', 'Bros in Drums' e 'War Cry' e se volete qualcosa di speciale andate subito ad ascoltare 'Sabbath Mash' che altri non è che un meedley di più song di Iommi & Co...da sentire e godere, soprattutto come viene assemblato il passaggio da 'Iron Man' a 'Paranoid', sublime! Mi son dimenticato di citare la title track che fa da opener a questo disco ed è sicuramente tra i brani clou con la sua verve heavy rock impreziosità da un veloce up tempo ed un cantato rabbioso e penetrante di Jim Crean. Tra i tanti ospiti abbiamo l'onore ed il piacere di ascoltare l'ugola del sempre grande Paul Shortino che fa lead singer in ben sei tracce. Un album da non perdere ragazzi, fatelo vostro il prima possibile.

Roby Comanducci

WAYWARD SONS
“Ghosts of yet to Come”
(Frontiers)

Line up: Toby Jepson - vocals/rhythm guitar, Sam Wood – guitar, Nic Wastell - bass guitar, Phil Martini – drums, Dave Kemp - keys

Tracklist: Alive, Until the End, Ghost, Don't Wanna Go, Give It Away, Killing Time, Crush, Be Still, Small Talk, Something Wrong

Mese di grandi ritorni questo settembre 2017, dopo gli Steelheart di Mike Matjievic ecco i Wayward Sons dell’ex Little Angels Toby Jepson. A mio parere i Little Angels sono tra le tre migliori Hard Rock bands partorite dall’Inghilterra alla fine degli anni ‘80, lo dimostrano i tours di supporto ai Van Halen e ai Bon Jovi del 1993, tours passati anche per Milano. Il concerto che ricordo con maggior piacere e’ pero’ quello del 1991 al mitico Sorpasso in promozione del capolavoro “Young Gods”, live del quale conservo ancora la registrazione audio, indimenticabile oltre che per la grande prestazione del frontman, per l’ energia sprigionata dalla band che tra gli altri annoverava una sezione di fiati che resero le canzoni ancora più’ adrenaliniche che su vinile. Eccoci ai giorni nostri, Toby grazie ad amicizie e conoscenze maturate in trent’anni di attività, assembla una formazione di talentuosi musicisti con i quali da alla luce questo “Ghosts of yet to Come” che diciamolo subito, è un ottimo cd. Si parte alla grande con 'Alive', pezzo grintoso con Toby che osa un paio di acuti come nemmeno venticinque anni fa era uso fare, una chitarra settantiana che non può’ non piacere, una perfetta opener. 'Until the end' parte con un killer riff che diventa portante per tutta la canzone e che si abbina alla grande con la melodia del ritornello, dando così vita a una delle hit song del disco. 'Ghost' ricorda i Little Angels Jam era, seguita da 'Don’t wanna go' che ci fa godere grazie ad un altro ritornello che si stampa nel cervello al primo ascolto. Da evidenziare il gran lavoro del basso in 'Killing time', 'Crush' con la voce che fa il verso a Sting, mentre nella splendida 'Be still' fa capolino Phil Lynott, 'Small talk' e’ talmente bella che sembra un estratto dal già citato “Young Gods”. Già dal primo ascolto appare lampante come i punti di forza di questo lavoro siano la produzione cristallina e potente, e l’immediatezza di canzoni che non mostrano il benché minimo calo di tensione in tutti e 38 i minuti di durata del cd. Altro centro pieno per la Frontiers alla quale chiediamo a gran voce di portare i Wayward Sons presto in Italia a suonare dal vivo

Umberto Brambilla

 

STEELHEART
“Through Worlds of Stardust “
(Frontiers)

Line up: Lead Vocals, Acoustic Guitar, Guitars, Ebow Guitars: Miljenko Matijevic. Guitars: Uros Raskovski, Kenny Kanowski (guitar solo on “My Dirty Girl”). Bass: James “Rev” Jones, Sigve Sjursen, Jesse Stern. Drums: Mike Humbert, Randy Cooke. Piano: Daniel Fouché, Ed Roth

Tracklist: Stream Line Savings, My Dirty Girl, Come Inside, My Word, You Got Me Twisted, Lips Of Rain, With Love We Live Again, Got Me Runnin', My Freedom, I'm So In Love With You

Quando in maniera del tutto inaspettata il 2 novembre 2016 la Frontiers annunciò di aver siglato un contratto discografico con gli Steelheart, rese quel giorno uno dei più felici della mia vita. Erano anni che dentro di me speravo succedesse, una delle migliori band hard rock di sempre, autrice di due capolavori come “Steelheart” (1990) e “Tangled in reins” (1992), che riparte dopo due dischi più alternative, “Wait” (1996) e “Good to be alive” del 2008 da quella che è di gran lunga la migliore label del panorama hard rock mondiale. Da questa collaborazione nasce “Through Worlds of Stardust” e diciamo subito che il sogno di ascoltare un altro masterpiece si è avverato a metà. Si parte con 'Stream Line Savings', un mid tempo che mette in evidenza una produzione di taglio moderno molto efficace, bella soprattutto la voce che cambia tono almeno dieci volte e i suoni e gli arrangiamenti di chitarra davvero originali. Ecco l’highlight del cd, quella 'My Dirty Girl' presentata in anteprima al Frontiers Festival dello scorso 29 Aprile. Già in quell’occasione mi aveva favorevolmente impressionato, una canzone che non avrebbe sfigurato nemmeno nelle prime due opere, un hard rock potente con un coro che spacca , sul quale l’ugola di Mike ricama vocalizzi degni dei tempi migliori, si per me resterà sempre e solo Mike, chi se ne frega se dal 2008 preferisce farsi chiamare con il proprio nome di battesimo. 'Come inside' e 'My word' sono due canzoni molto potenti, al limite del metal alternative che godono anche loro di una produzione di altissimo livello. Si arriva al primo singolo del cd, 'You Got Me Twisted', gran bella canzone che parte come un lento, ma poi esplode grazie alla voce di Mike, chapeau. 'Lips of rain', secondo video uscito in questi giorni, una ballad molto semplice, solo voce e piano, capace di suscitare grande emozione, una perla. A mio parere molto meno riuscita l’altra ballad, 'With Love We Live Again', voce e chitarra acustica un binomio che in pochissimi casi mi colpisce al cuore, e questo non è sicuramente uno di questi. 'Got me runnin’' è hard rock di ottimo livello, costruita intorno ad un ritornello vincente e ad un doppio solo di chitarra di grande presa. Non del tutto convincente ad un primo ascolto 'My freedom', ha avuto bisogno di più ripassi per farsi apprezzare, cosa che non è riuscita all’ultima ballad 'I'm So In Love With You', no , nada, nien. “Through Worlds of Stardust” è decisamente il miglior album degli Steelheart post 1992, Mike fornisce una prova superlativa, unisce una potenza degna dei tempi migliori nei momenti scream, ad una classe e un eclettismo frutto di una evidente maturazione artistica. CD ottimo per chi ama gli arrangiamenti moderni e le produzioni ricercate, consiglio però - a chi come me è amante dell’hard rock classico- di spogliarlo mentalmente da questi suoni, così da renderlo più diretto, potente e veloce.

Umberto Brambilla


TRAVELIN JACK
“Commencing Countdown"
(Steamhammer/SPV)

Line up: Alia Spaceface – vocals, guitar, Flo 'The Fly' Kraemer – guitar, Steve Burner – bass, Montgomery Shell – drums

Tracklist: Land Of The River, Metropolis, Keep On Running, Cold Blood, Galactic Blue, Time, Miracles, What Have I Done, Fire, Journey To The Moon

Rimango allibito, a volte, nel vedere, sentire e capire che ancora oggi nel 2017 ci sono band che osano (per fortuna!!!!) suonare musica con la 'M' maiuscola. E' il caso di questo quartetto Berlinese capitanato dalla bravissima (e molto attraente...anche) female singer Alia Spaceface. I nostri sono al secondo album (il debut “New World” era targato 2015) e hanno grinta e originalità da vendere. Hanno studiato per bene la scuola hard rock settantiana, il glam/glitter sound sempre di quel periodo e hanno fatto ripetizione probabilmente da David Bowie, Kiss, Thin Lizzy, Rush, Deep Purple assemblando un look molto eccentrico (stivali a zeppa, make up tra Bowie e Kiss) ma, attenzione, non fermandosi alla sola immagine tutt'altro! Questo disco è un autentico concentrato di adrenalina, ti entra nelle vene, ti culla nei momenti più psichedelici e ti scuote con potenti riff di chitarra. La nostra amata cantante poi ci delizia scimiottando Joan Jett in quanto a grinta e interpretazione delle song, ascoltatela nell'opener 'Land of the River' e capirete quello ho detto. E' uno di quei casi in cui una voce femminile risulta più tagliente di qualsiasi maschietto dietro ad un microfono. E non dimentichiamoci che suona anche la chitarra ritmica....just for info! Altro gioiellino è 'Keep on Running' che ci conquista per il superbo lavoro di rhytm guitar. 'Cold Blood' inizia con un ritmo sostenuto e poi rallenta e viaggia su un sentiero musicale che sarebbe potuto scaturire dalla mente di Tony Iommi, fantastica. Come non innamorarsi poi della superba 'Galactic Blue' ricca di atmosfere hard e suoni ricercati, qualche accenno di psichedelia e momenti che rimembrano i gloriosi Hawkwind. Probabilmente uno dei brani clou del disco con la chitarra che con un effetto distorto sembra 'parlare'. Bravissimi! Se invece volete deliziarvi con un lento d'autore (quindi non la solita ballad meelensa e edulcorata) ascoltatevi subito ' What Have I Done'. Il disco non poteva chiudersi in modo migliore che con l'hard blues di 'Journey to the Moon'. Dovete correre a comprare immediatamente questo “Commencing Countdown" senza pensarci nemmeno un attimo!

Roby Comanducci

 

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