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line up: Terry Brock: vocals, guitar, Mike Slamer: guitars, bass, keyboards, Andy Bigan: drums tracklist: It's You, Jessie's Gone, No More Mr. Nice Guy, The Rain, Broken, Face in the Crowd, Why, Too Young, Soldier Falls, Face The Night Terry Brock: una garanzia in fatto di qualità e professionalità da quando, nel 1983, diede lo start a una carriera costellata di successi e apprezzamenti prestando la propria ugola a quei Kansas che tutti conosciamo per la loro "Carry on my Wayward Son". Da allora è stato un crescendo di progetti musicali brillanti ed elogiati. Nel 2009 ha debuttato al microfono dei Giant, altro pilastro della storia dell'hard rock melodico a stelle e strisce; solo recentemente si è esposto annunciando di essere impegnato nella stesura di nuovi brani in vista della reunion con i suoi Strangeways, indimenticabile e indimenticata band AOR nella quale Terry ha militato come frontman dalla fine degli anni '80. Timbro deciso e ugola d'oro, Brock pur essendo impegnato nei due suddetti progetti musicali non ha esitato a sfornare il suo secondo album solista, questo "Diamond Blue". Qui ritroviamo un Brock inspirato, egregiamente supportato dalla produzione e dall'arrangiamento di Mike Slamer : axeman, songwriter e produttore geniale che anche questa volta ha fatto centro, contribuendo a dare i natali a uno studio album godibilissimo che verrà senz'altro apprezzato dai fans dell'Hard Rock melodico. Ad aprire le danze è "It's You", che propone in pochi minuti un'eccezionale sintesi di quello che sarà l'intero album: voce pulita, sound melodico e per nulla scontato. La prima traccia è seguita da "Jessie's Gone", scritta a quattro mani da Terry Brock e Ian Steward, chitarrista degli Strangeways. "No More mr.Guy" saprà invece accontentare il palato più fine e l'orecchio più abituato a riff incalzanti, con il suo sound incisivo e il testo graffiante, figlia di un rock classico e prepotente. Mentre con "The Rain" si approda al primo vero lentone del disco. La voce di Terry (supportata dal pianoforte in particolar modo) si presta perfettamente alla tipica struttura delle ballad, come confermato dalla doppietta finale, che va a chiudere quello che nel complesso rimane un lavoro di innegabile ottima qualità proposta da una talentuosa line up. Mary
Mary
Mary
Mary
Kris
Line up: Harry Hess: lead and background vocals, Darren Smith: background vocals, Dennis Ward: bass, background vocals, guitars, Chris Schmidt : drums, Michael Klein: guitars, Eric Ragno: keyboards Tracklist: This City, When You Believe, Part of Me, Crazy, Goodbye in the Good Time, First Signal, Feels Like Love This Time, Into the Night, When November Falls, Yesterdays Rain, Naked Desire Questo nuovo ed eccellente progetto musicale dei First Signal è il parto di due guru del genere Aor mondiale: il cantante dei grandi Harem Scarem , Harry Hess ed il bassista/chitarrista e produttore Dennis Ward (Pink Cream 69, Khymera, place Vendome…). A loro si sono uniti una folta schiera di ottimi musicisti e songwriters (tanto per citarne alcuni troviamo i fratelli Tom e James Martin - Khymera, Sunstorm, House of Lords, Ronny Milianowicz - Saint Deamon- Mark Baker - Signal, House of Lords…) che hanno contribuito anche alla stesura di numerosi testi. Il risultato ovviamente è un album maturo di edulcorato Adult Oriented Rock con arrangiamenti raffinati e song ammalianti e ‘radiofoniche’ sempre supportate da una base di melodia ben marcata, cosa che tutti i fans degli Harem Scarem conosceranno già alla perfezione. L’accoppiata vincente delle prime canzoni, ‘This City’ e ‘When You Believe’ dedite ad un incontaminato AOR unite alla successiva ‘Part Of Me’, rock song più melodica ma sempre accattivante e la suadente ballad ‘Crazy’ sono un poker d’assi vincente che da sole valgono l’intero disco. In definitiva tutte le tracce presenti sono degne di nota e riescono a mantenere alto il livello di qualità e sempre vivo l’interesse. Un album elegante che saprà regalarvi ottime emozioni. Roby Comanducci
Line up: Sleazy Sam – lead guitars and lead vocals, Slevin Simon – bass guitars and backing vovals, Wally – drums and backing vocals tracklist: 1. Hell starts here, 2. Stay fuckin' nasty, 3. All right ... Shock night!, 4. Street M.F, 5 Rock, sport, sex and roll, 6. Nasty Noize, 7. In sleaze we trust, 8. (Bonus track) S.F.N. with fuckin' bastards Inizio questa review con le parole che probabilmente, anche se fossero due decenni (quasi) che leggete recensioni (come me), raramente avrete sentito e cioè ... certo che conosco di persona i Nasty Noize, direi che sono pure miei amici, perchè dovrei negarlo? Oh certo, non sta bene leggerlo in un articolo che si presuma debba avere carattere di critica, ma dato che il fatto sussiste, meglio dirlo e cercare di spiegarvi come la cosa non mi influenzi per nulla (ringrazio comunque Simone per i 100 euro che mi ha allungato sabato scorso, sei un vero amico…) piuttosto che produrmi in sbrodolamenti agghiaccianti e chiaramente falsi come, ahimè, mi è toccato di vedere così tante volte in passato. Dal principio: questi ragazzi li ho conosciuti dato che, quasi un anno fa, iniziarono (mi pare) la loro carriera live suonando di supporto agli LA Guns in quel del tristemente defunto Motorokas di Mozzate. A parte che, come in ogni concerto del genere che si rispetti, durante lo show mi sono sprecato in più di un commento sulla capigliatura del vocalist/guitarman Sam, l'impatto era eccellente e da allora, per quanto mi è stato possibile, non mi sono perso mai una loro esibizione. E l'impatto live è il primo ingrediente per ottenere un act di qualunque genere degno di essere seguito, e magari anche di più. Venendo al disco, abbiamo per le mani 7 tracce (più un rifacimento della prima song) di chiarissimo stampo street/rnr 80's . Un aspetto che mi ha favorevolmente impressionato di come la band reinterpreta il periodo è lo stile tagliente, basato su riff di chitarra aggressivi e su una ritmica d'impatto, ricordando in questo senso, ad esempio, i primi Twisted Sister o Ratt. La produzione è poi decisamente orientata (troppo?) al periodo, con un suono spesso e pieno che rende perfettamente le classiche atmosfere sleaze glam. Su tutto mi pare giusto segnalare la buona perizia strumentale dei tre membri della band, che danno vita alla musica proposta con sicurezza e senza sbavature. I due pezzi che maggiormente spiccano per il sottoscritto non possono che essere la opening "Stay fucking nasty" e "Rock, sport, sex and roll", che sono anche le canzoni più classicamente dure e veloci del disco, ma ci sono rari cali di tensione lungo tutto il lavoro. Se la descrizione non vi pare ancora abbastanza per convincervi all'acquisto, vi do un suggerimento: venite al loro prossimo concerto e valutate di persona. Un ottimo lavoro indubbiamente. Nikki
Line up: Jorn Lande –vocals, Willy Bendiksen –drums, Tore Moren –guitars, Jgor Gianola -guitars, Tor Erik Myhre -bass Tracklist: Ronnie James, Invisible, Shame on the night, Push, Stand up and shout, Don't talk to strangers, Lord of the last day, Night people, Sacred Heart, Sunset superman, Lonely is the word/Letters from Earth (2010 version), Kill the king, Straight through the Hearth (live) Scherza coi santi ma non toccare i fanti ... ok forse non era così il proverbio, ma mi serve per introdurre questo irriverente paragone: negli anni '70 Dio era un singer nel pieno dell'attività assurto alla massima fama internazionale grazie ai Rainbow, e che per un lungo periodo si è dato da fare in diverse formazioni, tutte unanimemente e giustamente ritenute di massimo livello nel panorama heavy metal internazionale. Personalmente ritengo assimilabili a questo giudizio anche i due periodi in cui il singer italoamericano ha operato coi Black Sabbath, laddove per molti soprattutto il secondo periodo è contestabile. Diciamo: non c'è un minimo di parallelismo con la poliedrica e multiforme attività del singer norvegese Jorn Lande? Ammetto che sono il primo a pensare che il paragone sia oggi irriverente ma teniamo presente che, anche in ambito musicale, confrontare un'epoca storica molto vicina con una molto lontana è un esercizio difficile, quindi, sul fatto che la gloria del buon Jorn sia imperitura o effimera non si può che rimandare al classico manzoniano "ai posteri l'ardua sentenza" e chiudere la parentesi. Nel presente il disco di cui vi voglio parlare è un tributo a Ronnie James Dio nato, a quanto si dice, nell'estate dell'anno scorso per poi essere finalizzato in questi mesi, dopo la dipartita del leggendario singer, aggiungendoci Nikki
Line up: Steve Miller: vocals, guitar, Sonny Charles: vocals, Kenny Lee Lewis : guitars, vocals,
Billy Peterson : bass, vocals, Gordy Knudtson: drums, Joseph Wooten: b3, piano, Keyboards, vocals - Tracklist: 1. Hey Yeah (Jimmie Vaughan), 2. Who’s Been Talkin’? (Howlin’ Wolf), 3. Don’t Cha’ Know (Jimmie Vaughan), 4. Rock Me Baby (BB King), 5. Tramp (Lowell Fulson), 6. Sweet Soul Vibe (Jimmie Vaughan), 7. Come On (Earl King), 8. All Your Love I Miss Loving (Otis Rush), 9. You Got Me Dizzy (Jimmie Reed), 10. Ooh Poo Pah Doo (Jessie Hill) Dal lontano 1993 e l’uscita di ‘Wide River’ la Steve Miller Band non pubblicava un new album ed arrivati nell’estate del 2010 ecco che i pionieri del rock’n’roll (e non solo…) partoriscono questo eccellente ‘Bingo!’. Un album assolutamente interessante che però trattasi di una compilation che Steve ha voluto creare per rendere omaggio al grande blues rock made by Louisiana style. Nelle tracce qui presenti ascoltiamo perle di gente del calibro di BB. King, Jimmie Vaughan, Otis Rush, Jimmie Reed ed altri ancora che non possono non fare venire la pelle d’oca ad ogni buon estimatore del grande blues. E chi meglio della Steve Miller Band poteva partorire una cosa del genere? Beh… pochissimi. La verve con la quale i nostri reinterpretano queste perle musicali è indiscutibile e l’ascolto di song quali ‘Rock Me baby’, ‘All Your Love…’ ‘Hey Yeah’ (tanto per citarne alcune) è da godersi nella piena e totale tranquillità, magari di fronte ad una bella birra fresca. Ovviamente avrei preferito un nuovo full lenght album con pezzi nuovi ma non pretendiamo troppo; la cosa basilare che la band di ‘Serenade’ sia ancora all’opera e pronta a regalarci momenti d’impagabile gioia musicale. Adesso trattasi di cover ma penso proprio che a breve tempo lavoreranno anche su un album nuovo. Ad ogni modo sempre un grande ritorno e non posso fare altro che consigliarlo a tutti voi, che siate fans o no…questa è storia di una musica senza tempo coverizzata da una band anch’essa facente parte del gotha degli Dei del rock. Correte e fate vostro questo album!! Ah, dimenticavo: da segnalare la presenza d i superlativi ospiti tra cui l’axe man Satriani che da il suo contributo nelle song ‘Rock Me Baby’ e ‘Sweet Soul Wibe’… Roby Comanducci
Tracklist: 1. Prelude of doom (intro) 2. Too late 3.Devil zone 4. prisoner of love 5 dreaming dead 6. glory night, 7. Dark waves of the sea 8. Burning rain 9. Noblesse oblige (opus #5 adagio contabile) 10. The end of our time Torna sugli scaffali dei negozi uno dei veterani del metal, il biondo axemen Axel Rudi Pell, giunto se non mi sbaglio al quattordicesimo disco "solo" in una ventina d'anni. Formazione invariata rispetto alle ultime prove con il singer a stelle e striscie Johnny Gioeli alla voce e l'altro decano del metal teutonico Mike Terrana dietro le pelli, completano il combo il tastierista Ferdy Doernberg e al basso Volker Krawczak. Non posso definirmi sorpreso dal materiale contenuto in questo lavoro come d'altra parte neppure insoddisfatto. Effettivamente il genere proposto non si discosta dalla tipica alchimia di epic metal e hard rock melodico tipica dell'axeman tedesco, pur tuttavia il disco è decisamente valido per una serie di ragioni, la principale delle quali è il basarsi su uno schema di riff solido e ragionato che sostengono l'intera opera coinvolgendo lo spettatore senza stancarlo, benchè non si discostino dai classici stilemi del genere. In secondo luogo, e la cosa è da me ben apprezzata, in generale, nelle opere di Herr Pell e si conferma in quest'ultima, la cifra tecnica dei musicisti è ben presente nelle tracce senza uscire da esse per sovrastarle (con tipico scadimento immediato nella noia becera, come visto in decine di occasioni negli ultimi anni). Semmai, anzi, è mia opinione che la verve tecnica del chitarrista sembri quasi lasciata in secondo piano per un approccio più diretto alle song. Il disco si apre, dopo l'intro, con Too Late, ruvida e di grande impatto senza un'eccessiva pesantezza del sound proposto (un particolare essenziale per capire che nell'intera opera non c'è traccia di doppio pedale ...), per poi proseguire su uno stile più melodico decisamente 80's (Prisoner of love). Dopo la metà del disco si segnala un discreta ballad, "Glory Night", con una buona atmosfera anche se molto classica con il piano che lascia spazio a un riff di chiatrra seguito da un classico assolo "quasi" blues. Mi va di spendere una parola per il cantato di Gioeli, da qualcuno considerato non adatto al sound decisamente heavy di questa band: non sono d'accordo, anzi è proprio la sua voce più profonda e dotata di un certo calore a creare una buona amalgama con lo stile del resto del combo rendendolo meno prevedibile e dando spessore ai pezzi. In definitiva questo disco regge molto bene all'ascolto prolungato senza annoiare, ed è certamente una nota di grande merito nel panorama odierno, fatto di troppi dischi fotocopia dei classici ... quindi non può che essere consigliato ai fan del metal (80's e magari anche a chi si è avvicinato al genere partendo dalle produzioni più recenti) come naturalmente a tutti i fan (dell'eterno?) di Axel Rudi Pell. Nikki
Tony Harline up: Tony Harnell- lead vocals Tracklist: 01. Somebody Told You, 02. Intuition, 03. Month Of Sundays, 04. Lonely Nights, 05. Shame, 06. Northern Lights, 07. Down To The River To Pray, 08. Satellite, 09. 10K Lovers, 10. Uninvited, 11. Ready To Fly, 12. When I'm Away (bonus track), 13. Song For Dianne, 14. Anywhere But Here Eccomi qua a recensire questa bella compilation edita dal biondo ex vocalist dei celeberrimi TNT, Tony Harnell, cd che vanta una riedizione in chiave acustica di brani storici dei già menzionati TNT ma anche delle altre sue band, gli Starbreaker e i Westworld. Quattordici song con un’inedita ‘Anywhere but Here’, brano interessante ma che non eguaglia la gloriosa e passata produzione. La band che accompagna il singer, i The Mercury Train, è formata da un combo di eccellenti musicisti con annessa la collaborazione della bella e suadente voce di Sandi Saraya e Amy Anderson. Fa specie (in senso positivo) riascoltare brani elettrici e famosi come ‘Intuition’ in versione acustica, oppure lasciarsi cullare dalle soavi note di ‘Nothern Lights’ o l’ammaliante duetto Harnell – Saraya su ‘Shame’, brano della produzione Westworld. Quasi country il sound di ‘Satellite’ e puro pathos in un latro duetto vocale del nostro con Amy Anderson nella stupenda ‘Song For Dianne’. Da segnalare anche la cover dell’ hit single di Alanis Morrisette ‘Uninvited’. Cosa dire ulteriormente: un album elegante, intimista che vale la pena di avere per passare momenti felici in compagnia di ottima musica, magari già conosciuta ma, in questo caso, presentata con un’eccelsa e raffinata veste diversa. Bravo Tony!
Line up: Gesuino Derosas – Guitars, Lars Beuving – Drums, Ron Hendrix – Keyboards, Fred Hendrix – Vocals, Eric Coenen – Bass tracklist: Come Alive, Fighting Yourself, Holy Grail, Here Comes The Night, Those Eyes, Under Pressure, Do Or Die, Who Can You Count On, My Own Way, The Final Curtain Grande ritorno discografico, un ‘piccolo’ capolavoro questo nuovissimo full length album dei teutonici ‘Aor gods’ Terra Nova che dal lontano 1996 (anno d’uscita del bellissimo debut album “ Luvin’ It Up”) ci regalano emozioni e suoni da fare accapponare la pelle. Il loro è un summa tra il pompous rock eufonico e sinfonico, l’adult oriented rock di classe e riff taglienti di chitarra in puro hard rock style. Con questo album i nostri volevano ricreare la magia del primo album e ci sono riusciti; con la line up originale i fratelli Hendrix cesellano dieci song superlative senza la minima sbavatura o calo di tono. A tutto tondo, il miglior prodotto di melodic rock ascoltato dal sottoscritto per questo 2010 ancora in corsa. La title track apre le danze con un corposo pomp rock che vi farà saltare sulla sedia e vi inietterà adrenalina e voglia di ballare, cosa che prosegue senza intoppi nella seconda ‘Fighting Yourself’ grintosa al punto giusto e originale quanto basta. ‘Holy Grail’ è un superbo Fm rock con un ritornello che si conficca in testa e non va più via e delle chorus line da sogno. Rallentiamo il ‘tiro’ con la semi ballad ‘Here Comes the Night’ dove la bella voce di Fred ci culla ammaliandoci insieme al tappeto di tastiere ed al leggero ma elegante guitar work. La seguente e lenta ‘Those Eyes’ inizia con le tastiere e per eufonia ricalca la precedente song con solo una cadenza più lenta e un maggiore feeling. E’ arrivato quindi il momento ‘clou’ dell’intero disco, la traccia per la quale – e anche solo per la quale- vale l’acquisto del cd: ‘Under Pressure’. Una canzone melodica che inizia con il piano e la voce in un’interpretazione sublime sopra le righe e ridondante eufonie ancestrali, capaci di fare innamorare il più ‘stoico’ degli ‘uomini duri’. La parte iniziale con queste tastiere/piano che tessono un intreccio sonoro da cardiopalma lasciano poi spazio al prosieguo della song con un ritornello più hard ed elettrico ma sempre coadiuvato da intense armonie e da una chorus line che non potrete non ricordarvi e canticchiarla per - minimo- tutta l’estate. Piccolo capolavoro! La seguente ‘Do Or Die’ ci riporta sul sentiero dell’hard rock essendo un bravo elettrico e cadenzato mentre atmosfere da più vasto airplay si diffondono nell’aria all’ascolto dell’fm rock di ‘Who Can You Count On’. La penultima ‘My Own Wy’ non vuole lasciare questa piccola opera incompiuta e ci regala altri quattro minuti di eccelso e edulcorato AOR. L’ultima ‘The Final Curtain’ è un’altra melodic song che inizia anch’essa con le keys e mette in evidenza la bella ugola del singer sempre supportato da una musicalità ricca di pathos e forti emozioni. Cosa dire in conclusione: un disco che entrerà nella mia top ten di quest’anno e che è un acquisto obbligato per tutti coloro vogliano fruire di OTTIMA musica. Roby Comanducci
Line up: Al Fritsch – vocals,guitars, keyboards, Mark Mangold – keyboards, vocals, Jon Bivona – guitars, Mike Sorrentino –drums, Paul Ranieri – bass. tracklist: 1 Fools Game, 2 I FoundSome One, 3 Dreams Will Come, 4 Try2LetGo (FukUUp), 5 Don't You Know, 6 Drivin' Wheel, 7 Maybe It's Love, 8 Hard Way Home, 9 If This Is Love, 10 Think Of Love, 11 Hard To Hold, 12 Look At What You Got, 13 Hold On (Hands Around Your Heart), 14 Stronger, 15 Real Life, 16 Love Has No Pride, 17 Always And Forever (Godz) Interessante compilation questa ‘Dreams Will Come’ che ci fa ripercorrere la longeva ed entusiasmante carriera di una delle band aor più quotate del rockarama mondiale, i Drive, She Said appunto del grande Mark Mangold e Al Fritsh qui coadiuvati da altrettanti eccellenti musicisti. Diciassette song tra cui spiccano ‘Fool’s Game” (primo singolo scritto da Mangold e Bolton insieme) e “I Found Someone” (ancora un prodotto by Bolton / Mangold originariamente inciso sul disco omonimo di Cher nel 1987). Le due tracce inedite sono la bella ‘Dreams Will Come’ (suonata completamente dal bravo Al, nda) che trasuda adult oriented riock da tutti i pori e la più rockettara e pulsante ‘Try2LetGo (FukUUp)’ come ha dimostrare che i nostri non hanno certamente perso in creatività e songwriting. Le restanti song sono un summa di chicche tra cui, evidenziamo ovviamente la superba ’Drivin’ Wheel’ ma anche ‘Hard to Hold’ oppure ‘Hold On’.. Insomma, questo album è dedicato sì ai fans del gruppo ma io lo consiglierei anche a tutti coloro che , magari non conoscendoli bene, vogliano interessarsi a questa mitica band. In questo caso l’acquisto è quasi d’obbligo. Roby Comanducci
line up: Stefan Lindholm - chitarra, arrangiamenti, Pontus Larsson – tastiere, Tommy Kerevik – voce, Hasse Wazzel – batteria, Fredrik Folkare - basso tracklist: Blind Date, Second Self, Gamekeeper’s Song, Instru(metal), Back Broken, The Refrain, A Place Called Behind, Speed Devil (Demo) L’album degli svedesi Firecracker si presenta come un melodic rock di base ma con prevalenza di strutture hard-progressive. Le otto tracce che compongono il disco, infatti, sono pezzi lunghi che si caratterizzano per le parti strumentali con riff di chitarra energici del chitarrista e produttore Stefan Lindholm e i numerosi assoli di tastiere di Pontus Larsson (entrambi Vindictiv), che si alternano a melodie più delicate; il tutto condito dalla voce di Tommy Kerevik, al suo debutto nella scena hard rock. Di queste tracce, due sono interamente strumentali: “Instru(metal)” – deducibile dal titolo - e l’altra bella “Speed Devil”. E’ un disco che richiede più di un ascolto essendo strutturalmente abbastanza complesso e anche se non spicca come originalità anche se ci ammalia nella sua completezza stilistico –musicale e, inoltre, il talento di questi ragazzi è indubbio, merito soprattutto dell’esperienza e delle capacità di Lindholm che con questo disco sembra essere tornato agli esordi della sua carriera. L’unica “pecca” ( se di “pecca" vogliamo parlare …nda) sono certi solos veramente lunghi che possono annoiare le nuove leve ed i profani ma che faranno la gioia degli estimatori di questo genere musicale. Una curiosità: le canzoni dell’album sono state composte nel 2004 tranne la traccia otto, “Speed Devil” che è un demo datato 1999. Pretty Little Thing
Line up: Grog: Vocals and Bass, Drew Richards: Guitar, Al Fletcher: Drums Tracklist: Figurine, Mercury, Storm, The World Is Too Big for One Lifetime, Hearts Are Hollow, Raven, Themis, How Vampires Kiss, If Wishes Were Bullets, What a Heart Is for, Sound in Colour I Die so fluid sono una band inglese attiva da esattamente un decennio, nata dall'incontro tra la bassista/vocalist Grog e il chitarrista Drew Richards, a cui si aggiunge in seguito il batterista Al Fletcher. Fattisi strada nella scena alternative nordica (Clawfinger, Feeder…) i nostri hanno all'attivo una lunga serie di tour alle spalle, alternandosi sul palco con formazioni tipiche del genere come con vecchie glorie metal quali le Girlschool. Tuttavia il sound proposto in questo album, incentrato sulle vocalità della sulfurea singer, potrebbe stupire di primo acchito, partendo da solide basi class rock per svilupparsi su influssi decisamente più moderni, a tratti quasi industrial e più volte virando di genere da melodie post punk a song più ruvide e metal, fino a momenti melodici e introspettivi (come l'ottima title track), quasi una power ballad che comunque non perde d’ impatto rispetto al resto del disco. L'effetto complessivo è quindi di una band che matura il proprio sound rendendolo non melodico ma chiaramente più morbido e non stancante, cercando di amalgamarlo infatti con la voce decisamente fuori dal genere della singer. La produzione aiuta molto perchè decisamente di qualità in tutti i suoi aspetti e l'effetto finale, quindi, non è male. Non voglio avvicinare la band a nessun altro act presente oggi sulla scena, considerate che con questo disco avrete un buon mix, orecchiabile ma originale e discretamente innovativo, di sonorità rock alternativamente classic e contemporanee. Buon ascolto. Nikki
Line up: Robert Soeterboek – voce, Michael Klein – chitarra, Dennis Ward – basso, Dirk Bruinenber – batteria, Bernd Spiztner - tastiere tracklist: Better World, My Turn to Fly, Fistful of Dreams, Give It Up, Lost In a World, Love to Play, Gimme the Night, Am I Right, Lonely Is the Night, Ordinary Man, The Love I Used To Know, Running Trhough Your Vains, Bleeding Hearts Terzo album all’attivo per i tedeschi Wicked Sensation, band formatasi nel 2001 che propone un sound decisamente hard rock dal sound classico. Le note iniziali di “Better World” sono un ottimo intro per un disco fatto di melodie accattivanti, riff classici, ritornelli orecchiabili ed un ritmo decisamente trascinante. Tutto condito dalla voce carismatica del cantante Robert Soeterboek grazie a cui la band è stata spesso paragonata a niente meno che i Whitesnake. “My Turn to Fly” vede la collaborazione di Andi Deris degli Helloween alla voce, il che crea un piacevole contrasto con quella di Robert dando un tono quasi gotico alla canzone, il cui ritornello non tarderà a rimanere impresso: si tratta di una delle tracce meglio riuscite dell’album. Altre collaborazioni arrivano dal chitarrista olandese Arjen Lucassen (Ayreon, Star One) presente in “Gimme the Night”, ottimo pezzo “danzereccio” che sembra uscito da una compilation Disco Dance (in senso buono ovviamente) ed Eric Ragno, già tastierista dei Graham Bonnet, compare invece in “Give It Up”, che ha un buon ritmo e le cui tastiere contribuiscono in questo sound classicheggiante molto stile 80’s che prosegue poi in tracce come “Lost In a World” e “Lonely Is the Night”, con un che di già sentito ma che sottolineerei come un’altra delle canzoni più riuscite del disco, difficile non apprezzarla al primo ascolto. La vena “gotica” di “My Turn to Fly” sembra ritornare in “Love to Play”, come a voler creare una pausa. Si prosegue così fino alla ballad, “The Love I Used To Know”, un pezzo decisamente cupo e malinconico. Chiude “Bleeding Hearts” quest’album che mi sentirei di definire maturo, che vanta della produzione di Dennis Ward (Pink Cream 69) presente anche al basso, rendendo valida l’attesa di più di cinque anni per un ottimo disco hard rock che non mancherà di piacere agli ascoltatori più attenti e legati a tutto ciò che c’è di più classico nell’hard rock moderno. Pretty Little Thing
Line up: Bax Fehling: vocals, Hal Marabel: guitars, keyboards, Patrick Sodergren: bass, Jamie Sasazar: drums, Sven Crinski: lead guitar Tracklist: 1. Turning Water Into Wine, 2. Rock This Town, 3. Play The Game, 4. Heart Of Mine, 5. A Lot To Learn, 6. Rowena, 7. Lost Without You, 8. Hunger, 9. Winner Takes It All, 10. Everytime I See You, 11. Another Night, 12. I Don’t Want You, 13. Sad But True, 14. Living On The Edge, 15. Surrender, 16. Need Somebody Eccellente compilation questa ‘Timeless’ pubblicata dalla band svedese che più di ogni altro può contendere attualmente il primate di melodic pop rock al pluriblasonato bon jovi. Una raccolta che segue l’ultimo (l’ottavo, nda) full lenght album ‘Above and Beyond’ targato 2009. da ricordare che i nostri sono sulle scene dal lontano 1987, anno in cui pubblicarono il primo mini –album ‘Young & Innocent’: ebbene sì…ne è passato di tempo ma Bax Fehiling e soci non hanno per nulla perso smalto e voglia di regalare a tutti noi amanti del suono edulcorato, del fm rock ammaliante ed intrigante, ottime canzoni. Questo ‘Timeless’ contiene 14 song dai rispettivi album cher potete leggere sopra nella tracklist, e due spumeggianti unreleased song, ‘Turning Water Into Wine’ e ‘Rock This Town’. La prima ricalca molto il sound del biondo vocalist del New Jersey e si fa apprezzare per laq ‘rotondità’ del sound molto radiofonico mentre la l’up tempo -quasi un anthem – di ‘Rock This Town’ è capace di caricarvi con la giusta dose di adrenalina. Un’ottima raccolta quindi che sarà tesoro dei fans ma soprattutto di tutti coloro che vogliono conoscere ed avvicinarsi al sound di questa eccellente band. Da avere. Roby Comanducci
Line up: Bobby Ingram – guitars, Phil McCormack – vocals, Dave Hlubek – guitar, Tim Lindsey – bass, John Galvin – keys, Shawn Beamer - drums Tracklist: Been To Heaven Been To Hell, Safe In My Skin, Deep Water, American Pride, I´m Gonna Live `Til I Die, Fly On Wings Of Angels (Somers Song), As Heaven Is Forever, Tomorrows And Forevers, Vengeance, In The Darkness Of The Night, Justice Anni e anni di longeva e onorata attività per arrivare a questo ambizioso traguardo del tredicesimo album. ‘Justice’, infatti, è l’ultima fatica in studio della southern rock band americana e tredici dischi…beh, non sono cosa da poco, soprattutto se trattasi di veri e propri esempi di hard rock suonato con la maestria di chi vive e trasuda questa stupefacente musica! Questo album (dedicato alla scomparsa di Somer Thompson) non propone nulla di “nuovo” bensì ripropone l’eccellente sound da anni oramai marchio di fabbrica dei signori Ingram & McCormack. Aspettatevi quindi dieci song ammalianti, potenti, dai riff aggressivi e dalla ritmica pesante come un macigno. La voce inconfondibile del vocalist oramai è un trademark e le atmosfere in bilico tra il rock’n’roll, l’hard rock e , ovviamente, il rock sudista, la fanno da padrone per tutto il disco. Ascoltate l’opener ma anche ‘Sacred Ground’ caratterizzata dall’hard ‘n’roll incalzante impreziosito –come spesso è loro consuetudine- dalle tastiere/organo del bravo John Galvin, oppure l’up tempo di ‘America Pride’, sempre e comunque –però- cadenzato e opportunamente dosato. Non faccio altri esempi…non credo serva, lascio a voi il gusto di scoprire le peculiarità del cd Un disco che farà felici i già tantissimi fans di questa band e, magari, contribuirà a fare innamorare altri rockers! Ottimo lavoro. Roby Comanducci
Line up: Chris Laney: vocals, guitars, keyboards, piano, percussions, Tracklist: 1. Only Come Out At Night, 2. Love So Bad, 3. Rockstar, 4. B4 It's 2Late, 5. Eyes Out Poppin', 6. One Kiss Tonight, 7. Gotta Run, 8. Playing With Fire, 9. Crush, 10. I Had Enuff, 11. Daydream Chris Laney, conosciuto soprattutto per essere stato un eccellente songwriter e aver mixato e registrato con nomi del calibro di Candlemass, Europe, ma anche per il suo precedente solo album ‘Pure’ del 2009 e per la sua eccelsa capacità di polistrumentista e guitar player dei Randy Piper’s Animal, torna con questo secondo album solista ‘Only Come Out at Night’ coadiuvato da una folta schiera di eccellenti musicisti che qui riassumiamo nella tracklist (ma ce ne sarebbero tanti altri…) ed il prodotto è sicuramente ‘sopra le righe’. Ci troviamo di fronte ad un gustoso ed ammaliante (edulcorato in certi tratti) class rock di stampo americano che strizza l’occhio ai mitici eigthies (anche se il nostro è svedese al 100%). Già dal poderoso hard rock della title track ed opener song si capisce la ‘pasta’ di quest’album, se poi proseguiamo rimaniamo ammaliati dalle atmosfere fm rock della semplice ma bellissima ‘Love So Bad’ dal ritornello accattivante e ruffiano che ben si addice all’estate calda che sta per arrivare!! Più veloce e dirompente l’up tempo di ‘B4 It's 2Late’ mentre qualche accenno di street rock l’ascoltiamo in ‘One kiss Tonight’. Un album solare, carico di energia pura che ben si addice a tutti noi rockers amanti del sole, l’estate, il mare, le belle donne e la buona musica! Ottimo album. Roby Comanducci
Line up: Vince Neil: lead vocals, Dana Strum: bass guitar, Jeff Blando: guitars, Zoltan Chaney: drums Mentre i suoi Mötley Crüe sono (molto) momentaneamente in pausa, Vince Neil torna in pista con il suo terzo disco solista dopo (l'ottimo) "Exposed" e "Carved in stone", risalenti ormai a tre lustri fa. (Ri?)Reclutati nella sua band nomi di tutto rispetto come Dana Strum e Jeff Blando, nonchè il batterista Zoltan Chaney (da segnalare alla produzione Marti Frederiksen per i due inediti e Jack Blades per le cover), il nuovo disco nasce come colonna sonora alla biografia del biondo singer in uscita a settembre. Inizio dicendo che non ho nulla di ridire sull'idea; ovviamente Vince sta ripetendo il percorso del leader dei Crüe Nikki Sixx con "The Heroin diaries", specifichiamolo onde evitare che si dica che ignoriamo questi "dettagli", ma al contrario di "Life is beautiful", è composto perlopiù da cover. Sull'idea: dopotutto, perchè no? Vince non è mai stato un compositore, ma un interpete, e sovente si dimentica che la storia della musica è anche fatta da molti personaggi di questo tipo, che non hanno mai "scritto" musica (o lo hanno fatto molto poco) ma hanno comunque un'importanza rilevante per le sorti del rock'n roll o della loro genere. In attesa di sapere come il libro "completerà The dirt" (parole dello stesso Neil) l'opera che ci viene proposta consta di 12 tracce, di cui 10 sono cover e 2 inediti; il primo scritto per l'occasione, la title track, il secondo in un pezzo registrato ma non inciso su "New Tattoo", il disco che i Crüe pubblicarono nel 2000. Le cover ripercorrono le principali influenze artistiche del cantante, da Aerosmith e Sex Pistols indietro fino a Elton John, Hollies e Elvis Presley. L'album si apre con la title track, interessante traccia hard rock caratterizzata da un groove lento ma ispirato, da una buona esecuzione strumentale, da delle vocals sentite e con ua forte impronta emozionale pur essendo, di fatto, ben lontano dai classici che hanno dato fama a Mr.Neil. Nonostante rivedichi influenze "moderniste", mi pare un pezzo che affonda anche, in parte, le radici in quella parte di anni 80 che Neil non ha mai interpretato in pieno. Ascoltate e ditemi voi ... Il secondo inedito è indicato come una song dei Crüe, come dicevo; qui invece credo che il rimando diretto sia alla produzione più melodica della band losangelina, e anche (ahi-per-qualche-lettore) al disco che segnò il ritorno di Neil nella band nel 1996, Generation Swine. Ma non è comunque una canzone da buttar via, è un lento molto soft, del tipo di quelli che Vince Neil ha comunque contribuito a dare ai Crüe specie nella seconda parte della loro carriera, con esiti spesso buoni. Le cover presenti danno invece una gradevole e coinvolgente carrellata di ciò che Vince cita tra le "colonne portanti", musicalmente parlando, della sua vita (e quindi perchè non dovrebbero andar bene per un disco-colonna sonora, mi domando?). I pezzi sono ben reinterpretati, riuscendo nell'impresa non semplice di dare una vista omogenea su musica che spazia su due decadi e, per di più, su generi ben diversi (oltre al rock 60's, al punk e al "glam rock", diciamo così, già citati, non dobbiamo dimenticare che ci sono le melodie dei Creedence Clearwater Revival come un pezzo decisamente metal come "Another piece of meat" degli Scorpions). Vince da il suo meglio per, a sua volta, reinterpretare vocalità ben diverse tra di loro, con risultati in generale molto buoni. Il meglio è ovviamente riservato ai due inediti ma, personalmente indicherei come ottime interpretazioni anche quella della celeberrima "Who will stop the rain" dei CCR e, so che sembrerà bizzarro, se non altro per l'accostamento, ma anche la rivisitazione delle stonature infilate da Johnny Rotten in "No feelings". Canzone che peraltro mi pare significativa del disco, anche solo
perchè permette al nostro Vince, personaggio certamente controverso, dei versi che, come dicevano molto del punk (e ricordate il significato della parola sarcasmo ...) si adattano perfettamente a lui: "I've got no feelings for anybody else, except for myself, my beautiful self...". Nikki
Pretty Little Thing
Line Up: Stephen Pearcy - vocals, Warren DeMartini - guitars, Carlos Cavazo – guitars, Robbie Crane – bass, Bobby Blotzer - drums.
Line up: Slash – all guitars and songwriting. Prodotto da Eric Valentine (Queens Of The Stone Age, The All-American Rejects), il disco ha visto la partecipazione di numerosi artisti (tra parentesi il nome dopo ogni song), oltre alla presenza costante del bassista Chris Chaney (Jane's Addiction) e del batterista Josh Freese (Nine Inch Nails). Tracklist: 1. Ghost (Ian Astbury), Crucify The Dead (Ozzy Osbourne), Beautiful Dangerous (Fergie), Promise (Chris Cornell), By The Sword (Andrew Stockdale of Wolfmother), Gotten (Adam Levine), Doctor Alibi (Lemmy Kilmeister), Watch This (Dave Grohl/Duff McKagan), I Hold On (Kid Rock), Nothing To Say (M. Shadows of Avenged Sevenfold), Starlight (Myles Kennedy), Saint Is A Sinner (Rocco De Luca), We're All Gonna Die (Iggy Pop) Non ho mai amato i Guns (anche se ritengo il loro primo album un disco d’importanza storica) e da sempre le persone che ho ammirato sono Duff, Izzy e…il riccioluto guitar man in questione. Ebbi modo di conoscerlo ed intervistarlo anni fa per l’uscita dell’ultimo album coi ‘Snakepit’ e lo ricordo bene: una persona a modo, intelligente, matura ..ok…leggermente ‘fuori’ ma tantè, questo è sano rock’n’roll. Ho apprezzato da sempre la verve musicale di Slash che ha sempre saputo mostrare innumerevoli qualità soprattutto a livello di songwriter e artista/session man (come axe hero non penso ci sia bisogno di ulteriori dimostrazioni…non credete? … hehe, nda). Quando ho saputo che Roadrunner pubblicava il suo cd mi sono precipitato nel farmi dare il promo e…nonostante ci abbia messo un pò di tempo, eccomi qua a recensire l’album. Andiamo subito al dunque: questo ‘Slash’ entra di diritto nella top ten dei dieci album che il sottoscritto metterà a fine 2010 e trattasi quindi di un vero gioiellino musicale. Vario, intrigante, originale, ricco di pathos e adrenalina; grandi rock song miscelate a momenti street rock, hard blues e rnr! Più completo di così il nostro chitarrista non poteva chiedere da un album in studio e, tra l’altro, si è attorniato di innumerevoli artisti con la ‘A’ maiuscola e singer d’eccezione per ogni traccia che contribuiscono a dare un taglio differente ad ogni canzone. L’album si apre con ‘Ghost’ traccia di eccelso rock impreziosita dalla sempre bella voce del singer dei The Cult mentre si prosegue con un heavy rock più sostenuto che vede all’opera il Madman!! Con Fergie alla voce in ‘Beautiful..’ il rock si fa più commerciale ma di assoluta qualità e sempre impreziosito da uno Slash in gran spolvero. Inizio lento e prosieguo cadenzato per un’altra song d’eccezione dedita ad un rock più radiofonico e con alla voce il bravissimo Cornell, stiamo parlando di ‘Promise’, mentre la successiva ‘By The Sword’ – se non erro il singolo estratto- cantata da Andrew Stockdale si rivela un rock in primis tranquillo per poi incattivirsi e alternare parti eufoniche a riff di chitarra e arrangiamenti ‘taglienti’. Andiamo avanti, anche se già da questa song il sottoscritto è pienamente soddisfatto e decreta l’assoluto valore di questo album, e troviamo la lenta e melodica ‘Gotten’ con la bella interpretazione di Adam Levine…song per ‘innamorarsi’ o fare innamorare state attenti. E’ dunque il turno del poderoso rock’n’roll di ‘Doctor Alibi’ con alla voce il sempreverde Lemmy per un risultato infuocato e sempre ricco di adrenalina. Arriva il momento di farsi valere anche con la sua sei corde da solo senza voce e Slash affida il compito alla song ‘Watch This (coadiuvata dai bravissimi Dave Grohl e Duff McKagan); un pezzo strumentale potente e melanconico in certi tratti che evidenzia il grande guitar work del nostro, mai fine a se stesso e che predilige l’anima alla masturbazione sonora. Da ascoltare cento volte e poi ancora e ancora….eccezionale!! Kid Rock fa capolino nella seguente ‘I Hold On’ traccia interessante che lascia il posto all’aggressivo ‘heavy’ rock della potente e veloce ‘Nothing To Say’ con M.Shadows degli Avenged Sevenfold. Arriva il turno della suadente ‘Starlight’ con l’eccellente ugola di Miles Kennedy che calma gli animi per cullare l’ascoltatore con una rock song di tutto rispetto, compito coadiuvato anche dalla successiva e melodica ‘Saint Is a Sinner’ con rocco De Luca come guest. L’ultima traccia rispolvera un rock’n’roll potente e ‘acido’ e solo l’”Iguana” del rock poteva antarla. Infatti Iggy Pop impreziosisce questa song già tagliente e ‘cattiva’ di natura. Non voglio prolungarmi sull’operato di Slash: il nostro guitar man ha fatto un lavoro eccelso e ha suonato la chitarra da ‘antologia’ cesellando solos d’eccezione’ in tutte le song….ma questo è d’obbligo che siate voi a scoprirlo facendo vostro questo piccolo masterpiece. Grandissimo album!! Roby Comanducci
Line up: Robert Ernlund: vocals, Anders Wickstrom: guitars and background vocals, Jamie Borger: drums, Nalle Pahlsson: bass, Patrick Appelgren: keyboards, guitar and background vocals Graditissimo ritorno al full length album dopo oltre vent’anni di questa gloriosa band svedese dedita al più classico ed elegante hard rock. ‘Coup De Grace’ è infatti un energico e frizzante concentrato di hard sound coadiuvato da ottime chorus line che lo rendono più da vasto air play e da un granitico guitar work. A 25 anni dal loro debutto discografico “Scratch and Bite’, I nostri sembra non abbiano perso smalto e adrenalina e si attestano con questo cd ai vertici della produzione mondiale del rispettivo settore musicale. La band del chitarrista e maggiore songwriter Anders Wickstrom riesce a colpire con 14 song ricche di forza e pathos. Tutte le tracce meritano una menzione particolare e quindi lascio a voi la gioia di scoprirne la grande qualità. Ovviamente come non menzionare la pulsanti e dirompenti ‘The War Is Over’, ‘Tangled Up’, l’hard rock corposo ma stemperato dalla bella voce di Robert Ernlund e da un ritornello eufonico e commerciale su ‘I’m not Runnin’ ed anche la superba ‘Skies Of Mongolia’, diretta e con atmosfere particolari che ammaliano l’ascoltatore dosando adrenalina e armonie. Un album da ascoltare senza pause e che saprà regalarvi fortissime emozioni. Ottimo ritorno, bravissimi Treat!! Roby Comanducci
Band: John Waite - Lead Vox, Rhythm Guitar on “In Dreams” & “When I See You Smile”, Tim Hogan - Bass Guitar, Luis Maldonado - Lead Guitar, Backing Vox, Billy Wilkes - Drums, Backing Vox Tracklist: Change; Back On My Feet Again; In Dreams; Every Time I Think Of You; Band Intro; Prelude; New York City Girl; Best Of What I Got; Missing You; Head First; Rock and Roll; When I See You Smile (Bonus Track) Grande album dal vivo questo ‘In Real Time’ del sempreverde John Waite, ex Babys e Bad English singer ed una delle ugole più interessanti e longeve del panorama rock e hard rock mondiale! L’unica ‘pecca’ del disco è la durata; in effetti qualche canzone in più era doverosa e sicuramente un bel regalo per i suoi tantissimi fans. Per tutto il resto un album da ascoltare mille volte e dal quale ascoltiamo con grande gioia la grande interpretazione vocale del nostro coadiuvato da una band di eccelsi strumentisti tra i quali –menzione d’onore- il bravissimo axe man Luis Maldonado che cesella riff e arrangiamenti sopra le righe per tutto il live ed è anche fautore di un bellissimo guitar solo di oltre un minuto ‘Prelude’! Dodici tracce di cui una è solo la ‘presentazione’ dal vivo della band “Band Intro” e l’ultima è la superlativa ed intramontabile ‘When I See You Smile’ presente come bonus track. Ovviamente non mancano le gemme del nostro vocalist come ‘Best Of What I Got’, la potente ‘Change’ o l’immancabile e stupenda ‘Missing You’ !! Da notare anche una versione personalizzata dell’ hard rock song per antonomasia: ‘Rock ‘n’ Roll’ dei mitici Zep!! Innsomma, un album che non potete perdere e che andrà sicuramente a dare un tocco di classe in più alla vostra già bella collezione. Da avere!!!! Roby Comanducci
Tracklist: Time To Burn, Like A Revolution, Take Me Away, So Loud, Save Me, Close Your Eyes, Godless, Fight 'Em With Your Rock, Never Enough, Endlessly, The Chain Il disco d’esordio dei Taking Dawn non è il classico album rock ‘n’ roll che ci si potrebbe aspettare da una band glam proveniente da Las Vegas. Le influenze dell’ambiente anni ’80 sono comunque evidenti, anche se la band ha voluto creare un proprio stile che unisce elementi più classici al metal moderno. A un primo ascolto ricordano un pò le atmosfere alla Wednesday 13, con un sapiente mix tra hard-rock e alternative metal. I suoni sono cattivi, metallici, accompagnati dalla voce roca di Babbitt, il ritmo è veloce. Si parte subito con violenza e già dalla prima traccia si ha conferma che questo è un disco tosto, diverso dai classici album hard-rock: la title-track, “Time to Burn”, è veloce, aggressiva e orecchiabile allo stesso tempo, sprizza energia e cattura l’attenzione. La traccia seguente, “Like a Revolution”, ha dei passaggi in stile Bullet For My Valentine, mentre “Take Me Away” è introdotta da alcuni riff di chitarra che ricordano molto gli Iron Maiden, ha dei ritornelli orecchiabili ed è probabilmente quella che rimane più impressa. Non manca il pezzo ballad, “Close Your Eyes” che consente di prendere un attimo di respiro dopo questa forte scarica di energia dei primi pezzi; il ritmo, infatti, rallenta e i toni si ammorbidiscono per poi riprendere con la corsa sfrenata della successiva “Godless”, che spaccerei tranquillamente per una canzone dei Fall Out Boy. “Fight 'Em With Your Rock” ci riporta invece a sonorità più classiche, a dimostrazione che non esiste un solo genere musicale a cui fare riferimento ma, come loro stessi hanno affermato, “si può essere due cose allo stesso tempo”. Chiude una cover che sottolinea il lato non convenzionale della band: si tratta di “The Chain” di Fleetwood Mac. Insomma, l’album piacerà sicuramente agli amanti dei vari generi che la band è riuscita a racchiudere nelle 11 tracce proposte, mentre richiederà qualche ascolto in più per chi, come la sottoscritta, preferisce uno stile più classico. Ma senza dubbio una buona prova d’esordio per questi quattro ragazzoni di Las Vegas, destinati a farsi notare e a farsi apprezzare da un pubblico più vario. Elena ‘Pretty Little Thing’
Line up: Olli Erman – vocals, Pepe – guitar, Hessu Maxx – drums and percussion, Jalle Verne - bass Alcuni di voi, probabilmente, si ricorderanno del finlandese H. Olliver Twisted, ex frontman degli “stoccolmini” Crashdïet, che ha abbandonato nell’estate del 2008 la formazione svedese per ritornare alla propria band originale, i Reckless Love. Si sa, il primo amore non si scorda mai… ma questa volta mi sento di appoggiare la scelta del nostro Olliver, non del tutto adatto ai Crashdïet come voce e come personalità. I Reckless Love sono invece il suo ambiente naturale, e si vede. Band nata nel 2001 e rimasta a lungo solo uno dei mille nomi della scena underground finlandese, il quartetto è stato bravo a sfruttare la notorietà guadagnata dal proprio cantante e ha colto l’occasione al volo, firmando con la Universal per il proprio primo album. Sarò onesta. Quando ho letto del contratto ho storto il naso, ricordando alcuni demo abbastanza mediocri, ma l’album, uscito in Finlandia e nei paesi baltici a febbraio e a marzo nel Regno Unito (e in possibilità di pubblicazione anche in altri paesi europei, tra cui forse l’Italia, e in Giappone) già dal primo ascolto mi ha fatto ricredere, complice forse anche il cambio del batterista. Ma passiamo alla musica. L’album è incredibilmente ben prodotto, e si apre al suono di sirene e pale di elicottero, inizio forse non particolarmente originale, ma sicuramente d’effetto. Feel My Heart è un pezzo energico e allegro, caratteristica comune comunque a tutto il lavoro della band, le cui influenze sono chiaramente ritrovabili in gruppi storici quali Def Leppard, Poison, Bon Jovi e Van Halen. Una buona opening, che invita a muoversi e divertirsi. La seconda track dell’album è One More Time, canzone dal riff classico di chitarra che richiama incredibilmente i Poison. Attenzione al ritornello. Si parcheggia in testa e tornerà a tenervi compagnia quando meno ve lo aspettate… da segnalare il simpatico video che accompagna la canzone, che ci presenta il quartetto finlandese nel suo ambiente naturale, alle prese con le riprese dell’album, i live e momenti di svago piuttosto divertenti. Badass si apre a sua volta con un riff alla Poison, e qui si presenta anche la versatilità vocale di Olliver, che ci dimostra la sua estensione da tonalità basse tenute con evidente facilità ad acuti che chi conosce i Crashdïet ben ricorderà. L’assolo ci porta echi di Van Halen, ed è assolutamente “tamarro” come piace a noi, anche se per suonare come Eddie, il buon Pepe, seppur ottimo chitarrista, ne ha di strada da fare. E qui salta anche fuori, purtroppo, la vera nota dolente dell’album. Omaggi? Parti copiate? Non saprei dire, fatto sta ceh il ritornello ci ricorda un po’ troppo Bad Medicine dei Bon Jovi, seppure più veloce… e non è certo l’unica occasione. E subito, nella canzone seguente, Love Machine, nuovi echi, questa volta di Deff Leppard e Warrant. Pour Some Sugar Machine? Cherry Pie? A voi la scelta, ma la canzone è tosta e divertente, e sono disposta a chiudere un occhio. Ancora una volta bell’assolo. Ancora più disposta a perdonare questi “omaggi” dopo la track seguente, Beautiful Bomb, primo singolo estratto, che ha preceduto, con tanto di video, l’uscita dell’album. È senza dubbio la mia track preferita, e se One More Time si parcheggiava in testa, Beautiful Bomb la scalza senza problema. Sfacciata, allegra e terribilmente 80es. non si può chiedere di meglio. Romance è il terzo singolo estratto dall’album, e pure essendo incredibilmente radio friendly, non condivide l’allegra spensieratezza dei suoi due predecessori. Una bella canzone, che non mi sarei stupita di sentire pubblicata da una band come i Bon Jovi dei bei tempi che furono. E dopo il romanticismo, passiamo al sesso. Perché è proprio Sex il titolo della traccia seguente, una mid-tempo che strizza l’occhio al mood di una ballad, scandita dal basso, su melodie e arpeggi sensuali, come è giusto che sia per una canzone con questo titolo. Non mi stupirei se la Universal decidesse di estrarre un nuovo singolo e la scelta cadesse su questa track. Dopo tutto sembra che la casa discografica stia spingendo alla grande sulla promozione del quartetto finlandese… Back To Paradise. Torniamo a ritmi più serrati, e siamo sempre più trascinati negli anni ottanta, complice una base di synth. Non la definirei la traccia più entusiasmante del cd, ma si lascia comunque ascoltare senza problemi, e anzi il ritornello è decisamente l’ennesimo a unirsi alla lista di cose che entrano in testa e rispuntano fuori a caso, quando meno te lo aspetti. So Yeah!! è la nona track dell’album e devo ammettere che nemmeno questa è particolarmente entusiasmante, ma la seguente Wild Touch si fa abbondantemente perdonare, anche se dopo Bad Medicine, i Bon Jovi si devono scomodare nuovamente per un ritornello ceh ci ricorda un po’ troppo quello di Runaway… ancora una volta, omaggio? Ancora una volta, però, il buon Pepe alla chitarra ci ricorda che i nostri non saranno originalissimi, ma con gli strumenti ci sanno davvero fare. L’album si chiude con Born To Rock, un titolo dalle grandi promesse. In sostanza la canzone è un’altra canzone allegra, che più che dalla Finlandia sembra arrivare dalle spiagge assolate della California, e con un ritornello che ricorda qualcosa, ma che sicuramente dal vivo scalderà gli animi del pubblico, e lo farà ballare. Non ho dubbi: se i Reckless Love fossero nati negli 80es, non sarebbero stati in pochi ad unirli a Poison&co come colpevoli per la morte del metal, ma chi ha bisogno di prendersi così sul serio? La musica deve anche essere svago e divertimento, e i quattro finlandesi sono stati bravissimi a scrivere un album non impegnativo ma sicuramente d’effetto, ballabile e divertente. Il dubbio che rimane è… ragazzi, avete preso tutta questa roba in prestito perché puntavate sul giovane pubblico finlandese sperando che non notasse? :P Enkeli ja Perkele
Line up: Simon Cruz – Vocals & Rhythm Guitar, Martin Sweet – Lead Guitar & Baking Vocals, Peter London – Bass & Backing Vocals, Eric Young – Drums & Backing Vocals Tracklist: 422 (Intro), Armageddon, So Alive, Generation Wild, Rebel, Save Her, Down With The Dust, Native Nature, Chemical, Bound To Fall, Beautiful Pain E finalmente, dopo quasi due anni di silenzio, dovuti anche all’abbandono del precedente cantante H. Olliver Twisted, esce il nuovo e atteso album dei Crashdïet, Generation Wild. La band di Stoccolma, orfana del fondatore e mastermind Dave Lepard nel 2006, ha già subito un cambio abbastanza brusco di direzione con il secondo full length “The Unactractive Revolution”, passando forse, complice forse la voce di Olliver, forse il trauma per la perdita del leader originale, ad un suono un po’ più patinato, forse più approcciabile anche se a mio parere meno incisivo. Con Generation Wild sembra essere in parte tornata ad antichi fasti sleaze, anche se si sente, innegabile, l’assenza di Dave, che non era certo un cantante o un chitarrista sublime, ma aveva la verve di un frontman d’altri tempi. L’album si apre con una breve intro che riporta ricordi dal passato, dal primo album “Rest in Sleaze”, una sirena che richiama uno degli inni di questi giovani svedesi, Riot In Everyone, e che sfocia nei suoni di quella che può essere forse, appunto una rivolta. Che voglia essere una dichiarazione d’intenti? Comunque sia, un’intro che live costruirà certo una buona attesa eper la band. Il primo brano vero e proprio del cd, Armageddon, si apre con un riff firmato chiaramente Martin Sweet, il chitarrista e principale songwriter della band. Una canzone forse strana per i fan di vecchia data, ma che porta tutte le caratteristiche giuste di una “Creashsong”. Potente, incisiva, e con un ritornello che ti entra in testa e ti incita a seguire il coro. Non velocissima, ma sicuramente una track che diventerà una colonna delle esibizioni live della band. Segue, introdotta dalla batteria, la track So Alive, e qui si che si sentono gli echi di Rest In Sleaze, per i fan più accaniti semplicemente RIS, soprattutto nella strofa. La voce di Simon Cruz, nuovo frontman rubato alla giovane band Jailbait (in cui, piccola curiosità, suona il fratello di Sweet) non fa rimpiangere il pur bravo Twisted, ed è forse più adatta alla band di quella di quest’ultimo. Segue il primo singolo, la title track Generation Wild, una canzone che può, a mio parere, essere inserita tra le migliori della band. È potente, è orecchiabile, è incazzata, e ha quella caratteristica che come Riot In Everyone o Breaking The Chainz, ti fa immaginare la band su un palco davanti ad una folla da arena che intona il ritornello a squarciagola. Da notare il video splatter che la accompagna, uscito proprio in questi giorni. A questo punti echi di Mötley, signore e signori. Motociclette, riff alla Dr. Feelgood (anche se la classe dei santi di Los Angeles, si sa, è difficile da raggiungere) e rabbia giovanile sono gli ingredienti di Rebel, track godibile e ben eseguita. Altra curiosità, nell’album precedente i nostri avevano collaborato con Mick Mars, storico chitarrista dei Mötley. Rallentiamo il ritmo con Save Her, forse la prima vera e propria ballad della band stoccolmina, ed è una piacevole sorpresa. Forse non il testo più originale mai scritto, ma una canzone carina, che sono sicura sarà apprezzata soprattutto dalle fanciulle che seguono la band. Si rialzano i ritmi quando il riff potente di Down With The Dust introduce una canzone che bilancia perfettamente lo stile delle prime due formazioni della band a nuovi elemnti indubbiamente portati da una nuova maturità dei membri originali e dall’aggiunta di Cruz. Se Rebel ricordava i Crüe, Native Nature ricorda a tratti un’altra band che ha fortemente influenzato la band nel suo sviluppo, i Guns n Roses. Non tra i momenti più brillanti del quartetto svedese, ma si lascia ascoltare, e renderà probabilmente molto di più live. Un’altra track insolita per la band è Chemical, più allegra e solare dei soliti brani del gruppo fa quasi l’occhiolino al pop, ed è decisamente radio friendly. Forse la track più debole del cd, come valore artistico. La seguente Bound To Fall ci riposta su un feeling più rock, che ricorda le note di Unactractive Revolution. Bella canzone, ma non impressiona particolarmente. L’album si chiude su note malinconiche con Beatuful Pain, che si apre con un sobrio accordo di chitarra che accompagna la voce a cui si aggiungono poi basso e batteria. Da notare i rintocchi di campana che chiudono la canzone, risultando così essere le ultime note del cd. Un’altra ballad, seppur al limite della midtempo (spesso il confine è confuso), dunque, spesso una scelta rischiosa, ma in questo caso adeguata, che chiude un bell’album, che spero possa segnare la “rinascita” di un gruppo che a mio parere merita più credito di quello che molti sono disposti a dargli, accomunandoli alla miriade di gruppi che la Svezia sta lanciando negli ultimi anni. I Crashdïet sembrano essere tornati in forze. Speriamo sia la volta buona. Enkeli ja Perkele
Line up: Matthias Schenk – Vocals, Johannes Amrhein – Guitars, Michael Bayer – Guitars, Achim Thiergärtner – Drums Tracklist: 01.Damn Good, 02.Dawn, 03.Rumours, 04.Sunshine vs. Rain, 05.Just For U, 06.Much, 07.Rose Of Cairo, 08.Strong, 09.Somebody Else, 10.The Moment, 11.We Are, 12.Wrong Planet Quinto lavoro in studio per questo eccellente combo tedesco formatosi nel 2000 e dedito ad un superbo heavy rock roccioso ma anche melodico al tempo stesso. I nostri, e scusate la mia ignoranza ma non li conoscevo prima, hanno praticamente aperto live di acts musicali di altissimo rango come Bonfire, Axxis, Shakra, Roger Chapmann, U.D.O., Primal Fear, Doro e loro stessi hanno alle spalle ormai una fervida attività on the road sui palchi in Germania e nel resto d’Europa. Questo nuovissimo ‘Rock Buster’ mi ha letteralmente stregato e continuo ad ascoltarlo in casa ed in macchina poiché riesce a regalarmi forti emozioni ma ha il grande pregio della’spensieratezza’: cosa voglio dire? Praticamente i quattro musicisti hanno sfornato un prodotto ricco di riff taglienti, buona tecnica, un vocalist sopra e e chorus line e, soprattutto, ritornelli accattivanti che si conficcano direttamente nella materia celebrale dell’ascoltatore. Riff taglienti presenti su ‘Just for u’, ‘Much’, ‘We Are’ e ‘Wrong Planet’ non possono lasciarvi inermi, come le armonie di ‘Strong’ o le chorus line in ‘The Moment’. Da segnalare l’ammaliante e ruffiana ‘Somebody Else’ che strizza l’occhio allo street rock e piace per grinta e originalità e l’ottima cover ‘Rumours’ (Timex Social Club’s). Un album che piacerà a tutti poiché non impegna ma regala frizzanti iniezioni di adrenalina basati su una eccellente musicalità. Ottimo!! Roby Comanducci
Line up: Joel O’Keefe - Vocals, Guitar, David Roads -Guitar, Justin Street - Bass Guitar), Ryan O’Keefe - Drums Ecco quindi alla seconda prova del full length album questi quattro musicisti che già dal loro esordio hanno fatto parlare mezzo mondo musicale. I nostri avendo aperto il tour dei mitici AC/DC hanno sicuramente avuto un ‘lancio’ superiore alla media e, se vogliamo, anche grazie al grande battage pubblicitario che sta girando attorno a questo combo musicale. Gli Airbourne, diciamocelo suvvia, stanno agli AC/DC come i primi album dei Kingdome Come stavano ai Led Zeppelin. Copie? Plagi? Furbi? Bravi? Sicuramente un grande mix di tutte queste cose anche perché non si può certo parlare di disco ‘masterpiece’ ma però, senza sbagliare, bisogna dare atto a Joel O’Keefe e soci che in quanto a grinta e rabbia ne hanno da vendere. Questo “No Guts..” non cambia una virgola rispetto al precedente ‘Runnin’ Wild’ e quindi regala ai fans tutto quello che vorrebbero avere senza rischiare nulla: Energia, potenza, adrenalina e anche, ovviamente, melodia ma dosata al punto giusto. Gli Airbourne sembrano in tutto e per tutto gli AcDc del nuovo millennio con un cantante solamente meno ‘graffiante’ del buon Brian Johnson e basta. I riff sono quelli di Angus Young e le canzoni sono molto simili tra loro. Sicuramente li amiamo nei momenti più ‘heavy’ e veloci come ‘Back On The Bottle’, ‘It Ain’t Over Till It’s Over’, ‘Born To Kill’ anche se non possiamo rimanere fermi durante le restanti tracce. La band ha dalla sua una forte carica di energia che traspare dal disco e dalle loro esibizioni dal vivo, cosa che li sta facendo amare nel mondo intero. Non saranno la band più originale del pianeta ma…visto e considerato cosa sta uscendo in campo discografico in questi anni, ben vengano gruppi come questo!!!! Roby Comanducci
Pretty Little Thing
Line up: Mikael Erlandsson – lead vocals and keyboards, Andy Malecek – lead guitars, Jamie Borger – drums and backing vocals, Nalley Pahlsson – bass and backing vocals Tracklist: Heaven and Earth, Caught in between, Top of the world, Candle in the dark, Come rain or shine, Heartbreaker, Last Mistake, See my baby jive, Renegade, What’s on your mind, How Long, Surrender, Running on like water, Jenny’s Eyes Dal 2004 questi SIGNORI dell’hard rock melodico ci deliziano con album sopra le righe, ricchi di pathos e armonie sublimi. Molti di voi li conosceranno già anche per la militanza in line up dell’ex chitarrista dei Fair Warning Andy Malececk e del purtroppo recentemente scomparso Marcel Jacob, ex bass player del funambolico Malmesteen, che però è riuscito a lasciare la sua traccia compositiva e addirittura il suo breve bass solo ‘Heaven and Earth’ che apre il disco e dove si sente la sua voce. Eh si, purtroppo il bravo Marcel ci ha lasciato proprio durante l’incisione di questo cd e la band, ovviamente, dedica l’intero lavoro a lui. Sarà forse un caso, ma l’intero album traspira melanconia e tristezza che, nel linguaggio della band, vogliono dire grandissime musicalità e eufonie da pelle d’oca. E’ ovvio, comunque, che la tristezza rimane. RIP Marcel!! Torniamo espressamente al disco e quindi lodiamo le gesta di questi eccelsi musicisti che hanno realizzato undici song e due cover da assaporare in ogni loro piccolo dettaglio; consiglio vivamente, la prima volta, di ascoltare il cd in cuffia e magari con luce soffusa, vedrete che emozioni saprà regalarvi! Già dalla prima ‘Caught in Between’ (dico prima perché ‘Heaven …’ è solo un breve solos di 40 secondi) si ascolta grande rock che rimembra i migliori Fair Warning capaci di offrire melodia e adrenalina nello stesso pezzo. Infatti l’hard rock di ‘Top of The World’ è li a dimostrare quanto appena scritto come anche ‘Heratbreaker’ e ‘What’s on your mind’. La semi ballad ‘Renegade’ merita una menzione particolare: da sola vale l’acquisto del disco essendo un brano ricco di aperture melodiche da vasto air play, chorus line sognanti e, come sempre, un guitar and keyboards sound da cardiopalma. Stupenda anche la ballata finale ‘Jenny’s Eyes’ e interessanti le cover di ‘Surrender’ (Cheap Trick) e il rock’n’roll ‘See my baby jive’ (Wizzard). Praticamente un album quasi perfetto che farà la gioia di molti di voi. Grandi Last Autumn’s Dream! Roby Comanducci
Line Up: Brian Howe – vocals; Brooks Paschal, Dean Aicher, James Paul Wisner, Tyson Shipman, Pat Travers - guitars; Brooks Paschal, Miguel Gonzalez and Wayne Nelson - bass; Matt Brown - drums; Luke Davids – piano, strings. Tracklist: 1. I’m Back; 2. Life’s Mystery; 3. There’s this Girl; 4. Could Have Been You; 5. Surrounded; 6. Flying; 7. How It Could Have Been; 8. My Town; 9. How ‘Bout That; 10. Feels Like I’m Coming Home; 11. If You Want Trouble; 12. Feelings ; 13. Holy Water; 14. Little George Street. Lead vocalist per Ted Nugent in "Penetrator" (1983) e frontman dei Bad Company in sostituzione di Paul Rodgers, Brian Howe torna in campo, tredici anni dopo il primo album solista "Tangled in Blue" ("Touch" in Europa), col suo "Circus Bar". Concepito durante un "ritiro" a Lake Atitlan, in Guatemala, alla ricerca della giusta ispirazione, prende il titolo dal bar gestito da performer del circo dove Brian e Brooks Paschal (ex Sullivan - producer e songwriting partner) hanno scritto parte delle nuove tracce. Il sound è caratterizzato da atmosfere vellutate e malinconiche apprezzabili soprattutto nelle ballate "Surrounded" e l'acustica "Flying", ma l'album non difetta di pezzi più vitali come l'apertura "I'm Back" o "There's this Girl", l'AOR di "Life's Mystery" e il ritornello accattivante di " Could Have Been You". "Circus Bar" comprende anche due brani dei Bad Company: " How ‘Bout That" riproposta senza importanti differenze e " Holy Water" presentata, invece, in versione ballad.
line up: bass, guitars, vocals- Bruce Kulick. Special guest: Tobias Sammett (EdGuy, Avantasia) and Eric Singer (Kiss), Doug Fieger (lead vocalist of The Knack), Steve Lukather (Toto), John Corabi & more Tracklist: 1.Fate; 2.Ain't Gonna Die; 3.No Friend of Mine; 4.Hand of the King; 5.I'll Survive; 6.Dirty Girl; 7.Final Mile; 8.I'm the Animal; 9.And I Know; 10.Between the Lines; 11.Life; 12.Skydome (Bonus Track). Come il titolo suggerisce, ci troviamo di fronte al terzo album di Bruce Kulick, ventennale chitarrista dei Kiss. Dopo "Audiodog" e "Transformer", Bruce continua la sua produzione solista nelle undici tracks dal sound eteregoneo di "BK3" . Scriverne la line up è davvero un'impresa, infatti, alla produzione dell'album hanno collaborato un buon numero di grandi nomi, a partire da Gene Simmons (Kiss) alla voce nel secondo pezzo "Ain't Gonna Die", John Corabi (Mötley Crüe, Union) in "No Friend of Mine", Il figlio di Gene, Nick Simmons, nel singolo "Hand of the King", Doug Fieger (The Knack) con "Dirty Girl", Tobias Sammett (Edguy, Avantasia) ed Eric Singer (Kiss) in "I'm the Animal" e Steve Lukather (TOTO) nella strumentale "Between the Lines". L'insieme di tutti questi ottimi artisti ha portato alla creazione di una sorta di raccolta, un'unione di pezzi di diverso genere e carattere, i quali sono però, riuscitamente, tenuti assieme dalle splendidi parti di chitarra di Bruce Kulick, elemento comune e di forza dell'album. I suoni duri e frenetici di "Fate", scritta unitamente a Kevin Churko, si oppongono alle melodiche ballads di "I'll Survive" e "Final Mile", mentre l'accessibile "Dirty Girl" ha ben poco in comune con la bellissima "I'm the Animal", con l'assolo di Bruce e i toni bassi della voce di Nick Simmons in "Hand of the King" o con "No Friend of Mine", il pezzo maggiormente degno di nota dell'intero album. La filosofica "Life" chiude la nuova creazione di Bruce Kulick che, soltanto nell'edizione europea, vede in aggiunta una dodicesima traccia, "Skydome" tratta da "Audiodog", la sua prima produzione da solista. Lale Brunette
GIANT Line up: Terry Brock – vocals, John Roth – guitars, Mike Brignardello – bass, David L. Huff – drums, Featuring: Dann Huff – lead guitars on “Believer (Redux)” and “Save Me”, Keyboards: Tim Lauer, Jack Holder Tracklist: Believer (Redux), Promise Land, Never Surrender, Our Love, Prisoner of Love, Two Worlds, Plenty of Love, Through My Eyes, I'll Wait For You, Dying To See You, Double Trouble, Complicated Man (Bonus track only available in the first pressing in digipak), Save Me Grandissimi Giant. Dal loro ultimo ‘III’ li aspettavo alla prova del full length album per vedere se riuscivano a bissare quel bellissimo disco. Ecco quindi che i fratelli Huff (anche se il grandioso chitarrista Dann non è più nella line up ma si ‘limita’ nella composizione di alcuni brani e nel regalare i suoi riff nelle song elencate sopra) ci deliziano con questo nuovo album ‘Promise Land’. Un disco decisamente sopra le righe ricco di pathos, grandi passaggi Aor e un’intensa melodia di base che viene però scossa dagli ottimi riff del bravo guitar player John Roth capace di non farci rimpiangere l’axe man Dann. Tutto il disco si basa su un rock adulto, sopraffino e ricco di arrangiamenti talvolta edulcorati e anche elettrici. Tracce capaci di farci innamorare come la title track, l’opener ‘Believer’, l’hard rock di ‘Prisoner Of love’ e mi fermo altrimenti andrei avanti per una pagina intera! Le due chicche però sono la penultima e travolgente ‘Complicated Man’ che rende omaggio a Van Halen e Mr. Big e l’ultima ‘Save Me’, caratterizzata da un eccelso rock duro con punte ‘funky’ che ne impreziosiscono la caratura tecnico-compositiva ma, soprattutto, il feeling. Un album assolutamente da avere per tutti i fans ma anche per tutti coloro che amano l’hard rock suonato da grandi professionisti! Roby Comanducci
WIG WAM Line up: Glam — vocals, Teeny — guitars, Flash — bass, Sporty — drums Tracklist: 1 Do Ya Wanna Taste It, 2 Walls Come Down, 3 Wild One, 4 C’mon Everybody, 5 Man In The Moon, 6 Still I’m Burning, 7 All You Wanted, 8 Non Stop Rock And Roll, 9 From Here, 10 Rocket Through My Heart, 11 Chasing Rainbows, 12 Gotta Get It On (Bonus track) L’avrò ascoltato 50 volte prima di mettermi davanti al pc a scrivere questa review, questo perché sono partito scettico e prevenuto per poi tramutarmi in autentico sostenitore del combo norvegese. Sapevo un po’ di news sul loro conto: provenienti dalla contea di Østfold, questi quattro matti glamsters iniziarono a muovere i primi passi nel 2001 ma solo nel 2004 vide la luce il debut album ‘667 ... The Neighbour Of The Beast’ che poi venne stampato l’anno successivo nel resto d’europa col titolo cambiato in ‘Hard To Be A Rock'n'Roller…In Kiev’. Pensate…hanno ottenuto così tanto successo in patria che hanno persino un seguito di fedelissimi fans che si son chiamati Wig Wamaniacs…e questo la dice lunga sull’operato dei nostri!! Il secondo album ‘Wig Wamania’uscì nel 2006 e poi abbiamo dovuto aspettare il 2010 per sentire cosa il singer che si è fatto chiamare nientepopodimenoche ‘glam’ ha partorito in questo suo nuovo album ‘Non Stop Rock and Roll’ insieme ai suoi compagni ‘di ventura’. Ebbene ragazzi se siete alla ricerca di un vero party rock album questo lavoro dei Wig Wam è pane per i vostri denti. Qui siamo al cospetto del più puro glam rock style anni ottanta; nessuna contaminazione col nuovo glam metal attuale, nessuna sonorità simile ad Hardcore Superstar et similia e/o contaminazioni punk. In queste dodici tracce avrete un must di musica che sembra scaturita dai Roxx Gang, Poison (primo album…), Tigertailz e se vogliamo accomunarli a qualche acts più attuale direi i The Poodles. Atmosfere allegre e dedite ad un semplice ma ‘ficcante’ rock’n’roll, chorus line ripetitive e ‘mielose’ che ti entrano nel cervello e non vanno più via, anthem e arena song da cantare a squarciagola coi vostri amici e la giusta dose di melodia e adrenalina a cesellare il tutto. Un ottimo lavoro di chitarra ritmica che sputa fuori veri e propri riff taglienti ed azzeccati più che sterili solos del tutto inutili in questo contesto è la giusta ciliegina sulla torta (lo stile di chitarra mi ricorda il CC DeVille dei primi album dei Poison…tanto per capirci). Bella la voce del vocalist Glam e precisa e pulsante (quando serve) la sezione ritmica. Già dall’opener ‘DoYa Wanna Taste It’ atmosfere catchy si sommano a riff taglienti per traghettarci alle successive tracce. ‘Walls Come Down’ sembra presa dal repertorio dei sopracitati The Poodles, mentre ‘C’mon Everybody’ è proprio una classica ‘arena song’. ‘Wild One’ ci ricorda con il suo ritmo e le sue chorus line il puro glam rock di metà eighties e per chi vuole schiacciare il piede sull’acceleratore e ballare ecco servita la title track; se volete invece una song più ammaliante ecco la stupenda ‘Rocket Through My Heart’ pregna di pathos e armonie decisamente sopra le righe anche se sempre su una base assolutamente hard. Ottimo rock che strizza l’occhio alle classifiche radiofoniche lo sentite su ‘All You Wanted’. Bellissima anche ‘Chasing Rainbows’ soprattutto per le sue chorus line impreziosite dal coro dei bambini nel finale oppure l’hard rock grintoso della bonus track ‘Gotta Get it’. Non aggiungo altro. Disco da avere immediatamente!!! Roby Comanducci
KEEL Line up: Ron Keel – voce, Bryan Jay - chitarra solista, Marc Ferrari – chitarra, Geno Arce – basso, Dwain Miller - batteria Tracklist: Hit the Ground Running, Come Hell or High Water, Streets of Rock N Roll, Push & Pull, Brothers in Blood, Hold Steady, Live, Does Anybody Believe, No More Lonely Nights, The Devil May Care, Lookin' for a Good Time, Gimme That Dopo lo scioglimento targato 1989 (periodo dell’uscita di ‘Larger than Live’ – album in parte live) Mr. Ron Keel non ha dato più adito nel mostrare interesse nel riformare la gloriosa band di ‘The Right to Rock’, album di class metal che nel 1985 riscosse grande successo (nel quale ci mise lo zampino in fase di produzione anche un certo Gene Simmons…) e, ad ora, è il disco ‘clou’ della loro discografia. Quindi dopo l’intenzione, poi avverata, della reunion con la band – line up identica (eccetto il bass player) di quell’album ormai storico, i nostri ci hanno regalato il ‘seguito’ della loro storia discografica dopo ben vent’anni che risponde al nome di ‘Streets of Rock n Roll’, titolo quanto mai significativo, evocativo e, perché no, anche scaramantico per il futuro!! Ron accompagnato dai due axe man Bryan e Marc sciorinano una manciata di song sempre rimanendo fedeli al loro sound che riprende a piene mani dal già menzionato ‘The Right…’ (tra l’altro anch’esso recentemente ristampato dalla sempre più prolifica Frontiers) e che ci regala un class metal magari non originalissimo ma sempre di ottima qualità e ricco di momenti eufonici e di forte adrenalina al tempo stesso. Le song dei keel , da sempre, si son basate su un “heavy rock” leggero e anche commerciale che può soddisfare diverse esigenze in fattore di gusti musicali. ‘Streets…’ si fa ben apprezzare, appunto, per queste caratteristiche e ascoltando brani come l’up tempo ‘Push & Call’, l’hard rock della title track e di pezzi come ‘Hit The Ground Running’, la pulsante ‘Come Hell or High Water’ e la bonjoviana ballad ‘Does Anybody Believe’ capirete bene quanto appena scritto. Un gradito ritorno che speriamo porti altri album e un prospero futuro! Roby Comanducci
Tracklist: Way 2 Go, Women & Whiskey, See The Thunder, Shore Of Another Sea, The Big K, The Cross Between The Lines, Brand New Day, Back On Me, Cherry Blossom, I Believe In Father Christmas In assoluto un album imperdibile per tutti gli amanti dell’hard rock d’autore con la ‘A’ maiuscola. Questo album dei nostrani Markonee (e scusate per il leggero ritardo di pubblicazione di questa review...) non ha nulla da invidiare a molte blasonate e storiche band d’oltreoceano anzi, si attesta e supera di gran lunga molti ‘mostri sacri’ di questo genere che quest’anno non hanno saputo offrire lavori degni di nota. La band di Gabriele Gozzi & Co. si è fatta notare addirittura dal grande Beau Hill (produttore di Ratt, Winger, Alice cooper) che ha ben appoggiato questo lavoro producendolo in toto. Il risultato, come già scritto sopra, è entusiasmante: i nostri ci regalano dieci tracce cariche di feeling e originalità ma, soprattutto, capaci di ammaliare l’ascoltatore con sonorità taglienti e pompose al tempo stesso. Basta ascoltare il tris di autentiche hard rock killer song ‘Way 2 Go’, ‘Women & Whiskey’, ‘See The Thunder’ che aprono il disco in pompa magna dimostrando cosa si deve fare per saper “rockare” nel modo giusto. Una nota sopra la media la merita la stupenda ‘The Cross Between The Lines’, quasi un up tempo con un eccelso lavoro in fase di ritmica che incalza per tutta la song e ci elettrizza fino all’ultimo secondo. C’è spazio anche per song melodiche (ma non ballad attenzione) quali ‘Cherry Blossom’ o aperture melodiche-armoniche in stile Stryper su ‘Brand New Day’; praticamente un album completo che dovrete sicuramente far entrare nella vostra personale collezione di dischi. Roby Comanducci
LOS ANGELES line up: Michele Luppi – Vocals, Fabrizio Grossi – Bass & producer. tracklist: Neverland, Nothing to Hide, City of Angels, Promises, Wait For You, Nowhere To Run, Tonight Tonight, Higher Love, Living Inside, Welcome To My Life, Paradise In assoluto uno dei migliori album partoriti dall’appena conclusosi 2009, questo secondo full lenght album dei Los Angeles è un autentico concentrato di melodia e adrenalina allo stato puro. E’ un ulteriore piacere sapere che tale prodotto è parto di un nostro grande singer, Mr. Luppi (cantante dei primi Vision Divine) e del produttore-bassista Fabrizio Grossi. Ad accompagnarli in questa stupenda alchimia di suoni troviamo persino l’axe man George Lynch che ha dato un suo contributo su ‘Nowhere To Run’. L’album è entusiasmante dalla prima all’ultima song e Michele Luppi da un vero ‘saggio’ di come bisognerebbe cantare l’hard rock regalandoci autentiche performance vocali e momenti ricchi di pathos. La struttura delle song è tecnica al punto giusto ma molto orecchiabile e da ‘vasto airplay’, cosa che rende ‘Neverland’ un album appetibile da diverse tipologie di fans. Potrete ammaliarvi con le melodie delle suadenti ‘City Of Angels’ e ‘Higher Love’ come elettrizzarvi con la dirompente opener ‘Neverland’ dedita ad un robusto hard rock. Tracce di eccelso melodic rock che sfocia nel FM rock di puro stampo americano le sentirete ascoltando le belle ‘Living Indide’ e ‘Welcome to my Life’, mentre un gaudioso AOR sound lo troverete in ‘Tonight Tonight’. Una menzione particolare per la piccola perla del disco: ‘Promises’. Una ballad ricca di pathos e armonie che colpiscono direttamente l’anima e ti fanno ascoltare la canzone all’infinito senza stancarti mai. In assoluto un album da avere perché di vera e buona musica ne abbiamo veramente bisogno! Roby Comanducci
BABYLON BOMBS tracklist: Liberation, Babylon’s Burning, Resurrection Love, Nobody’s Home, Angel Eyes, It’s Alright, Everywhere The Wind Blows, Winding Road, Rattle My Bones, Shine One, Goodbye, Good Luck, Fade Away I Babylon Bombs sono un’altra delle realtà scandinave che si stan facendo strada nel panorama sleaze/glam/street già popolato da numerosissime band di medesima provenienza. Il quartetto stoccolmese, che ha appena effettuato un cambio di line-up con il giovane ma talentuoso Ricky al posto di Martin al basso (anche se è da sottolineare che l’album è stato interamente suonato da quest’ultimo), propone un album ben riuscito dal sound perfetto, registrato nei famosi Polar Studio di Stoccolma e mixato e prodotto con l’aiuto di Chris Laney, nome importantissimo della scena musicale svedese (Europe, Crashdiet tra i tanti) e che si discosta dai due lavori precedenti “Cracked Wide Open and Buried” (2005) e “Doin’ You Nasty” (2006) grazie ad un suono più hard ed accattivante. La traccia di apertura “Liberation” è come la bomba scagliata in copertina dai cui i 4 ragazzi fuggono: secondo singolo estratto corredato da un video visibile sulla loro pagina Myspace e traccia d’apertura dei loro recenti live, dà subito una bella scarica di energia e adrenalina che percorre tutte le tracce con un intro caratterizzato dalla presenza del violino e l’introduzione di uno dei temi fondamentali del disco: “è ora di scappare, rompi la gabbia, liberati”. Segue la titletrack “Babylon’s Burning” introdotta dal rintoccare di una campana, il ritmo continua ad essere aggressivo, coi riff e gli assoli di Jon, la voce calda e intensa di Dani, i toni cupi del basso e lo scatenarsi della batteria. La traccia numero 3, “Resurrection Love” ci riporta ai Babylon Bombs dei dischi precedenti, con un sound più pacato ma allo stesso tempo ricercato nelle strofe e che costituisce forse la traccia più caratteristica dell’album. “Nobody’s Home” è la tipica canzone che come parte ti fa venire voglia di ballare, con un ritornello un pò scioglilingua in cui si riprende il tema del sentirti libero di fare un pò come ti pare, del renderti irreperibile e sfuggevole (c’è forse una citazione dai Motley “’cause I’m a live wire”?). Si continua con “Angel Eyes”, canzone che qualsiasi ragazza vorrebbe sentirsi dedicare dal proprio compagno, il ritmo è veloce, scandito dall’alternanza vocale coro/solista e il suono della batteria che accompagna ricorda il battito delle mani. E così siamo arrivati alla ballad, una delle tracce migliori dell’album: “It’s Alright”. I toni si addolciscono, l’atmosfera si rilassa e la melodia accompagna in questo viaggio all’insegna delle emozioni che si provano sul finire di una storia d’amore. Bello non solo il sound acustico ma le liriche stesse in cui è presente un’altra citazione (“You don’t know what you got ‘til it’s gone”) forse a sottolineare l’influsso che band del calibro dei Cinderella hanno avuto sulla produzione di questo album. Con la canzone successiva “Everywhere The Wind Blows” si ritorna alle sonorità più allegre, da sottolineare in questo pezzo la presenza dell’armonica e dei cori femminili, che ricordano i toni un pò da saloon. Personalmente adoro l’intro della seguente “Winding Road” che ti permette di immergerti in un’atmosfera da viaggio percorrendo questa strada tortuosa che altri non è che la strada a cui ti conduce una storia d’amore. “Rattle My Bones” ha un tipico suono rock ‘n’ roll, un pezzo trascinante, colorito dalla presenza del megafono alla Scott Weiland dei vecchi Velvet Revolver. “Shine On” invece mi ricorda un pò gli Hardcore Superstar di “Beg For It” soprattutto nella parte iniziale e nella batteria, a un certo punto si assiste ad un intermezzo che riprende un pò tutte le tracce precedenti (l’intro di “Babylon’s Burning” così come il ritornello di “Nobody’s Home” e “Resurrection Love”). Chiudono l’album, “Goodbye, Good Luck”, primo singolo estratto, e “Fade Away” che confermano la ben riuscita di questo lavoro che si introduce a sorpresa nella lista dei migliori album del 2009 (non a caso è candidato come Best Sleaze Album agli Swedish Metal Awards 2010, uno dei riconoscimenti più importanti per la scena rock/metal svedese). Pretty Little Thing
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