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W.A.S.P. Line up: Blackie Lawless - lead vocals, guitars, Doug Blair - lead & rhythm guitars, Mike Dupke – drums, Mike Duda - bass Tracklist: Crazy, Live To Die Another Day, Babylon's Burning, Burn, Into The Fire, Thunder Red, Seas Of Fire, Godless Run, Promised Land Finalmente ….finalmente il buon Blackie ha fatto un album veramente retro che ripesca il sound violento e crudo dei primi lavori. Questo nuovissimo ‘Babylon’ suona ‘duro, sporco e cattivo’ come pochi lavori discografici usciti quest’anno. Circa 44 minuti e solo nove song di cui due covers ma che bastano per scatenare la ribellione che alberga nei vostri animi e prendere lo stereo e alzarlo al massimo volume (tanto è Natale e se i vicini rompono i co** dite che state ascoltando il vostro bel regalo …hehe). Nulla di nuovo sotto il sole quindi e nemmeno ulteriori esperimenti di sound o album introspettivi e concept: su questo frangente il leader dei WASP ci ha già regalato perle memorabili anni addietro. Io non riesco però a capire come mai dopo tantissimi anni di carriera Lawless riesca a stupire e convincere anche i vecchi rockers come me? Come fa a regalarci una song stupenda ed ammaliante come ‘Goddles Run’, una semi ballad che si fa più movimentata nel finale. Ma…come fa quest’uomo?? Apre l’album con una serie di killer song quali ‘Crazy’, ‘Live To Die Another Day’, ‘Babylon's Burning’ per poi “scomodare” gli immortali Deep Purple e rendergli omaggio con una bella e leggermente più heavy version (ma molto fedele all’originale) della stupenda ‘Burn’! Ma non è contento e l’altra cover dedita al più puro rock’n’roll del grande Chuck Berry la mette come ciliegina finale del disco, ‘Promise Land’ appunto. Come non citare l’heavy rock ruvido ma molto evocativo presente in ‘Into The Fire’ e la potenza dell’accoppiata vincente ‘Thunder Red’ e ‘Seas Of Fire’. Un disco da ascoltare tutto di un fiato e un applauso all’ottimo guitar work del bravo Doug Blair. Questo disco non è fatto per stupire bensì e fatto per restare ed essere ricordato anche tra anni! Fatelo vostro. Roby Comanducci
JADED HEART Line Up: Johan Fahlberg - vocals; Peter Ostros - guitars; Michael Mόller - bass; Axel Kruse - drums; Henning Wanner - keyboards. Track List: 1. Intro; 2. Love Is A Killer; 3. Fly Away; 4. Blood Stained Lies; 5. Tonight; 6. Freedom Call; 7. One Life One Death; 8. Rising; 9. Hell Just Arrived; 10. Psycho Kiss; 11.Come To The Feast; 12. Exterminated. Due anni dopo "Sister Mind", i Jaded Heart, che non richiedono alcuna presentazione, escono con l'album "Perfect Insanity". Alla voce è ancora Johan Fahlberg, nella band a successione di Michael Bormann; il, si fa per dire, "nuovo" cantante fa ben sentire la sua presenza improntando la produzione su un sound più heavy e melodico. Dopo un breve intro, apre la ritmata "Love Is A Killer", brano veloce e hard rock che rappresenta il più azzeccato ingresso al disco, con un non so che di Helloween nell'assolo. Più potente e melodica è "Fly Away", mentre "Blood Stained Lies" suona perfetta per lo stage con la brillante chitarra di Peter Ostros e un assolo "orientaleggiante". "Tonight" è la traccia che ci riporta ai più vecchi Jaded Heart, alle melodie e cori centratissimi, seguita da "Freedom Call", più vicina, a suo modo, allo speed metal, martellante con tanto di doppia cassa e chitarra grezza. "One Life One Death" sembra giocare, anche nel titolo, coi Gotthard; è una ballad affettata, come tutte le ballad, e tutto sommato non molto originale. Il piccolo inciampo è, però, subito obliato dalla successiva "Rising" nuovamente hard rock e nuovamente perfetta per un live. A chiusura del disco ritroviamo la potenza della prima traccia nell'hard rock melodico di " Exterminated", che, assieme alla precedente "Come To The Feast", termina in indiscutibile perfezione l'album che, in effetti, già dal titolo ci aveva preparato a qualcosa di simile. Lale Brunette
WINGER Line Up: Kip Winger - vocals, bass and keyboards; Reb Beach - guitars and vocals; John Roth - guitars and vocals; Rod Morgenstein - drums and piano. Track List: 1. Deal With The Devil; 2. Stone Cold Killer; 3. Big World Away; 4. Come A Little Closer; 5. Pull Me Under; 6. Supernova; 7. Always Within Me; 8. Feeding Frenzy; 9. After All This Time; 10. Witness. Nei negozi europei dal 16 Ottobre, "Karma", la nuova produzione degli americani Winger, è la quadratura del cerchio della loro carriera. Riunitisi nel 2006, dopo più di dieci anni, escono col come back album "IV", decisamente lasciato indietro dal nuovissimo disco, in grado di raggiungere altezze più legate ai lavori degli anni Novanta, dei quali sembra la più diretta filiazione, che alle tracce del precedente. "Karma è una summa delle esperienze della band" spiega il cantante Kip Winger, e in effettiva, porta al suo interno sia elementi più strettamente appartenenti alle loro origini, sia "il sangue, il sudore e le lacrime di 20 anni di composizione, scrittura e live shows", come puntualizza orgogliosamente Reb Beach. Sono proprio gli eccezionali riff di Reb Beach ad aprire l'album con l'aggressiva "Deal With The Devil", piena di forza e cattiveria hard rock, seguita da "Stone Cold Killer" introdotta dal magnifico basso di Kip e dalle sonorità più cadenzate. "Big World Away" e " Come A Little Closer" seguono, invece, proponendo qualcosa di più, se mi è concesso, commerciale, nel senso di appetibile ad un pubblico più vasto e dai gusti disparati: lunghi cori melodici intervallati a strofe più o meno rock. I più classici Winger sono riconoscibili in "Pull Me Under" e "Supernova", pezzi pieni di emozione e voce perfetta. All'album non manca nemmeno la classica ballad: "Always Within Me", che dopo un inizio in pianissimo riesce a svolgersi coinvolgendo inaspettatamente. L'album ci rivela, quindi, una band che ha saputo reinventarsi con ottimi risultati, in un hard rock pieno di uno stupefacente senso della melodia. Lale Brunette
MASTEDON tracklist: Revolution Of Mind, Slay Your Demons, Nowhere Without Your Love, One Day Down By The Lake (See You Real Soon), Water Into Wine (Fassa Rokka), Questions (It's About Time), You Can't Take Anything, Lying, The Western World, That's What You Do, Dust In The Wind Mamma mia ragazzi, disco mostruosamente bello questo terzo capitolo dei grandissimi Mastedon. Disco del mese…dell’anno?? Chissà…ma non voglio esagerare altrimenti chi sa del mio passato e del mio amore per il pompous rock e per i kansas (vecchia e nuova era) va in giro a dire che Comanducci è ‘di parte’. Sbagliato! Comanducci non è di parte bensì non ascoltava un disco di pomp rock sinfonico così bello da qualche annetto….. E pensare che proprio Mr. Elefante, ex ugola d’oro dei già menzionati Kansas, dopo una lunga pausa di questo progetto che ha dato i suoi frutti con due perle quali "It’s a Jungle Out There!" (1989) e l’anno successivo "Lofcaudio", riprende in man oil tutto e sforna il terzo album chiamato semplicemente ‘3’ dopo oltre quindici anni! Uno subito penserebbe al disco ‘amarcord’ impacchettato e preconfezionato per nostalgici, giusto per fare contenti alcuni e mettere qualche soldo in tasca al buon John: ASSOLUTAMENTE NO! Questo disco sfiora la perfezione ammaliando l’ascoltatore in un turbinio di suoni, chorus line, musicalità degni dei Kansas dei tempi d’oro. In questo ‘3’ si riprende quanto lasciato in sospeso con i primi due album immettendo phatos ed armonie sublimi che spaziano tra Kansas, Styx, Asia ma che comunque hanno pur sempre un tocco originale. C’è spazio anche ad un hard rock elegante ed al contempo energico come possiamo asvoltare nell’accoppiata iniziale di ‘Revolution Of Mind’ e ‘Slay Your Demons’ ma quando ci troviamo al cospetto della ‘mastodontica’ (…ehm…scusate il “giro di parole”) One Day Down By The Lake (See You Real Soon) che sfiora gli undici minuti, sembra proprio di ritornare ai tempi del memorabile capolavoro dei Kansas ‘Leftoverture’….e non scherzo per niente! Echi dei mitici Styx li ascoltiamo nella pomp rock song Water Into Wine (Fassa Rokka) mentre l’AOR – pomp rock degli Asia sembra fare ‘capolino’ nell’ammiccante –e radiofonica- ’You Can't Take Anything’. Tutte le canzoni sono degne di nota e finirei per scrivere un racconto invece che una review! Da notare la cover di una song stupenda ed intramontabile quale ‘Dust in Wind’. Un lavoro di composizione e arrangiamento sublime coadiuvato da un eccelso guitar work di Dave Amato (REO Speedwagon) e Kerry Livgren (coadiuvati in fase ritmica anche da John e Dino elefante) e da un lavoro superlativo alle tastiere dello stesso John che poi cesella il tutto con un’interpretazione vocale sopra le righe. Ah…non dimentichiamoci le perfette e stupende chorus line, tanto per farci capire che questo ‘3’ è un autentico “manufatto” di quel sound intramontabile, tecnico ma soprattutto amabile e melodico che è il rock sinfonico. Disco da fare vostro senza nessuna incertezza! Roby Comanducci
BLANC FACES Line up: Robbie La Blanc: Lead Vocals, Rhythm Guitars, Brian LaBlanc: Vocals, Bass, Kyle Woodring: Drums, Jeff Batter: Keyboards, Butch Taylor & Michael Patzig: Lead Guitars Tracklist: I Come Alive, Falling From The Moon, I Swear To You, Everything, It's All About The Love, Goodbye Summer, Deep In The Heart, Don't Take It Away, Live A Believer, Light Of The World, I Will, Fly Un album eccellente, degno successore del debut album per I fratelli La blanc che ci regalano cinquanta minuti di gustoso melodic rock ricco di classe, pathos e ammalianti venature Aor. Come appena detto già col primo cd ci avevano azzeccato in pieno e questo ‘Falling From The Moon’ non fa altro che consacrare e rimarcare la loro bravura. Dodici canzoni tutte imperniate sulla melodia ma mai banali o noiose che coinvolgono l’ascoltatore dal primo all’ultimo minuto; se amate i Foreigner, i Toto, i Survivor e i Loverboy questo secondo full lenght album dei Blanc Faces fa al caso vostro. Al mixaggio troviamo il bravo Dennis Ward (Pink Cream 69) che fa un ottimo lavoro e gestisce bene il grande lavoro in studio di questa band. L’album si matiene sempre su elevati livelli qualitativi non perdendo mai ‘tono’ come lo dimostrano le prime tre song dedite ad un rock melodico sì ma anche capace di qualche scossa di adrenalina. Sempre lodevole la prestazione vocale del singer Robbie che viene accompagnato da un guitar work elegante ma mai esuberante del duo Taylor/Patzig e da un keyboards sound che segna le linee eufoniche di questo lavoro. Molto intrigante la ballad ‘Everything’ e graffiante il pop rock presente su ‘Live a Believer’ che sembra direttamente asportato da un album dei grandi Loverboy. Il disco è dedicato al bravo e sfortunato Kyle Woodring venuto a mancare poco tempo dopo la registrazione di ‘Falling…’. Un bel lavoro che allieterà sicuramente i vostri momenti più ‘speciali’. Da avere! Roberto Comanducci
STAR*RATS Line up: Magnus – voce, Post – chitarra, Kass – basso, Braun - batteria 1-Who cares; 2-I could die; 3-Looosin’ it; 4-As I stay; 5-Nasty; 6-Raise your hands to rock; 7-Fakin’ an inside; 8-Psycho you; 9-Brand new soul; 10-Another tragedy; 11-Lands end; 12-Mr Whattafuck; 13-I’ll be there for you; 14-Boozehound La Svezia sembra essere prolifica per la scena rock come un bosco umido lo è per i funghi, ed è proprio dal sud della Svezia che gli Star*Rats levano le ancore. Forti di due album alle spalle, e numerose collaborazioni celebri (i ragazzi hanno suonato come spalla per artisti del calibro di Alice Cooper, Dokken e Skid-Row), il quartetto pubblica il suo terzo full-lenght album che è forse il più temuto nella carriera di ogni artista. Nel suo insieme il cd si presenta compatto, veloce e decisamente godibile. Riff di chitarra aggressivi e potenti e una voce perfetta per questo genere, tagliente e “cattiva” al punto giusto. Il loro è un rock n roll con influenze punk, sleaze e metal che può a tratti ricordare i primi Hardcore Superstar ma è decisamente tutt’altro, meno melodico e più “incazzato”. Soprattutto il lavoro di chitarra si distanzia dai lavori della band di Gothenburg con il primo chitarrista Silver. E la voce gira su tutt’altre tonalità. Diciamo che potrebbero essere i fratelli cattivi. Molto più cattivi! ‘Who Cares’, prima track del cd, è un brano rapido e coinvolgente, che cattura l’attenzione dell’ascoltatore e lo introduce alle note di ‘I Could Die Here’, leggermente più lenta della canzone precedente, ma forse per questo decisamente più pesante e buona per mostrare il suono massiccio di una band che si differenzia dal sound che sta al momento pervadendo la sua patria natia. Terza track del cd, ‘Looosin’ It’ prosegue nel dimostrarci che ci troviamo davanti ad una band che poco sta a ricamare. Sono veloci, sono arrabbiati, e fanno rock n roll. E stanno perdendo le staffe! ‘As I Stay’ alleggerisce forse il sound della band, ma risulta molto ballabile e decisamente orecchiabile, se non proprio radio friendly. Bellissimo assolo a mio parere. Le fa eco ‘Get Nasty’, che ci riporta un po’ su un mood più simile a quello delle prime tre track, batteria pestata e riffoni. Buon uso delle due voci sovrapposte, che da più range ai vocals. Una canzone a modo suo decisamente sensuale e da ballare. ‘Raise Your Hands To Rock’ si preannuncia come una party song, e non può essere altro. Non delude le aspettative, e sono quattro minuti scarsi di rock n roll veloce e graffiante (notare la citazione “hey ho, let’s go” appena prima del ritornello…). ‘Fakin’ An Inside’ inizia con un giro di basso e batteria (a cui poi si aggiunge la chitarra) dai toni molto dark, ed è forse questa la canzone più estranea all’album, anche se si inserisce perfettamente. Lenta e quasi funebre nel suo riff principale è anche la canzone più hard del cd. ‘Psycho You’ è la perfetta controparte per ‘Fakin’ An Inside’. Una Punk song veloce e furiosa, decisamente orecchiabile e coinvolgente. La segue ‘Brand New Soul’ rallenta di nuovo il ritmo, e se suona di già sentito, non si riesca a capire di COSA, e se è forse una delle canzoni più deboli del cd, non è sicuramente una canzone da bocciare per termini assoluti. ‘Another Tragedy’, la decima track del cd, si apre con un arpeggio di chitarra che lascerebbe quasi prevedere una ballad, mentre invece si tratta di una midtempo che della ballad ha forse qualcosa nel bridge e nel ritornello (di sicuro non nell’assolo). Lo stile ricorda a tratti quello dei finlandesi Bloodpit, a tratti quello dei System of a Down, ma rimane sempre comunque personale, rendendo questa track secondo me una delle migliori del cd. Segue ‘Lands End’, il cui intro quasi country ricorda parecchio i Bon Jovi con la loro celeberrima ‘Wanted Dead or Alive’. E un po’ tutta la canzone, salvo per il ritornello in pieno stile Star*Rats, la ricorda, pur con personalità. Buona e inaspettata l’idea di sovrapporre una voce femminile. ‘Mr Whattafuck’, dodicesima track del cd è una canzone veloce e tagliente in cui sentiamo di nuovo decise influenze punk. Nonostante sia decisamente carina, è forse la canzone “usa e getta” del cd, le manca qualcosina per lasciare davvero una certa impressione. E a sorpresa, la tredicesima track ci riporta dai Bon Jovi, questa volta con una fantastica cover in chiave punk del loro classico ‘I’ll Be There For You’. Perfetta per un live. La chiusura del cd ‘Boozehound’ ricorda parecchio invece i Motley Crue del periodo Dr. Feelgood, anche se la voce è completamente diversa e ovviamente anche lo stile. Ma l’attitude c’è, e rende questa song la perfetta chiusura per un buon cd, la cui principale pecca è forse quella di avere canzoni a volte un po’ troppo lunghe. Enkeli ja Perkele
GUNFIRE 76 line up: Wednesday 13 - vocals; Roman Surman, Dave Muselman - guitars; Scott Whalen - bass; Rob Hammersmith - drums. Tracklist: Let's Kill the Hero, Casualties and Tragedies, Nothings all I Need, Los Angel-Less, Rocket to Nowhere, Something for the Suffering, One More Reason to Hate You, Tell You Like It Is, What Did You Expect, Back to the Gutter, Get me Through the Night. Di un Wednesday 13 che non sa stare fermo un secondo, una mezza idea ce l'eravamo fatta: dall'horror-punk dei Frankenstein Drag Queens from Planet 13, ai Murderdolls e il progetto solista, poi il country dei Bourbon Crow, una sorta di tributo agli ascolti del padre ed ora, un tributo a se stesso, ai suoi più personali gusti musicali, al glamrock.
Abbandonato il look horror, ormai un po' stretto, tagliati (e venduti su e-bay!) gli ultimi dreads, Wednesday 13 rinasce in fattezze rocker, con una produzione completamente nuova: i Gunfire 76.
Nati da un progetto di Wednesday e Todd Youth, prendono il nome da un casuale accostamento di parole più il numero 76, che altro non è che l'anno di nascita del frontman Wednesday 13. Lale Brunette
CAIN line up: Patrik Stomberg - vocals; Joel Eriksson, Pontus Lundin - guitars; Tobias Jonsson - bass; Andreas Grauffman - drums; Stefan Runberg - keyboards. Tracklist: Intelligence 101, Lost Forever More, The Master Clockwork, Level 6: 14, Red Water, Mourning Star, Breather Field, The Dead and The Calm, Sink. Dopo sei anni dalla nascita, in quel di Kalmar (Svezia), i Cain escono finalmente con il loro primo full-length album "The Master Clockwork". Promosso dalla Swedmetal Records, l'abum propone, un sound metal che unisce e rielabora a dovere le differenti influenze e preferenze dei membri della band. Heavy, power e progressive metal sono riuniti in 9 pezzi dai suoni cupi e melodici, abbastanza originali e per questo da non sottovalutare. Inizia l'album "Intelligence 101", un pezzo tecnicamente ben realizzato, ma con una piccola pecca nella voce che qua e là suona un po' poco convincente; i dubbi vocali sono, pero', cancellati definitivamente nelle tracce successive: "Level 6: 14" e "Mourning Star" in modo particolare, nelle loro tonalità hard e power e in "Breathe Field", il pezzo migliore, dove qualcosa ricorda delle atmosfere alla Megadeath. "The Dead and The Calm" esprime perfettamente i sentimenti malinconici che accompagnano l'intera produzione e, nei frequenti cambi di ritmo, mostra una grande tecnica senza ostentarla. In "The Master Clockwork", i Cain mostrano quindi come, pur essendo legati ad un passato metal evidente, riescano a non trincerarsi dietro all'imitazione di gruppi dai nomi altisonanti, a non limitare loro stessi in un determinato genere e alle sue solite formule. Lale Brunette
VAINS OF JENNA line up: Lizzy DeVine - Voce, Chitarra ritmica, Nicki Kin - Chitarra solista, JP White - Basso, Jacki Stone - Batteria Con “The Art of Telling Lies” finalmente i nostri DeVine, Kin, Stone e White ci concedono di sentire qualcosa di nuovo provenire dalle loro corde. Band svedese, californiana d’adozione, i Vains of Jenna sono un gruppo di giovani rockers (più d’anagrafe che altro), già sui palchi internazionali dal 2006, anno di pubblicazione del loro “Lit Up/Let Down”, dove si sono visti a fianco di bands quali Poison, Sebastian Bach, Gilby Clarke, Hardcore Superstar, Wednesday 13 e innumerevoli altre. Dopo tre anni, eccoli di ritorno con una produzione che porta i segni dei mesi passati on stage e dell’evoluzione che ne consegue. Del sound tagliente e “stradaiolo” del primo album rimane solo qualche traccia, ma rimane: nella voce graffiante di Lizzy DeVine e nei cori esplosivi, anche se, in qualche modo smussati da un’aria più hard rock e buone chitarre. L’apertura e’ affidata a “Everybody Loves You When You’re Dead” e la scelta non avrebbe potuto essere migliore, un ottimo pezzo, cattivo al punto giusto e sulla scia della tradizione di uno swedish rock dei migliori. Si continua con “Mind Pollution” da qualche retrogusto 80’s, seguita dalla cover ben riuscita “Refugee” (T. Petty). Al singolo “Get It On” spetta il compito di riportarci alle sonorita’ dell’album d’esordio, grezze e sfacciate, senza fronzoli ne’ raffinatezza. Proprio quel che piace a noi. Ma per chi cerca qualcosa di più, per quanto possibile, “soft” i Vains of Jenna hanno pensato anche a pezzi come “Paper Heart” o “Better Off Alone”, una ballad che non finisce più e che sa di qualcosa di un po’ più di compromesso, ma tutto sommato di soluzione accettabile. L’album si chiude con “The Art of Telling Lies”, che permette di concludere in bellezza. Nessuna delle classiche atmosfere da fine cd, ma un ulteriore trampolino di lancio verso un hard rock convincente che non può che indurre a far ri-schiacciare il tasto PLAY. Concludendo, con quest’ultima produzione, i Vains of Jenna hanno saputo dimostrare la capacità di far buon frutto delle esperienze che il palco e Bam Margera hanno potuto offrire loro, si sono evoluti in uno stile più rock e maturo, ma che non dimentica il background musicale scandinavo e, per questo gli siamo grati, quello sleaze un po’ punk mal registrato delle loro origini.
DANGER DANGER line up: Ted Poley – vocals, Rob Marcello – guitars, Bruno Ravel – bass, Steve West – drums Dopo il bellissimo ma oramai lontano “The Return Of The Great Gildersleeves” (sono passati nove anni…) tornano al full length album i grandiosi Danger Danger (se escludiamo il doppio cd raccolta ‘Cockroach’ del 2001) e, udite udite , lo fanno con un grandissimo ritorno, ovvero quello del loro primo e mitico vocalist, Mr, Ted Poley!! Un appuntamento oserei dire imperdibile per tutti i fans della band di ‘Danger Danger’ e ‘Screw it!’ ma anche un momento d’oro per tutti coloro che non hanno avuto modo di conoscere la band prima. ‘Revolve’ è un signor album che trasuda sublimi armonie dettate dal giusto mix di fm rock, aor e hard rock. La verve compositiva della band di Bruno Ravel che a fine anni ottanta ci regalò stupende song divenute poi intramontabili hits single come “Bang Bang” and “Naughty Naughty” è qui nuovamente a far battere i nostri cuori e ammaliare le nostre giornate. Infatti le tracce di questo album sono tutte ‘solari’ e traspirano voglia di ridere, di divertirsi, gioia e tanta armonia, pur mantenendo la giusta dose di ‘elettricità’ che una band del nostro settore deve pur sempre avere. Ok… non saremo certo ai livelli del glorioso passato ma i nostri ce l’hanno messa tutta e questo cd si attesta sicuramente tra le migliori produzioni di melodic rock di questo già “nutrito” 2009. Undici tracce tutte lodevoli e senza cali di tono o tempi ‘morti’ ma impreziosite , come c’era da aspettarselo, dall’ugola d’oro del sempreverde Poley. Onestamente non saprei quale song scegliere anche se certi momenti di ammaliante rock come in ‘Ghost On Love’ e ‘F.U.$’, l’hard rock dell’opener ‘That's What I'm Talking About’, o le suadenti eufonie di ‘Never Give Up’ la dicono lunga sull’operato di questa band e varrebbero da sole l’acquisto del cd. Fatelo vostro e godetene tutti i pregi. Roby Comanducci
HOUSE OF LORDS Line up: James Christian – vocals, Jimi Bell – guitars, BJ Zampa – drums, Chris McCarvill – bass Tracklist: 01. Cartesian Dreams, 02. Born To Be Your Baby, 03. Desert Rain, 04. Sweet September, 05. Bangin' 06. A Simple Plan, 07. Never Never Look Back, 08. The Bigger They Come, 09. Repo Man, 10. Saved By Rock, 11. Joanna, 12. The Train (bonus track) In assoluto, e non smetterò mai di scriverlo e dirlo, la band per antonomasia del panorama AOR mondiale. La band che è riuscita sempre a partorire album eccellenti (ok, alcuni magari un pò meno riusciti ma sempre qualitativamente sopra la media…) e che ha letteralmente dettato legge e imposto il particolare sigillo di garanzia sul suo unico e formidabile sound. Nel 2008 mi avevano fatto emozionare con il bell’album ‘come to My Kingdom’ e onestamente non mi aspettavo una new release a così breve distanza; invece ecco qua questo ‘Cartesian Dreams’ che, onestamente, è ancora superiore al precedente album e si attesta tra i migliori lavori della ‘Casa dei lords’. Non sto a prolungarmi sulle capacità di questi Signori della musica poiché è pressoché scontato e mi “limito” a lodare il disco nella sua interezza, nella sua globalità ridondante pathos, armonie, pomposità, classe ed energia come pochi altri lavori usciti quest’anno possono vantare. Sempre una nota di merito all’ugola d’oro di James e un altro encomio all’ottimo guitar work del bravo Jimi Bell (sempre e comunque supportati da una sezione ritmica d’eccezione!!!!). ‘Cartesian…’ suona più hard rock rispetto ad altri loro full lenght album: ascoltatevi le dirompenti (ma sempre impreziosite da elevate dosi di classe e melodia) ‘Bangin’, ‘The Bigger They Come’, ‘Saved By Rock’ e ‘Joanna’ e mi direte. Poi, ma non c’è bisogno di dirvelo, troverete altre tracce più melodiche e cullate da suadenti armonie che Mr. Christian è sempre stato capace di regalarci. Non dico altro: un album da avere assolutamente. Imperdibile!! Roby Comanducci
THE DEVILROCK FOUR Line up: Carl Treasure – Voce e chitarra; Johnny Driver – Chitarra; Jimi Richardson – Basso; Jamie Coghill – Batteria Quando mi sono trovata per le mani questo cd, sarò onesta, non avevo mai nemmeno sentito nominare la band. Cosa non del tutto strana se consideriamo che si tratta di un debut album, e con la scena rock underground che negli ultimi anni sembra essersi ripresa, quantomeno in quanto a quantità (sebbene se non sempre in quanto a qualità, ahimé… ma questo è un altro discorso), è virtualmente impossibile riuscire a seguire tutto e tutti, e può capitare che tra le molte band “average” possa sfuggire qualcosa di decisamente buono. Primo passo, quindi, informarsi sulla band, e dalle presentazioni raccolte in giro, non si può dire che le aspettative fossero basse, anzi. Ed è forse per questo che ad un primo ascolto non sono stata particolarmente colpita dal quartetto di Melbourne. Certo, è rock n roll, ben eseguito, pulito, relativamente orecchiabile, ma al primo incontro manca quel qualcosa, quella scintilla… Le canzoni sono orecchiabili, ma nulla di mind-blowing. Il risultato finale scorre rapido, tutto troppo ordinato, troppo “patinato”… quasi. Una bella voce, ma nulla di mai sentito, che a mio parere ha delle possibilità, ma non le sfrutta, restando troppo chiusa in se stessa. Potrebbe decollare, ma non lo fa quasi mai. Questo cd ha le possibilità, ma manca di una personalità che lo faccia esplodere subito e ti trascini nell’ascolto ed infatti fino alla quinta track, non sembra decollare, se non per qualche piccolo dettaglio, come il riff di basso della opener, la gradevole Dirty Little Secret. Come appena detto è alla quinta traccia che il cd sembra riprendersi. As Real As the Day is Long, somincia a farti battere il tempo, e per quanto non brilli di luce propria, coinvolge più delle canzoni che la precedono… forse non esattamente un pregio, per una band al suo esordio quello di attirare l’attenzione dell’ascoltatore alla quinta canzone, ma ci sono band ben più note che non ci arrivano con un intero cd, quindi perché lamentarsi? E sostanzialmente così prosegue il cd, la track 6, No Friend of Mine leggermente migliore di quella che la precede, forse la migliore dell’album. La settima traccia, New Day Coming, a mio parere potrebbe riuscire lì dove Dancefloor deficita, nel senso che –probabilmente- è una track che potrebbe movimentare una pista da ballo se inserita al momento giusto. La traccia seguente, Should Have Known, rallenta nuovamente il ritmo, ma a questo punto l’attenzione dell’ascoltatore è richiamata se non catturata, e si ascolta l’intro di basso e chitarra (forse un po’ troppo lungo…) diventare riff principale per una canzone in cui la voce dovrebbe essere protagonista. Passiamo avanti a Don’t Throw It Away riesce a far risalire il livello d’attenzione dell’ascoltatore; questa canzone fa decisamente coppia con New Day Coming e con lei si unisce alle migliori tracce del disco insieme a No Friend of Mine. One Good Reason, penultima canzone dell’album, prosegue sulla stessa linea, ed è forse la canzone che personalmente trovo più orecchiabile, e dove trovo che la voce sia più azzeccata. L’ultima canzone è invece un lento che si conclude in un crescendo strumentale che poi rallenta in una parte che tutto sommato ha della personalità (… ben adatta ad una chiusura dal vivo… ). Insomma, questo cd è il primo passo di questa new band che, pur non ‘sfornando’ un capolavoro a parecchie frecce al suo arco e son convinta che piacerà a tutti coloro che seguono già da tempo questo genere. Li attendiamo , a questo punto, alla prova ‘del 9’ ovvero il secondo ellepì! www.thedevilrockfour.com Enkeli ja Perkele
GOTTHARD Tracklist: Shangri La, Unspoken Words, Need To Believe, Unconditional Faith, I Don’t Mind, Break Away, Don’t Let Me Down, Right From Wrong, I Know, You Know, Rebeo Soul, Tears To Cry. Ebbene si….eccomi nuovamente (e per fortuna!!!) a parlare di una delle migliori hard rock band europee (…e non solo oserei dire) i Gotthard. Gli svizzeri qui presenti credo proprio ci stiano abituando e viziando troppo facendo uscire con cadenza quasi ‘annuale’ un cd dietro l’altro e, soprattutto, degli ottimi full lenght album e non cd fotocopia. Questo nuovissimo parto discografico dal titolo ‘Need To Believe’ è sulla ‘falsariga’ –musicalmente parlando- del penultimo ‘Domino Effect’ ma leggermente più “commerciale”, senza però arrivare allo stile “zuccheroso” di ‘Human Zoo’ (comunque bellissimo). Diciamo che questo album è una miscela tra ‘Lipservice’ (sicuramente più hard oriented) e il già citato ‘Domino Effect’ (sempre e comunque molto heavy rock) e le undici song in esso contenute non possono che ammaliare l’ascoltatore regalando intensi momenti di superbe melodie. Il cd è molto melodico anche se ha i suoi ‘picchi’ hard dove l’adrenalina c’è e si fa sentire però, e questo lo dobbiamo dire, la band da ‘Lipservice’ non ci hanno più regalato un’autentica anthem/arena song bella come la famosissima ‘lift U up’…e questa cosa si sente, manca proprio. Se ‘Need To Believe’ avesse avuto una traccia simile a ‘Lift…’ sarebbe stato ancora migliore. Il singolo ‘Shangri La’ che è anche l’ opener song del cd è molto radio-oriented, la successiva ‘Unspoken…’ alza un pò il tiro e fa sentire riff di chitarra più granitici mentre la title track si attesta a ottima song ben eseguita e suonata ma nulla più. ‘Uncoditional Faith’ è una melodic song molto ispirata e ricca di pathos nel suo incedere mentre la successiva ‘I Don’t Mind’ è un classico hard rock diretto e sicuramente piacevole. Altra traccia basata su un eccellente heavy rock è ‘Break Away’ che lascia poi il posto alla lenta ‘Don’t Let Me…’ piacevole nelle sue armonie e dalla bella interpretazione di un sempre grande Steve Lee. L’ottava traccia è quella più ‘anthemica’ di tutto l’album (infatti l’ho proposta anche nelle nostre serate Cathouse nella discoteca Zoe e l’hanno ballata!!) e stiamo parlando dell’aggressiva ‘Right From Wrong’ (song che anche in versione live verrà molto apprezzata credetemi). La seguente ‘I Know , You Know’ è una semi ballad in classico stile Gotthard che nel prosieguo si incattivisce per poi tornare melodica e la successiva ‘Rebel Soul’ è un’altra traccia di pulsante hard rock sicuramente tra le migliori di tutto il disco. Il cd si conclude con un’altra bella song melodica ‘Tears To Cry’ e a noi non ci resta che rendere ancora una volta omaggio a questa band che non sembra aver voglia di mollare ed anzi, su ripropone sempre ad altissimi livelli. Album consigliato a tutti!! Roby Comanducci
LYNCH MOB Line up: Oni Logan – vocals, George Lynch – guitars, Marco Mendoza – bass, Scott Coogan – drums Eh si carissimi, stavolta la Frontiers ha fatto un vero colpaccio, prendendo sotto la propria “ala” una delle più grandi rock band di inizio anni novanta: i Lynch Mob! Mr.George Lynch, funambolico guitar hero nonché mente creativa dei gloriosi Dokken torna al new full lenght album della sua più autoritaria creatura, questa band che porta appunto il suo cognome. Coi due quarti dell’originale line up ovvero lui stesso ed il bravissimo vocalist Oni Logan e l’entrata di due session man d’eccezione quali Mendoza e Coogan, George ci regala un’oretta di grande heavy rock basato senza dubbio sul suo grande estro di musicista ma come sempre accompagnato da un arrangiamento sopraffino e da una melodia di base molto forte che stempera i momenti più ‘class metal’ del disco. Non voglio paragonare questo ‘Smoke & Mirrors’ al bellissimo debut del lontano 1990, ‘Wicked Sensation’, ma potrei definire questo nuovo lavoro in studio un eccellente mix tra il già citato primo studio album ed il successivo e omonimo ‘Lynch Mob’. Il disco parte in quarta con la prepotente hard rock song ‘21st Century Man’ che subito ci fa capire di quale ‘pasta’ è fatto questo cd. La seguente e più ‘easy’ title track è senza infamia e senza lode mentre la successiva ‘Lucky Man’ ritorna a colpire per originalità ed eufonia di base. ‘My Kind Of Healer’ è un’altra classica song come si poteva ascoltare nei loro primi album, cadenzato class metal con inserti melodici e un cantato eccellente sempre e comunque coadiuvato da un guitar riffing sopra le righe. Un discorso simile varrebbe anche per la bella ‘Time Keepers’ mentre ritmi pulsanti e graffianti fanno di ‘Revolution Heros’ un vero must. La vera ciliegina ci viene regalata però con la settima song ‘Let The Music Be Your Master’ dall’incedere quasi anthemico e impreziosita a metà del brano da quasi due minuti di virtuosismo chitarristico del grande George che torna a riproporsi a livelli altissimi come era lecito aspettarsi da un artista del suo calibro. Una song da incorniciare! Paragonata alla precedente sfigura ma anche ‘The Phacist’ sa farsi valere e la successiva e melodica ‘Where Do You Sleep At Night’ calma gli animi senza però mai ridursi allo stadio di ‘meelensa ed edulcorata ballad’ anzi, il sound è sempre sostenuto da un eccellente lavoro di chitarra e una buona ritmica. Dinamica e pulsante è la bella ‘Madly Backwards’ che nel suo incedere ammalia e ci regala oltre quattro minuti di grande hard rock. ‘We Will Remain’ è un gaudioso up tempo diretto e veloce che farà la gioia dei Dokken fans mentre la penultima ‘Before I Close My Eyes’ è una melodic song che mette in bella mostra le corde vocali del sempreverde Logan e ci prepara all’ultima traccia (bonus track) ‘Mansions…’ che chiude questo parto discografico eccelso che mi auguro farete vostro entro breve tempo. Sicuramente uno dei migliori prodotti usciti in questo 2009. Roby Comanducci
RADIO SILENCE Line-up: Alistair Gordon – all vocals, Martin Kronlund – all guitars, Mats Olausson – bass, Imre Daun – drum and percussion, + guest Steve Butler – backing vocals (songs 7/9/10)& Ian Wilson –acoustic guitars, backing vocals, percussion (song 12) Tracklist 1. Hand To Mouth, 2. Mosquito, 3. Wall Of Silence, 4. Staring At The Sun, 5. When The Lights Go Down, 6. Somethin Goin On, 7. One Day At A Time, 8. Another World, 9. Shotgun Love, 10. Heart Of Hearts, 11. Anyway The Wind Blows, 12. Hide Your Love Away Ottimo terzo lavoro per I Radio Silence band del frontman britannico Alistair Gordon che, in questa occasione, ha fatto puntata in Svezia per unirsi al produttore ( e qui anche chitarrista) Martin Kronlund e partorire questo fresco album dedito ad un solare rock Americano su tinte AOR e molto radiofoniche. Grande melodic rock di alta scuola quindi. Con eufonie e pathos al centro di ogni canzone ed il tutto ben supportato dalla calda e suadente voce del già citato singer. ‘Whose Skin…’ è il classico cd che va bene per l’estate, da ascoltare in macchina o sotto l’ombrellone con cuffie e i-pod mentre gustate il passaggio di qualche bellezza sul bagnasciuga o guardate il mare. Non voglio certo sminuire la classe dei musicisti attenzione, anche perché pur essendo un album di facile apprendimento è ben strutturato e suonato e non mancano neanche le idee originali. Canzoni da vasto airplay come (tanto per fare qualche esempio) ‘Something Goin’ On’, ‘Heart of Hearts’, ‘Hand to Mouth’ oppure l’originale ‘Another World’ la dicono lunga sulla capacità di questa band. Un disco da non farvi scappare per chiudere al meglio questa assolata e caldissima estate! Visitate il website www.alistairgordon.com
STRYPER Line up: Michael Sweet (vocals, guitar), Oz Fox (lead guitar), Tracy Ferrie (bass guitar), Robert Sweet (drums). Formatisi nel lontano 1983 i paladini del metal Cristiano tornano con questo nuovissimo full length album a due anni dal come back sulle scene con ‘Reborn’ targato 2005. Nulla da eccepire, i fratelli Sweet hanno fatto le cose alla grande e questo ‘Murder…’ è onestamente superiore anche al già citato ‘Reborn’ raggiungendo vette che si potrebbero avvicinare al bellissimo ‘To Hell With The Devil’ in quanto ad intensità emotiva, songwriting e sound-style. Come tutti saprete i nostri dopo otto milioni di dischi venduti e cinque album si sciolsero verso il 1990 e, ammettiamolo, la scena metal e rock perse qualcosa di veramente importante. Gli Stryper, tanto osannati quanto odiati per il loro fattore “cristiano” che a certi metal kids non andava bene (…ma cosa pensate che il Diavolo ascolti metal??...io credo proprio che Mr. Satana prediliga una bella bolgia merdosa di acid house dove tutti vanno fuori di testa e non capiscono nulla…tra droghe e rumori industriali assordanti…hehehe…datemi retta. Il Diavolo non ha bisogno di gente che ragiona, bensì di cavie…e i rockers ragionano bene…) hanno indiscutibilmente scritto pagine di storia nel panorama hard & heavy. Eh si… e pensare che alcuni “critici” li avevano anche definiti glam!!!! Ma siete impazziti? Gli Stryper hanno sempre suonato un potente hard rock venato da tinte metal anche se, ovviamente, basato su sinfonie e arrangiamenti melodici. Una voce pazzesca quella di Michael che, sommata ad un guitar work eccellente, una sezione ritmica potente e precisa e chorus line da cardiopalma, sono state sempre la ricetta vincente di questo combo di eccellenti musicisti. Ma veniamo al presente e a questo bellissimo ‘Murder By Pride’ che vede la line up originale eccetto il bassista. Un disco di eccelso heavy rock che a tratti è tagliente e poderoso, sempre merito delle due chitarre ma soprattutto della solista del bravo guitar man Oz Fox, ed in altri momenti riesce a cullare la vostra anima e farvi sognare con semi ballad sopra le righe ma anche con hard rock song da primi della classe (…come lo sono sempre stati…in ogni caso), un esempio la bella ‘I Believe’ o ‘Run In You’ entrambe elettriche e radiofoniche al punto giusto da piacere proprio a tutti!! Ovviamente non mancano i momenti heavy & hard rock come la pulsante ‘My Love (I'll Always Show)’, ‘4 Leaf Clover’ e la title track. Se poi volete godervi intense eufonie ricche di quel pathos che solo loro e pochi altri riescono a far provare in certe canzoni allora cullatevi nelle due stupende ballad ‘Alive’ e, soprattutto, la conclusiva ‘My Love My Life My Flame’. Ah…dimenticavo…grande prestazione vocale del sempreverde Michael Sweet, in assoluto uno dei migliori cantanti da sempre nel panorama hard & heavy. Un disco da avere assolutamente tutti…a prescindere da ‘credo Cristiano o meno’, questa è arte pura e cristallina. Roby Comanducci
MIND KEY Line up: Elio Fierro Jr.: voce, Dario de Cicco: tastiere, Emanuele Colella: chitarre, Andrea Stipa: batteria, Raffaele Castaldo: basso Tracklist: 01 Sunset Highway, 02 The Seventh Seal, 03 Citizen of Greed (ospite alle tastiere Derek Sherinian), 04 Crusted Memories, 05 Dead Fame Hunter, 06 Ventotene (The Island), 07 Graveheart (ospite alla voce Tom Englund), 08 Eye Of A Stranger, 09 Now Until Forever (ospite alla chitarra Reb Beach), 10 A New Generation La band capitanata dal duo De Cicco/Colella ci regala il secondo full length album a distanza di quasi cinque anni dal debut “Journey Of A Rough Diamond”. Questo new cd è assolutamente ai vertici della categoria e qui stiamo parlando di progressive metal con similitudini sinfoniche e hard rock. I nostri nacquero con l’intento di forgiare un particolare sound che miscelasse Dream Theater, Symphony X, Pain of Salvation in un summa di suoni progressivi, tecnici e, ovviamente, grandi melodie. Bene…questo nuovo album eleva ulteriormente quanto appena scritto poiché i Mind Key non sono solo un puro e ‘sterile’ progetto prog metal tutto tecnica e zero feeling. Assolutamente. Qui è tutto l’opposto. E’ la grande melodia a farla da padrone anche se il sound è sempre poderoso, pulsante e tagliente come potrete ascoltare (tanto per fare un esempio) su ‘Graveheart’ o nella superba opener ‘Sunset Highway’ che apre le danze con un riff di chitarra tra i più ‘indovinati’ e taglienti che abbia ascoltato di recente! Menzione particolare per quel piccolo gioiello strumentale di circa due minuti che risponde al titolo di ‘Ventotene (The Island)’, assolutamente superbo nella chitarra acustica cullata dal rumore delle onde del mare. Un pezzo che vi consiglio di ascoltare in dolce compagnia! Dieci tracce quindi che faranno la gioia di tutti i fans del metallo progressivo ma anche di tutti coloro che seguono il bravissimo Jorn Lande, infatti su questo ‘Pulse..’ non sono pochi i ‘rimandi’ al sound del biondo vocalist e songwriter. Un album che sorprende traccia dopo traccia e che è stato ulteriormente impreziosito dalla presenza di illustri ospiti quali Reb Beach, Tom Englund e Derek Sherinian. Cosa volete di più? Ah si…sono italiani…come tutti gia sapevamo, e quindi il tutto ci rende ulteriormente orgogliosi di questo prodotto. Da avere!!! Roby Comanducci
CRASH THE SYSTEM Line up: Sören Kronqvist – Tastiere / Chitarra / Basso, Daniel Flores –Batteria / Chitarra / Basso / Tastiere / Cori Tracklist : Fight Fire With Fire, All Because Of You, 03. I Still Believe In Love, Love is In Your Eyes, Take A Chance, Enough Of Your Lovin, Mysterious, Angel Of My Heart, Rolling Stone, Don't Tell Me No Lies, Broken Glass, Higher And Higher, Without Chances Amanti del melodic metal a tratti sinfonico e venato di tinte Aor e pompous, questo debutto discografico di questo progetto che risponde al moniker di Crash The System è assolutamente ‘pane per I vostri denti’. Un progetto partito già nel 208 dalle fervide menti di due eccellenti musicisti svedesi quali il song writer Sören Kronqvist e il drummer/producer Daniel Flores. Insieme hanno partorito questoo album di tredici canzoni dedite al sound di cui sopra che saprà allietarvi queste calde giornate di afoso luglio. Atmosfere ad ampio ‘respiro’ e da vasto airplay come, tanto per citarne una, ‘Enough Of Your Lovin’ ma anche grandi momenti di autentico hard rock sinfonico come ‘All Because of You’ oppure il pompous rock della bella opener ‘Fight Fire with Fire’. Come potrete leggere tra i guest i nostri si sono attorniati di gente veramente in gamba tra cui Goran Edman (Ex-Yngwie Malmsteen, John Norum, Brazen Abbot, etc), Mats Levén (Ex-Yngwie Malmsteen, Infinite Mass, etc), Thomas Vikström (Ex-Talk Of The Town, Candlemass) …e tanti altri. Il disco quindi non può che non essere un vero must per i cultori del ‘rock adulto’ e delle atmosfere ricche di pathos ma, attenzione, mai banali e costantemente sostenute anche da un ottimo guitar work. Roby Comanducci
HOWARD LEESE Tracklist: Alive Again (vocals Joe Lynn Turner), Heal The Broken Hearted (vocals Paul Rodgers), Hot To Cold (vocals: Deanna Johnston & Joe Lynn Turner), French Quarter (instrumental feat. Keith Emerson), 33 West Street (instrumental feat. Paul Reed Smith), The South Summit (vocals Duke Fame), Rada's Theme (instrumental), The Vine (vocals Jimi Jamison), In These Eyes (vocals Keith St. John), Vermilion Border (instrumental), I've Been Leavin' You (vocals Andrew Black), Somewhere (Theme From West Side Story) (instrumental) Un album decisamente ben fatto ed emozionante questo primo ‘solista’ del leggendario guitar player delle famose Heart. Il nostro, oltre ad aver passato tantissimi anni come loro chitarrista è stato comunque un grande session man ed ha prestato la sua sei corde per molte band tra cui citerei Bad Company e Paul Rodgers Band tanto per citare un nome ‘altisonante’. Polistrumentista ed eccelso compositore, Mr. Leese, ci delizia con questo dodici tracce tutto da ascoltare poiché ogni song ha una luce propria, uno stile, emana armonie particolari. Si volteggia tra blues, rock, pop rock, fraseggi hard, passaggi fusion…il tutto sempre e comunque impreziosito da qualche trovata geniale o piccolo ma non insignificante particolare. Inutile citare brano per brano, qui bisogna ascoltare tutte le tracce di seguito e godere dell’ampia gamma sonora che Howard è capace di tessere. Da notare la coerente alternanza di brani strumentali ad altri cantati, e in questo ultimo caso oserei dire che il nostro artista non si è fatto mancare nulla in fatto di collaboratori su questo cd. Un disco che può piacere a tutti poiché travalica i generi e regala tanta buona …anzi, ottima musica. www.myspace.com/howardleese Roby Comanducci
BULLDOZER
JOE STUMP Tracklist: Chasin' The Dragon, Pistol Whipped, The Dance of Kashani, Fire and Brimstone, The Beacon, Blackmore`s Boogie, Old School Throwdown, Allegro # 2 in A minor, Trigger Happy, Symphonic Pandemonium, The Witching Hour, Strat Sorcery Roby Comanducci
Black Star Furies Line up: Willdogg-guitar & vocal, Mr.Teko – bass, Dr.Nik- drums Peccato…un vero peccato che questo cd ….abbia solo quattro tracce; un mini album quindi, e questo è un vero peccato ma, al tempo stesso, ci fa capire la grandezza compositiva e l’originalità di questi tre ragazzi che (il prossimo mese) si esibiranno da noi al Cathouse allo Zoe di Milano dal vivo. I musicisti in questione hanno sfornato uno dei più indovinati prodotti di street rock, potente e graffiante, di questo ultimo periodo. Su tutti mi viene in mente un grande paragone: i bravissimi Funhouse. Eh si…il sound dei Black Star Furies sa dare un calcio nel culo senza però tralasciare la melodia. La prima traccia prende a piene mani dai già citati rockers Funhouse e tutta la scena sporca e ‘cattiva’ Losangelena dei primi anni novanta, mentre la seconda Big Blue è più cadenzata e meno rabbiosa ma ugualmente di altissimo livello. Con ‘Shot Of Love’ si torna a rockare e, come su tutte e quattro le tracce presenti, la bella tonalità vocale del nostro singer (tra il vizioso ed il cruento…) la fa da padrone. Eccelsa anche la parte ritmica che sostiene il sound con iniezioni di adrenalina e la precisione di un orologio svizzero. Ah, ottimo lavoro del singer che, tra l’altro, è anche guitar man e cesella solos brevi ma di qualità. La chicca di tutto il lavoro però la troviamo come ultima song; trattasi della melodica e ‘malata’ “Wash Away”, con tanto di base di chitarre acustiche (ma non è una song acustica poiché subentrano anche tutti gli altri strumenti…) ed una melodia ricca di pathos e feeling. Aspetto con ansia il full lenght album! Intanto fatevi vostro questo mini album…mi raccomando. Questi i recapiti: www.myspace.com/blackstarfuries - blackstarfuries@ozak.it. Roby Comanducci
STRINGS 24 Line up: Frank Caruso – guitars, Stefano ‘Sebo’ Xotta –guitars, Gianluca Ferro – guitars, Roberto Gualdi – drums, Gabriele Baroni – bass Tracklist: Introspective (intro), Outraged Dimensions, Running in the Wind, Double D, Schizophrenic Disorders, Remember Blues, Mystical Thoughts, G String Song, Psychedelic, Flown, Besides Nowhere, Go Down Peter! Spesso i dischi strumentali, soprattutto quelli basati sulla chitarra, sono sì belli ed interessanti ma finiscono con l’annoiare l’ascoltatore che, se non incallito musicista o anche lui aspirante guitar hero, dopo qualche ascolto ripone il cd nel dimenticatoio. Beh, non è assolutamente il caso di questo bellissimo nuovo progetto di tre superman della chitarra quali Frank Caruso (Arachnes), Stefano ’Sebo’ Xotta (Utez) e Gianluca Ferro (Doomsword). Tutti e tre veri guitar hero con alle spalle anni di carriera, dischi bellissimi con le rispettive band e, nota particolare, tutti musicisti e players di chitarre a otto corde, da cui il nome 24 strings (8 x 3 …appunto). I tre “dell’Apocalisse” sono accompagnati -anzi direi proprio supportati- da un’eccelsa sezione ritmica che vede il bravo bassista Gabriele Broni e il drummer dei Voodoo Hill (e altre band..) Roberto Gualdi. Cosa dire quindi? Il disco l’avrò ascoltato non so quante volte prima di accingermi a questa recensione e, sorpresa, ogni volta ho scoperto una piccola sfaccettatura un particolare diverso, insomma, qui c’è da soddisfare qualsiasi ‘palato/gusto ‘ musicale. Hard rock, sinfonic speed metal, classica, psichedelia e tanto altro ancora, con i tre guitar man che si alternano dando sfoggio a una classe sopraffina ma soprattutto a idee fresche e molta originalità. Un esempio è la bella ‘Running In The Wind’ basata su un potente heavy rock con alternanze melodiche…assolutamente da cardiopalma. Ma c’è posto anche per il grande blues nella superba ‘Remember Blues’ oppure ad atmosfere eufoniche e sognanti nella lenta ‘Besides Nowhere’. Il disco si conclude con la chicca assoluta che è ‘Go Down Peter!’, rivisitazione in chiave particolare del classico dei Blues Brothers. Assolutamente da sentire. Non continuo. Appena lo trovate, amanti della buona musica, comprate e fate vostro questo bellissimo album. Roby Comanducci
HARDCORE SUPERSTAR Tracklist: 1. This Worm’s For Ennio, 2. Beg For It, 3. Into Debauchery, 4.Shades Of Grey, 5. Nervous Breakdown, 6. Hope For A Normal Life, 7. Don’t Care ‘Bout Your Bad Behaviour, 8. Remove My Brain, 9. Spit It Out, 10. Illegal Fun, 11. Take ‘Em All Out, 12. Innocent Boy Le aspettative per il nuovo lavoro degli Hardcore Superstar erano alte dopo il grande successo dei due album precedenti, l’omonimo Hardcore Superstar e Dreamin’ In A Casket, che oltre a segnare una svolta decisiva nella carriera del quartetto svedese hanno contribuito a renderli senza ombra di dubbio una delle bands più amate e seguite della scena sleaze, stree-metal, glam moderne. Si aggiunga a ciò anche il fatto che per la prima volta dopo dieci anni di carriera siamo di fronte a un cambio di line-up e che questo album è il primo ad essere prodotto interamente dalla band (i due precedenti erano stati prodotti da Adde e Martin) dopo l’importante passaggio alla Nuclear Blast. Vic Zino (ex Crazy Lixx) si dimostra un ottimo sostituto del buon Thomas Silver che comunque mancherà ai fans di vecchia data della band come la sottoscritta. Ma senza nulla togliere a quest’ultimo, la differenza è evidente soprattutto nello stile, che mi sento di definire più metal, aggressivo e accattivante di Vic: questo ragazzo originario di Malmö è una vera forza della natura e già nel riff di chitarra della title-track “Beg For It” (che è anche primo singolo estratto dall’album) potrete averne la conferma. I toni si erano incattiviti nei due precedenti album già citati e con questo nuovo lavoro viene riconfermato l’aspetto più violento, grezzo e sporco di questa band che ha avuto modo di crescere e migliorare molto nel corso della propria carriera. Il tutto sempre condito dalla voce particolare e grintosa di Jocke, dal gran pestare della batteria di Adde e i suoni cupi del basso di Martin. Una squadra vincente insomma. Venendo alle tracce, degna di nota è senza dubbio l’intro che già come suggerisce il titolo “This Worm’s For Ennio” è un tributo al grande Ennio Morricone: una traccia suggestiva in grado di ricreare le tipiche atmosfere da film western. Forse più in questo che nei lavori precedenti è evidente l’influsso che hanno avuto bands storiche del calibro di Guns ‘n’ Roses nel lasciare il segno in tutta la produzione di genere successiva: i riffs di chitarra e alcune melodie se ascoltate ad occhi chiusi potrebbero tranquillamente trarre in inganno, soprattutto in pezzi come “Into Debauchery”, “Shades Of Grey”, “Spit It Out” e “Take ‘Em All Out”, i cui ritornelli ti entranno in testa per non uscirne più, e “Innocent Boy”, uno di quei pezzi che mentre li ascolti ti ritrovi quasi senza rendertene conto a battere il piede per terra! Un altro pezzo degno di nota è sicuramente la traccia numero 5, “Nervous Breakdown”, con un intro un po’ da film horror e un suono che senza esagerare ti fa letteralmente venire voglia di saltare dalla sedia e metterti a ballare, un ottimo pezzo da passare in discoteca e che mi sentirei di proporre al buon Roby per le nostre serate Cathouse ;) E come tutti gli album che si rispettino non poteva mancare la traccia ballad: “Hope For A Normal Life”, che ha un suono più ricercato, raffinato, classico ma coinvolgente, con un pizzico di malinconia che non fa mai male. Già eletta a preferita! Insomma, se dovessi dare un giudizio numerico a questo disco sarebbe un 9 pieno, l’ascolto di questo album è stato senza dubbio una bella sorpresa, anche se ad essere sincera pensavo in qualcosa di diverso, ma è solo un fatto positivo che riconferma l’amore per una band che in dieci anni di carriera non è mai riuscita a deludermi. Album assolutamente da avere e vi consiglio di non perderveli live il prossimo 21 giugno al Lustando Festival (Lu Monferrato - Alessandria). A breve sul nostro sito troverete anche l’intervista con Vic Zino in merito proprio all’uscita del nuovo album. Elena - PrettyLittleThing
PRAYING MANTIS Line up: Mike Freeland – Vocals, Andy Burgess – Guitars, Benjy Reid – Drums, Tino Troy – Guitars and Vocals, Chris Troy – Bass and Vocals Tracklist: In Time, Restless Heart, Tears In The Rain, So High, Lonely Way Home, Touch The Rainbow, Threshold Of A Dream, Playing God, Highway, Sanctuary Grande classe, grandissima, per questi signori del Metal che nacquero nel lontano 1977 e fecero tutta la New Wave Of British Heavy Metal. Un loro brano venne inserito nella leggendaria compilation ‘Metal For Muthas’ e la band dei fratelli Troy (di origine ispanico-graca) ha dato vita ad album stupendi come il bellissimo ma sfortunato (a livello commerciale di vendite, intendiamoci) ‘Time Tells No lies’ ed ha annoverato tra le sue fila musicisti quali Bernie Shaw, Paul Di Anno, Clive Burr, Dennis Stratton…tutti sempre gestiti dal duo fondatore di cui sopra. Sono passati tantissimi anni e, anche con formazione rimaneggiata (ma i due leader ci sono sempre, cosa basilare!!), ecco che i Praying Mantis sfornano questo piccolo gioiellino ‘Sanctuary’ di heavy metal con forti tinte melodiche e vaste aperture armoniche, sempre però supportate da un guitar work d’eccezione ed originale. Poche tracce, ‘solo’ dieci, ma che valgono il doppio: inutile fare dischi con tremila canzoni ma un elevato pressappochismo musical - compositivo. Qui siamo al cospetto di dieci canzoni una più bella dell’altra; song che mettono in gran luce la stupenda voce del singer Mike Freeland e il grande lavoro delle chitarre che riescono ad ammaliare ed al tempo stesso dare la giusta carica e scossa di adrenalina. Non voglio togliervi il gusto della scoperta di quanta classe c’è all’interno di ‘Sanctuary’: solo l’ascolto del suadente heavy rock di “Tears In The Rain” fa venire la ‘pelle d’oca’ ma anche il grintoso e tagliente riff di chitarra che fa partire un’altra chicca di metal potente e melodico ovvero ‘So High’ la dice lunga su questo cd. Se poi volete ascoltare la ‘gemma’ dell’intero album posizionate subito il lettore alla traccia numero otto, ovvero ‘Playing God’, un summa di pathos e forti armonie che danno il massimo nel ritornello incalzante e avvolgente ed in tutte le chorus line che ti entrano subito nel cervello seguite da un heavy rock incalzate e maestoso. Una song stupenda che è una autentica ‘lezione di musica’ per tutti coloro che si apprestano ad iniziare a suonare heavy metal melodico o heavy rock. Un disco così ci voleva proprio…penso che faccia bene al corpo e alla mente. Sicuramente meglio di qualsiasi medicina. Acquisto super - consigliato! Roby Comanducci
Line up: Doro Pesch – voce, Joe Taylor – chitarra, Oliver Palotai - tastiere, chitarra,
Nick Douglas – basso, Johnny Dee - batteria Sam ‘Thrasher’
NADIA LANFRANCONI Tracklist: When You’re Free, Bad story, Drave Me Insane, Here I Am Again, Simply I Just Don’t Know, I Was Mad Line up: Nadia Lanfranconi –vocals, Jonny Wickersham –guitars, Tony Gilkyson – additional guitars, Danny Mcgough – bass, keys and some guitars, Don Heffington – drums. Il country rock ed il blues sono due tra gli stili musicali che più di altri sono serrati a forti tradizioni, provengono dall’anima e dal cuore degli stessi artisti che, con smisurata passione, contribuiscono a rendere questa musica ancora oggi una delle più pure sul pianeta. In questo caso parliamo esplicitamente di country, country rock , magari anche semplice ma meravigliosamente arrangiato e stupendamente suonato con il grande sigillo di garanzia che è la voce della stupenda italiana female singer (oramai all’estero da diversi anni…) Nadia Lanfranconi. Lei, oltre che bella è stata ‘dotata’ di un’ugola d’oro e di una ‘verve’ compositiva non da poco; infatti è l’assoluta leader di questo disco che è totalmente frutto del suo eccelso songwriting. Il mini cd – poiché ha solo sei tracce- risale al 2007 ma credo proprio che qui da noi sia arrivato ben poco e questo è un vero dispiacere poiché la bella musica spesso non viene distribuita come si deve. Infatti è la stessa Nadia che in seguito a mia richiesta (è mia amica su myspace…) mi ha inviato il suddetto cd. La nostra artista è anche una modella (viveva dalle parti del Lago di Como) ma qui siamo solo ed esclusivamente per lodarne le capacità musicali. Tutte e sei le song sono belle e ricche di pathos e melodia con quel pizzico di pop rock in alcune canzoni come la title track, che rendono il prodotto ancora più appetibile e godibile in qualsiasi frangente…in casa, in macchina, in dolce compagnia, perchè no? hehe… Come non rimanere estasiati al suono di note ammalianti e dalla soave interpretazione vocale della singer nella bella ballata ‘Here I Am Again’ oppure l’eccellente rock dell’opener ‘When you’re Free’ o il country di ‘Drive Me Insane’. Insomma ragazzi: a prescindere da gusti musicali ed altro, questo mini cd è da avere e se non lo trovate in giro contattate Nadia agli indirizzi internet riportati qui sotto. Vi garantisco che rimarrete soddisfatti!! Buon ascolto! Roby Comanducci
QUEENSRYCHE
SAGA Line up: Rob Moratti – Vocals, Jim Crichton - Bass, Keyboards, Ian Crichton – Guitars- Jim Gilmour - Keyboards, Vocals, Brian Doerner Drums Roby Comanducci
PLACES OF POWER Tracklist: In Your Wildest Dream, Make Me Believe, Desire Of Our Hearts, One Day, I Live For You, Secrets, The Passage, Always, Hard To Love You, Light Of My World, Path Of The Last Resistance, Places Of Power Line-up: Philip Bardowell - Lead and Backing Vocals, Bruce Turgon - Guitars, Bass, Keyboards, Programming, Scott McKinstry - Lead Guitars Bruce Turgon (Foreigner, Shadow King) e Philip Bardowell (Unruly Child)uniscono le loro forze in questo bell’album di melodic rock / AOR su stile Foreigner, Loverboy et similia. Le song e gli arrangiamenti sono di indubbia caratura e questo ‘Now is the Hour’ fila via liscio come un ottimo cocktail lasciandoti in bocca quel retro gusto di dolce e piacevole sapore. Magari non c’è una song che si ‘eleva’ rispetto all’intero contesto ma è appunto tutto l’insieme di tracce che rende questo lavoro un prodotto di ottima assimilazione. La qualità c’è e l’ugola del sempre bravo Bardowell si fa sentire e da la sua impronta musicale su tutte le canzoni. Mr. Turgon oltre a scrivere i testi (insieme a Bardowell) e suonare egregiamente le parti di chitarra coadiuvato dal bravo session man alla lead guitar Scott Mckinstry, produce anche l’intero album. Brani come ‘ One Day’ o ‘Path of Last Resistance’ dediti ad un ‘robusto’ hard rock bastano per darvi un’idea del ‘tiro’ di questo new full lenght album. Ovviamente c’è una grossa alternanza tra brani più hard ed altri pomp/Aor ed fm rock. Un summa per gli amanti di questo genere che dovrebbero far loro questo interessante ‘Now is the Hour’. Da segnalare la traccia video all’interno inerente il brano ‘In Your Wildest Dream’. Visitate il loro space www.myspace.com/placesofpower Roby Comanducci
AMERIKAN BEAUTY Line up: Alexx Fezzi: Drums & backing vocals, Bruno Hoop: Bass & backing vocals, Dennis Mungo: Lead Vocals-guitars-keyboards Tracklist: ‘The Grapes of Wrath part I’, ‘I Want To Be You’, ‘Psychowalz’, ‘Trailer Park Trash’, ‘Social Stigma’, ‘Lovemachine’, ‘Burning My Bridges’, ‘Divert Your Lifeline’, ‘In Too Deep’, ‘Wish the World Away’, ‘Blamed by Thoughts’, ‘Twisted Mind (why did you kill me today?), ‘The Grapes Of Wrath part II’. Un album letteralmente fantastico questo new cd del trio proveniente dal Principato di Liechtenstein che, dopo avermi ammaliato con l’ep ‘Psycho Waltz’ mi convincono in pieno con questo eccentrico, originale, tecnico ma al contempo energico e frizzante ‘Social Stigma’. Dico subito senza paura di smentite che la band in questione è già nella mia personale e futura top ten di questo 2009 musicale ma, ovviamente, veniamo alla musica. La band sforna un sound molto particolare che miscela atmosfere street rock associabili a Bang Tango e tutta la scena street più potente e ‘corrosiva’ di fine anni ottanta a suoni alternative rock moderni con partiture che strizzano l’occhio all’industrial rock, il tutto coadiuvato da una sempre presente verve di melodia che rende il prodotto appetibile a tutti i ‘palati’ musicali. Un trio che suona come dieci musicisti tanté l’impatto sonoro, l’arrangiamento sopraffino ma soprattutto il feeling espresso in questo ‘Social Stigma’ e la musica? Come scritto sopra è quanto di più originale mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi. Si inizia con un intro ‘The Grapes of Wrath part I’ tra l’industrial/alternative ed il power rock con una sezione ritmica pulsante che ci prepara a ‘I Want To Be You’ un up tempo vigoroso con un riff di chitarra assassino e sempre una sezione ritmica devastante. La terza traccia ‘Psychowalz’è una delle ‘chicche’ dell’intero album; sembra un mix tra Buckcherry e Warrior Soul giusto per iniettare ulteriore cattiveria e originalità. La seguente ‘Traile Park Trash’ ‘calma gli animi’ con un tempo più moderato che si ‘arrabbia’ solo nel ritornello ma poi torna suadente nel creare un’ottima power rock song. La title track è un miscuglio di suoni alternativi e rock’n’roll che scivola via bene nel suo potente ma equilibrato incedere mentre ‘Lovemachine’ è maliziosa e velenosa al punto giusto con un’ottima interpretazione vocale del bravo Tennis che dosa bene parti armoniche con altre più grintose, il tutto accompagnato da un sound ricco di mille sfaccettature e dedito ad un modern new rock che fa solo bene alla salute in tempi così poveri di band originali e degne di spiccata personalità. Arriviamo a quella che definisco un piccolo capolavoro, la song che da sola vale l’acquisto di questo album e il lento (perché di una melodic song trattasi) che sinceramente avrò gia ascoltato un centinaio di volte. Sto parlando della bellissima, ammaliante e melanconica ‘Burning my Bridges’. Un gioiello che viene impreziosito dalla chitarra acustica su una base molto curata e particolare di basso, percussioni ed altre sfumature. Dopo una così bella canzone uno dice…beh, oramai basta, la band non può superarsi, invece si va avanti ancora con tanta classe nella song ‘Divert You Lifetime’, canzone rock sempre molto particolare che alza il ritmo nelle chorus line e ritornello per poi ‘calmarsi’ nella strofa, Un gran bel pezzo, tranquillo rispetto agli altri a proprio per questo eccellente seguito della superlativa ‘Burning…’. Si torna a ‘picchiare duro’ con il potente rock di ‘In too Deep’. La traccia numero dieci ‘Wish the World away’ ritorna su un seminato industrial che mixato ad un potente rock ed una chitarra satura e tagliente contribuiscono a renderla un altro dei ‘pezzi forti’ di questo eccellente album. Per allietarci dopo la furia sonora di ‘Wish…’ i nostri ci regalano circa due minuti di un lento ed ammaliante –quasi ipnotico/sognante- suono tutto strumentale che prende il nome di ‘Blamed my Thoughts’. Bellissima. Arriviamo verso la fine del cd e troviamo il potente power/street rock di ‘Twisted Mind….’che vanta sempre un arrangiamento un poco alternativo ma ha una fortissima personalità e grinta da vendere. Il disco si chiude con una ‘reprise’ dell’intro ovvero ‘The Grapes of Wrath part II’ e possiamo proprio dire che gli Amerikan Beauty più di così non potevano fare. Acquisto vivamente consigliato e, per il sottoscritto, uno dei dieci top album di questo 2009…senza ombra di dubbio!! Visitate il loro website e space www.amerikanbeauty.com, www.myspace.com/amerikanbeauty. Roby Comanducci
TALL STORIES Line up: Steve Augeri – voce, Jack Morer – chitarra, Kevin Totoian – basso, armonica e vocals, Tom DeFaria – batteria e percussioni Tracklist: Tomorrow, Clementine, Original Sin, All Of The World, Pictures Of Summer, River Rise, No Justice, Eternal Light, Stay, You Shall Be Free, Superman Mamma mia che album ragazzi. La band in questione fece un debut album nel lontano 1991 (se memoria non mi inganna…) per poi sciogliersi ed ognuno intraprendere carriere soliste o con altre band. Per fortuna questo 2009 ci ha regalato il come back di questi quattro autentici artisti con la A maiuscola tra cui noterete subito ‘l’ugola d’oro’ che ha sostituito il magico Steve Perry nei Journey, ovvero il grande singer Steve Augeri. ‘Skyscraper’ è stato prodotto dallo stesso guitar man Jack Morer e suona indubbiamente hard, un pulsante hard rock iniettato di qualche reminescenza Aor / Fm rock ma sempre e comunque carico di adrenalina e di indiscutibile pathos!! Le vocals sono al di sopra della media con un Augeri in gran spolvero che, tanto per fare un esempio, ci ammalia nella stupenda ‘Stay’ dove inizia solo senza strumenti mettendo in bella mostra tutto il suo carisma vocale. Inutile trovare una o due song migliori, qui siamo al cospetto di un gran bel gioiellino di musica pomposa ed elettrica che vi allieterà le vostre serate migliori. L’arrangiamento è eccezionale e sia la parte ritmica che il pregevole guitar work del bravo Morer rendono il tutto un summa di emozionanti vibrazioni. Pensate che nell’ammaliante e melodico incedere della suadente ‘No Justice’ Augeri rievoca i fasti dell’immenso Glenn Hughes…cosa che non è assolutamente da poco!! Ovviamente c’è un’ottima alternanza di track lente/melodiche ed altri poderosi up tempo venati di forte heavy rock. Le due iniziali ‘Tomorrow’ e ‘Clementine’ rientrano in questa ultima sezione mentre se amate momenti di pace e goduria dovete assolutamente ascoltare l’eufonica ‘You Shall be Free’ e la stupenda ‘Pictures of Summer’ caratterizzata da un tappeto sonoro di percussioni veramente azzeccato. Non vado oltre, il disco è da avere assolutamente. Ottima uscita discografica sotto ogni punto di vista! Roby Comanducci
RHYME Line up: Matteo Magni- guitars, Alessio Spini – vocals, Riccardo Canato – bass, Damiano Merazzi – drums Tracklist: Lovers…In The Sky, Keep on Foolin’, Bleeding Rose, The Pleasure Game Beh, sono dunque arrivato anche alla recensione di questo cd che questi quattro musicisti lombardi mi hanno inviato poco tempo fa; trattasi però di un mini album, un ep si usava dire una vola, contenente (purtroppo) solo quattro tracce. Dico ‘purtroppo’ poiché avrei ben volentieri ascoltato un intero full lenght album di questo nuovo combo musicale che risponde al moniker Rhyme. In ogni caso prendiamo questo mini ep dal nome omonimo come un eccelso biglietto da visita in attesa del lavoro ‘grosso’ che speriamo non tardi ad arrivare. La band ci delizia con un classic rock di stampo americano, accenni ‘leggermente’ prog’ nelle prime due tracce e il giusto mix tra heavy e hard rock senza mai eccedere nel virtuosismo esasperato, nel power o nel melenso pop rock. Il risultato è un ‘four pieces’ che si lascia ascoltare con piacere senza mai stancare. Mi piace la voce pulita e modulabile del singer Alessio Spini, come il guitar work di Matteo Magni e la precisa sezione ritmica del duo Riccardo Canato –Damiano Merazzi. Si parte infatti con un heavy rock tagliente e con leggeri accenni prog metal di ‘Lovers…in The Sky’, sempre e comunque basato su arrangiamenti carichi di melodia e ricchi di pathos, attenzione. La seguente ‘Keep on Foolin’ è un’ottima alternanza tra parti heavy rock e momenti più hard rock oriented mentre la melodica ‘Bleeding Rose’ è una song lenta (ma non la classica ballad) che si fa apprezzare per arrangiamento e feeling ed anche per la ‘sentita’ interpretazione vocale di Alessio ed il bel solos di chitarra nel finale di Matteo. Ottima song! L’ultima traccia a chiudere questo ‘Rhyme’ è ‘The Pleasure Game’, praticamente un hard rock da vasto airplay che dimostra ulteriormente la versatilità compositiva di questi artisti. Bel ‘mini’ lavoro, adesso li attendiamo al cd completo! Roby Comanducci
THE COMMANDER-IN-CHIEF Elena ‘Pretty Little thing’
RICKY WARWICK Line up: Ricky Warwick- all music & lyrics Tracklist: Cant Wait For Tomorrow, The Arms Of Belfast Town, Throwin Dirt, Thousands Are Leaving, Hanks Blues, Belfast Confetti, Angel Of Guile, Punchin Thunder, Born Fightin, Cant Hurt A Fool, If Youre Gonna Bleed Sapete bene tutti (perlomeno chi segue e legge le mie recensioni da tempo su Cathouse e non solo) che difficilmente mi lascio ‘andare’ e ‘perdo le staffe’ per un artista e/o per un suo lavoro in studio o live in fase di recensione. Bene. Anche in questo caso non lo faccio ma….onestamente parlando, potrei sì dilungarmi in un lungo trattato invece che scrivere le consuete 15-20 righe che riassumono i giudizi per una review. In ogni caso il Signor Warwick (frontman/fondatore dei grandi The Almighty, nonché membro dei Circus Diablo in compagnia di Mr. Duffy dei The Cult) ha, con questo suo nuovo e terzo album solista, sfiorato il capolavoro (scusate ma non ho note o product info sul disco, comunque presumo che Ricky abbia suonato tutti gli strumenti...). Un piccolo gioiello di forti emozioni, sensazioni, ridondante intense eufonie che calcano tra il folk, celtico, country rock, canzone popolare e , comunque, grande rock. Un album imperniato sulla chitarra acustica con la sempre bella voce di Ricky che ci racconta di storie di alcool, lotte intestine, giovani ribelli. Il nostro irlandese snocciola una lista di song una più bella dell’altra che, in molti casi, rendono meglio e danno una carica maggiore di un potente anthem hard rock.n Credetemi. Qui incontriamo il migliore Springsteen che va a ‘braccetto’ con il mitico Jonny Cash e prende spunti dal grande Steve Earle; un album avrete acpito molto sudato e viscerale. Un vero rock album che non ha bisogno di velocità, potenza ma è nel suo interiore, nei testi nelle ritmiche di questa stupenda sei corde acustica che ci regala emozioni a non finire e viene voglia di ascoltarlo continuamente. Non si può rimanere inermi all’ascolto dell’opener ‘Can’t Wait For Tomorrow’ con il suo incedere country, la sua armonica viziata e il ritornello accattivante peggio di una prostituta di alto borgo! Da lodare il folk rock che sprigiona la stupenda ‘The Arms of Belfast Town’ mentre sembra estrapolata da un album del Boss la bellissima e lenta ‘Born Fightin’’. Non riesco a citarle tutte poiché farei un tema invece di una recensione ma permettetemi di levarmi il cappello di fronte al capolavoro assoluto ‘Hanks Blues’ che trasuda rock viscerale, ritmiche pulsanti e un country puro e incontaminato. Da ascoltare appena svegli la mattina… invece che bervi il consueto succo di frutta o barretta energetica. Questa è musica che da energia per affrontare la vita! Acquisto obbligato…credetemi sulla parola. Disco in assoluto tra i migliori ascoltati in questa prima parte del 2009. Grande Ricky. Roby Comanducci
V.V.A.A.
BROKEN NURSES Line up: Dalila – vocals, Lady of Darkness- drums & vocals, Queen of the Damned- guitar, Dark Pulce- guitars & vocals, Isabella - bass Tracklist: Go away, You Aren’t Here Anymore, Everybody, The Reason, Mannequin, I Don’t Wanna See, The End of Everything, Sbattimi, ThankYou, Bury Me, Vampires, She Doesen’t Want to face her Pain, I Wan’t you to Die, Mindless, 666, Genere dell’album??? Mi prendo il diritto e l’esclusiva di definirlo “dark grunge”. Grunge, perché lo si sente nelle influenze e nel modo di comporre e fare musica, queste ragazze parlano di loro e, senza dedicarsi molto all’arrangiamento strumentale, si basano maggiormente sull’espressività che a loro danno questi testi e queste musiche. Dark? Ascoltatelo e ne capirete il motivo (non si udiscono canzoni che parlano di gioia e allegria, ma c’è una continua linea di rabbia e sofferenza vista da delle adolescenti che fanno musica da relativamente pochissimo tempo)Ad un primo ascolto veloce, quasi come si stesse facendo del sano “zapping” si notano due particolarità: la prima riguarda la qualità della registrazione che per essere un Cd e non un semplice demo, non è delle migliori e questo potrebbe essere causa di una mancanza di curiosità nei confronti di questo gruppo. La seconda è che non c’è una linea di genere musicale continua, quasi come fosse un CD anarchico e benché si riconosce lo stampo alternativo, c’è del punk, del grunge, dell’alternative rock di scuola italiana e anche della melodia da musica popolare. Devi dire che questo disco non è un Cd stereotipato, non si sa se sia voluto o no, ma è oggettivo che se si ascolta “I Don’t Wanna See”, “Go Away” e “666” si possono riconoscere tre stili diversi. Addentriamoci quindi in un ascolto più curato pezzo dopo pezzo. Il disco parte con una sorta di preghiera al limite tra gotico e satanico che anticipa “Go Away” un pezzo in cui si sentono le influenze punk così come in ‘Sbattimi’, l’unica canzone in italiano o in ‘Everybody’, o ‘I want you die’, brano in cui si invoca la morte di un padre. Poi non mancano le ballate come ‘The reason’, ‘Thank You’, ‘I Don’t Wanna See’ o ‘You Aren’t Anymore’. Ci sono brani in cui si sente un lontano richiamo a una sorta di metal come in ‘666’, ‘Mannequin, The end of everything’ o ‘Vampires’. Poi ci sono sfoghi che incrociano vari generi con il grunge tipo ‘Mindless’, oppure ‘Bury me’. Per quanto riguarda la ballata leggermente più ritmata rispetto alle altre ovvero ‘She doesn’t want to face here pain’ notiamo soluzioni armoniche stravaganti per essere composte da una band alle prime armi, cosa interessante direi. Comunque tutti i generi citati sono solo influenze e si riesce a riconoscere una sorta di “chiave brokeniana” nella quale i pezzi sono proposti. I testi utilizzano un linguaggio semplice, quasi a far voler arrivare subito i loro pensieri, le loro emozioni o punti di vista. Potrei suggerire un paio di cose: la prima è che la band curi maggiormente l’arrangiamento dei lavori in studio, la seconda è che la cantante si affini maggiormente nella pratica di ‘scandire’ le parole’. Ad ogni modo “Kill your pain” è un album che, nonostante la scarsa qualità di registrazione e la freschezza di questa giovane band, offre delle idee carine quindi ascoltate l’album e se vi sorgono dei dubbi, andate a vedere questa band dal vivo, lì troverete le risposte, le Broken Nurses piacciono o non piacciono, non c’è una via di mezzo. Visitate il loro space www.myspace.com/brokennurses - BluesJBonus -
THERAPY? Line up: Andy Cairns - guitars, vocals, Michael - bass, Neal - drums Tracklist: 1. The Head That Tried To Strangle Itself, 2. Enjoy The Struggle, 3. Clowns Galore, 4. Exiles, 5. Crooked Timber, 6. I Told You I Was Ill, 7. Somnambulist, 8. Blacken The Page, 9. Magic Mountain, 10. Bad Excuse For Daylight E’ dal lontano 1991 che questo trio di eccentrici musicisti irlandesi ci deliziano con il loro particolare sound. I nostri non sono hard rock, nemmeno punk/glamour, street e neppure metal e allora perché li recensisco su Cathouse? Perché il loro stile travalica i suddetti generi e riesce a prende un pò da tutti (eccezion fatta per il glam ovviamente) qualcosa di originale fondendo, però, il tutto e iniettandolo con un proprio determinato sound style, cosa che li ha contraddistinti in tutti questi anni. Questo nuovissimo full lenght album segue il penultimo lavoro “Cure Fits It All" di circa tre anni fa e, onestamente parlando, si attesta su un gradino superiore. “Cooked Timber’ ha un ‘tiro’ più potente, marcatamente heavy (rock) in certi tratti e le ritmiche sono più serrate e incandescenti. Il disco si gusta tutto di un fiato e l’adrenalina scorre a fiumi, soprattutto merito dell’enorme lavoro in fase di sezione ritmica del fantastico duo Michael/Neal. Certe song come ‘Enjoy The Struggle’ hanno un incedere cadenzato e quasi anemico che picchia duro e la chitarra di Andy sta lì …sempre pronta a cesellare ritmiche assassine. Ma è il bass working –tanto per fare un esempio- che su questa song la fa da padrone come anche nella successiva ‘Clowns Galore’. Song killer da ascoltare al massimo volume per ottenere un appagamento totale. L’intero album è prodotto da Andy Gill (Red Hot Chili Peppers, Killing Joke) e si sente in molti frangenti poiché, soprattutto coi ‘Joke’, i Therapy? hanno in comune molte similitudini stilistiche. Cosa dire ragazzi: se tutto il rock alternativo fosse così beh, ci sarebbe da levarsi il cappello!! Acquisto super-consigliato a tutti, metal, rockers, glamster…. Roby Comanducci
THE CHELSEA SMILES Line up: Todd Youth – Vocals, Guitars, RJ Ronquillo – Guitars, Vocals, Johnny Martin – Bass, Karl Rosqvist – Drums Tracklist:1. Take You Away, 2. On The Run, 3. Drowned, 4. I'm Gone,m 5. Action Coming Down, 6. Leave You Cold, 7. Nothing To Lose, 8. So Low, 9. Little Misfit, 10. Gotta Get Some, 11. The Last Time, 12. Broken Lullabies Secondo album questo self-titled cd dei The Chelsea Smiles, un eccitante e adrenalinico quartetto di street rockers che confezionano un prodotto di indubbio interesse per tutti gli estimatori del rock’n’roll più diretto e ‘grezzo’ con qualche reminiscenza punk ma anche qualche accenno à la Beatles, giusto per rendere il tutto un esilarante cocktail di energia e melodia al tempo stesso. I nostri sono stati formati dal guitar player Todd Youth che –tra le altre cose- ha militato anche nei Danzig e nei Motorhead dal vivo (sostituto per un certo periodo del buon Campbell). La stampa britannica li ha osannati, e a “ragion ‘veduta” aggiungo io, poiché questi quattro rockers hanno parecchie frecce al loro arco per sfondare e piacere a un vasto pubblico. Hanno il ‘tiro’ stile Backyard Babies e la melodia di molte british rock band dell’ultima era come nella bella e suadente ‘Broken Lullabies’, senza però scadere nel ‘pop’ esplicitamente da classifica. Brani quali ‘On The Run’, ‘Action Coming Down’ o ‘Little Misfit’ estrapolano al meglio il loro sound anche se tutte le restanti canzoni non sono certo da meno. Un album da ascoltare tutto di un fiato con lo stereo al massimo volume. Bravi! Roby Comanducci
Roby Comanducci
LEADED FUEL Elena – ‘Pretty Little Thing’
NASHVILLE PUSSY Line up: Blaine Cartwright: guitars, vocals, Ruyter Suys: guitars, Karen Cuda: bass, Jeremy Thompson: drums Eccoli nuovamente e dopo oltre tre anni (l’ultimo cd era targato 2005 ‘Get Some’) i quattro ‘scapestrati’ rockers di Atlanta che ci deliziano ancora con il loro inconfondibile e potente hard rock’n’roll style venato di forti tinte bluesy e country. Questo nuovo ‘From HellTo Texas’ suona bene e come tutti gli altri precedenti lavori è un pugno nello stomaco e un calcio nel sedere dati contemporaneamente anche se, rispetto agli altri loro cd, questo full lenght album mi sembra più ‘tranquillo’ e bluesy sempre però con la dovuta dose di adrenalina. L‘album è piacevole nel suo complesso e i Nashville Pussy mantengono sempre alto il loro credito di rock’n’roll band tra le più ‘arrabbiate’ del pianeta. Lo dimostrano song quali ‘From Hell To Texas’ oppure ‘Dead Man Can’t Get Drunk’ che sempre con la solita ricetta fanno smuovere il sedere a qualsiasi ascoltatore e fanno amare il sound viscerale, semplice e diretto del combo di Atlanta. Menzione particolare per la maliziosa, bluesy e country rock ‘Lazy Jesus’ (con tanto di armonica di base…ovviamente..) che è veramente ammaliante e capace di caricare di adrenalina pur non essendo un brano ‘sparato’ al fulmicotone ma un country blues cadenzato e ricco di pathos anche se sempre molto hard alla base. Non aggiungerei altro se non il consiglio spassionato di fare vostro questo interessante lavoro dei Pussy! Roby Comanducci
BELLADONNA Tracklist: Alchemical Romance, Love Me Till I Die, Phoenix Rising, Till Death Do Us Part, A Manhattan Tale, My Golden Dawn, Holy Flame, What Lies Within, Lust Never Sleeps, The Best Tears of Our Lives, Pure Belladonna Line up: Luana-vocals, Dani- guitars, Alice-piano, Tam-bass, Alex-drums Quando la grande melodia miscelata a una sottile malinconia, linee dark, visioni di spazi aperti e sinfonie ricercate ed eleganti si fondono insieme…beh, in questo caso siete sicuramente al cospetto di un lavoro in studio dei Belladonna. Questa bellissima realtà musicale tutta italiana è nata nel 2005 a Roma dalle menti della vocalist Luana e del chitarrista Dani. Il primo passo è stato il disco autoprodotto ‘Metaphysical Attraction’ del 2006 ma già la band era sostenuta da un forte seguito su internet che li portò ad essere la band italiana (seconda solo ai Lacuna Coil) senza contratto più ciccata nella rete. Migliaia e migliaia di fans e poi nel 2008 la distribuzione anche in Italia grazie a Venus del debut album. Ma veniamo ad oggi: ho tra le mani un prodotto superlativo e sto ovviamente parlando del successore di ‘MA’ che risponde al nome di ‘The Noir Album’. Sapete bene tutti che non mi lascio ‘trasportare’ dalla musica se non ricevo da essa la giusta scossa di adrenalina o il grande fascino di qualcosa che vale veramente la pena parlarne e scriverne le gesta. Questi cinque musicisti mi hanno letteralmente colpito per qualità, maturità, originalità e feeling. Le undici tracce sono tutte degne di nota è il disco in questione credo proprio che concorrerà ad entrare nella mia personale top ten cd del 2009. Ma cosa hanno di tanto particolare questi Belladonna? Iniziamo da una vocalist eccezionale dotata di una timbrica ammaliante e modulabile al tempo stesso, capace di scaldare il cuore ed entrare nell’anima, soprattutto nelle partiture più lente e ricche di pathos. Una sezione ritmica puntuale e precisa, un guitar work pulito ed elegante ma soprattutto la grande prestazione del piano, strumento che in questo ‘The Noir Album’ da il tocco vincente e particolare a tutto il sound. Il sound style dei Belladonna è un rock a tratti deciso ad altri melodico che affonda le radici nel romanticismo ma che è anche capace di penetrarti dentro e non andare più via. Sembra un improbabile incontro tra i Nightwish più melodici e i Matia Bazar new romantic dell’era d’oro della grande Antonella Ruggiero (cari mie amici i Matia Bazar hanno scritto canzoni che ben pochi anche nel nostro settore musicale riuscirebbero a creare…). Questo ‘The Noir Album’ inizia con ‘Alchemical Romance’ traccia basata su un deciso rock (la base è quasi hard rock) grintoso e sempre elegante al tempo stesso per seguire con ‘Love Me Till I Die’ dove il piano fa gia sentire il suo suadente arrangiamento su una base ancora molto rock ma più ‘pop’ rispetto all’opener song. ‘Phoenix Rising’ mette subito in mostra la grande capacità vocale della bravissima Luana fondendo ritmi melanconici e ‘noir’ su un rock romantico che raggiunge il top nel ritornello veramente carico di forte emotività. ‘Till Death Do Us Part’ è basata su un guitar work più ‘grintoso’ e si fa apprezzare per la sua immediatezza. Ecco…adesso dovrei fermarmi un attimo…pensare…poiché faccio fatica a scrivere una mia opinione sulla successiva song, la stupenda ‘A Manhattan Tale’. Credo che in quanto a melodia, romanticismo, intense eufonie di base, sex appeal ed emotività sia uno dei brani più belli che il sottoscritto abbia ascoltato in questi ultimi anni. Da sola, questa traccia, vale l’acquisto dell’intero disco e vi giuro che quando avrete acquistato questo album (poiché credo che l’acquisto di un cd come questo sia d’obbligo per chiunque!!) non smetterete di ascoltare e premere il tasto repeat di questa magnifica melodic song. Ecco…in questa canzone i Belladonna hanno persino superato le intense armonie dei migliori Matia Bazar, pazzesco. Andiamo avanti e ci troviamo al cospetto di una prova superlativa della nostra female singer sul brano lento ‘My Golden Dawn’ che ti ammalia per la sua forte intimità e passione, merito di un superlativo connubio piano-voce. ‘Holy Flame’ ritorna ad un gradevole (pop) rock sempre elegante e sinuoso nel suo incedere mentre la successiva ‘What Lies Within’ ricalca ancora il sentiero del neo romanticismo con linee a tratti dark e rock ed un’altra superlativa prova vocale di Luana. ‘Lust Never Sleeps’ è sulla linea musicale dell’opener ‘Alchemical..’ ed è quindi un ottimo rock sound mentre ‘The Best Tears of Our Lives’ torna a farci sognare col suo lento incedere sempre caratterizzato da un ricco pathos e forti eufonie di base. L’album si chiude con un altro eccellente brano rock ‘Pure Belladonna’ che potrebbe essere anche un ottimo hit single radiofonico. Ok, finisco qui (…anche perché sono finite le canzoni ehm.. ) e non posso che ringraziare questa band di esistere e di regalarci forti emozioni con la loro musica. Da avere assolutamente. Contatti: www.myspace.com/wwwbelladonnatv, www.thenoiralbum.com. Roby Comanducci
EDEN’S CURSE Sam ‘Thrasher’
INNOCENT ROSIE Line up: Oscar Kaleva – vocals, Joel Eliasson – guitars, Benjamin Borang – drums, Olof Oljelund – bass Tracklist: Bitter Cocktail, Knock Me Out, Animal, Let A Memory Die, Bad Habit Romance, Sextalkin’, Im A Vibe, Wasteland, Shine, Shine, Shine, Dont Drag Me Down, I’ll Get Rich, Left Alone Bah….se il sottoscritto mette una band come ‘top Cathouse album’ del mese, si mette anche un loro brano come ‘sottofondo’ della propria pagina di myspace e li mette nelle serate party rock in discoteca… i casi sono due: o Roby Comanducci è un coglione oppure questa band vale veramente. Va beh…io opterei per la seconda ipotesi (hahaha nota del sottoscritto). Questi quattro ragazzi svedesi nati nel 2005 si apprestano giusto ora a fare il grande salto del full lenght album reduci da un ottimo successo live in giro per il mondo (attenzione, guardate nella nostra pagina NEWS poiché tra poco sbarcheranno in Italia !!) e tanta buona pubblicità (a ragion veduta possiamo affermare) e quindi credo proprio che il debut ‘Bad Habit Romance’ abbia le carte in regola per sfondare. Un album di frizzante street rock’n’roll che non disdegna tinte blues in certi passaggi e arrangiamenti al di sopra della media. Un sound potente ma anche eufonico quando i nostri lo vogliono fare. Dodici tracce tutte belle senza cali di tono e/o sbavature. Mi sembra di ascoltare un mix tra Skid Row e i primi Faster Pussycat il tutto miscelato col più moderno glam street rock in circolazione. Il vocalist Oscar ha la giusta dose di rabbia e una tonalità potente che da quel ‘tocco di qualità’ in più a tutte le song. La sezione ritmica è precisa e potente e il guitar work di Eliasson non è mai banale ma interessante in molti spunti. Ottime l’accoppiata in puro stile street rock di ‘Bitter Cocktail’ e ‘Knock me Out’ mentre la bella e ammaliante ‘Animal’ evoca la band di Taime Downe. A sorpresa sonorità simil country blues miscelate sempre ad un potente street rock’n’roll danno vita alla eccelsa ‘Let a Memory Die’. Altra song sopra le righe è la tagliente ‘Im a Vibe’ con un ottimo guitar work del già citato axe men come anche la cadenzata e quasi anthemica ‘Wasteland’ che farà la gioia di molti glam rock fans. La chicca dell’intero album, però, è l’ultima ed eccelsa ‘Left Alone’ dall’inizio lento che sembra quasi una ballad mentre invece un tagliente e velenoso riff di chitarra fa partire la song in un vero e proprio must di rock’n’roll. Direi che gli Innocent Rosie hanno battezzato molto bene questo 2009 che tutti speriamo sia costellato di new album come ‘Bad Habit Romance’. Bravissimi! Il loro contatto www.myspace.com/innocentrosie Roby Comanducci
PRETTY WILD Line Up: Tim Pretty – vocals, Krizzy Field- guitars, Kim Chavez – bass, Johnny Benson – drums & backing vocals Formatisi nel 2006 in quel di Malmo, Svezia, questo four piece di giovani glamsters dopo un Ep da alla luce questo primo full length album di solo (purtroppo) otto song ma ugualmente piacevole e indubbiamente di forte impatto soprattutto per gli amanti del glamour più “lipstick killer” possibile, più shocking, più malizioso ed al tempo stesso carico di adrenalina. Questo album prodotto e mixato –tra l’altro – da due più note conoscenze quali Krizzy Field and Martin Sweet dei CrashDiet è un vero tuffo nella seconda metà degli anni ottanta, nella Los Angeles cotonata e piena di lustrini di D’Molls, Ratt, Pretty Boy Floyd, Poison mentre se li vogliamo accostare a gruppi ‘nuovi’ direi gli stessi Crash Diet o Crazy Lixx. La ricetta c’è tutta: song stilisticamente semplici senza chissà quali arrangiamenti ma ricche di scanzonato rock’n’roll e tantissimo party sound che vi farà ballare in qualsiasi posto voi siate. Brani sempre di lunghezza medio–breve con strofa, ritornello, chorus line, solos (sempre breve), ritornello, strofa e finale. Se a questo aggiungiamo un look praticamente da piena epopea hair metal avrete già tratto voi le conclusioni. Otto canzoni tra le quali spiccano per il loro up tempo ‘Time’ e ‘Shockin’ Teen’ che una volta avrebbero ‘sfondato’ come hit single nelle radio d’oltreoceano. Un album semplice e diretto dai contenuti classici per il genere e quindi onesto nel proporre sonorità care un tempo ma che stanno tornando (per fortuna) in auge in questi ultimi anni. Consigliato ai puristi del genere ma anche a chi vuole divertirsi ascoltando del buono e sano glam-rock’n’roll. Il loro contatto www.myspace.com/prettywildrocks.
SEVENTH WONDER
SUTUANA Line up: Zagni Lorenzo: Chitarre & Cori, Nicoli Marco: Bassi & B.Synth, Boschini Diego: Voci & Cori, Montanari GianLuca: Batteria Bene, mi è giusto arrivato a casa questo bel disco dei nostri amici di Mantova che già dal 2006 si stanno dando da fare e suonando incessantemente ottenendo ottimi responsi. Avevano precedentemente pubblicato un promo “Porco giochi” ma è questo ‘PerdutaMente’ che, a tutti gli effetti, sancisce il loro vero debutto discografico (peraltro completamente autoprodotto). I nostri hanno dalla loro un forte background metal e, negli arrangiamenti di alcune song, si sente eccome anche se questo new full lenght album è più incline ad un rock potente e vigoroso che al metal o hard rock puro. Diciamo che ‘PerdutaMente’ è un bel mix di sonorità e la scelta del cantato in lingua madre di certo non facilita il combo che però dimostra ottime capacità e ci fa dimenticare senza troppi problemi il cantato in lingua inglese. Da segnalare, però, che ci sono la cover della celeberrima ‘Hush’ ovviamente in inglese, la potente e metallica (in questo caso sì…suono e arrangiamenti sono proprio heavy rock) ‘Faith (No More)’ ed anche la successiva ‘Pain Hymn’ anch’essa dedita ad un hard rock corposo e pulsante. Interessanti invece le parti più ‘tranquille’ e rock del disco ma indubbiamente azzeccate come il binomio ‘Sembra Facile’ (impreziosita da un eccellente solo di chitarra e guitar work) e ‘Il Mietitore’ dove sembra di sentire i Negrita iniettati però da una forte e poderosa dose di adrenalina. Un album vario e, di conseguenza, gradevole in tutte le sue sfaccettature. Complimenti. Contatti:http://www.sutuana.it/ www.myspace.com/sutuana Roby Comanducci
EDGUY Line up: Tobias Sammet – Vocals, Jens Ludwig - Lead Guitar, Dirk Sauer - Rythm Guitar, Tobias "Eggi" Exxel – Bass, Felix Bohnke - Drums Tracklist: Ministry of Saints, Sex Fire Religion, The Pride of Creation, Nine Lives, Wake Up Dreaming Black, Dragonfly, Thorn Without a Rose, 9-2-9, Speedhoven, Dead or Rock, Aren't You a Little Pervert Too?! Ottimo lavoro questo nuovo cd (scusate il leggero ritardo di recensione…ehm… mea culpa, ndRoby) dei bravissimi Edguy, band che dal 1995 ci regala intense emozioni e si è creata un vero e proprio seguito di estimatori tra il pubblico metal e rock. Eh si, questo perché Sammet, Ludwig. Sauer e co. hanno da sempre saputo miscelare stilemi metal classici e sinfonici a volte anche epici e pomposi a frammenti di gustoso hard rock sound, ottenendo quindi la loro miscela esplosiva dedita a questo potente ma al tempo stesso melodico heavy metal capace di ammaliare dai metal fans più ‘accaniti’ agli amanti delle armonie più ‘ariose’ e del rock stile. Questo ultimo ‘Tinnitus Sanctus’ ne è proprio l’esempio palese che sta qui a dimostrare quanto appena scritto. Il sound è leggermente meno power rispetto ad alcuni lavori del passato e più heavy rock con una melodia ricca di pathos ma, attenzione, sempre e comunque sostenuta da una tagliente ‘taratura’ metallica del suono. Infatti se amate i loro momenti più epici/sinfonici troverete tracce come ‘Speedhoven’ che vi soddisferanno in pieno mentre altri momenti sono dedicati ad un hard style molto potente e cadenzato. L’opener ‘Ministry of Saints’ è un brano di heavy rock eccelso, dall’incedere sì maestoso ma anche da un ritornello melodico e canticchiabile che si conficca direttamente nel cervello. Discorso simile anche per l’hard rock pomposo di ‘The Pride of Creation’ che potrebbe essere un hit da classifica grazie a delle ottime chorus line mentre se vogliamo un mix di hard rock style e sinphonic epic metal dobbiamo ascoltarci la bellissima ‘Deagonfly’, vero e proprio gioiellino musicale. Piacevole anche la lenta e melodica ‘Thorn Without a Rose’ mentre se volete più adrenalina passate a ‘Nine Lives’ o ‘Dead or Rock’. Insomma….tanto di cappello al bravo Tobias che, con la sua bella voce, anche in questo album ha dato prova di grande valore ed anche a tutta la band per avere creato questo sound elegante e potente al tempo stesso. Un disco veramente consigliato a tutti. Roby Comanducci
SAXON Line up: Biff Byford - lead vocals, Paul Quinn – guitar, Doug Scarratt - guitar, Nibbs Carter - bass, keyboards, Nigel Glockler - drums Tracklist: Battalions Of Steel, Live To Rock, Demon Sweeney Todd, The Letter, Valley Of The Kings, Slow Lane Blues, Crime Of Passion, Premonition In D Minor, Voice, Protect Yourselves, Hellcat, Come Rock Of Ages (The Circle Is Complete), Coming Home (Bottleneck Version) Grandi Saxon! Ci avevano ‘lasciati ‘ nel 2007 con una vera chicca di heavy metal style che risponde al nome di ‘The Inner Sanctum’ ed eccoli qui ancora pimpanti e mai domi con un nuovissimo full lenght album ‘Into The Labyrinth’. Anche questo (diciottesimo se non erro…) lavoro è stato prodotto dallo stesso Biff e Charlie Bauerfeind e l’album è veramente un eccelso concentrato di qualità e grandi songs. Se ‘The Inner Sanctum’ era più ‘tagliente’ e roccioso questo nuovo ‘Into The Labyrinth’ è altresì potente ma più pomposo, quasi ‘sfarzoso’ nell’incedere di alcune song e si fa amare dopo qualche ascolto. Un album ricco di tante sfaccettature e tantissimi potenziali hit single. Un heavy metal classico ma suonato con il loro sempre inconfondibile stile e -soprattutto- mai monotono o sottotono. Si parte con la prima traccia ‘Battalions Of Steel’ preceduta da un breve intro è già si assapora il pompous metal di questo nuovo lavoro. ‘Live to Rock’ (che è anche il primo singolo estratto…) è in classico Saxon style e riprende alcuni passaggi del loro glorioso passato risultando incisiva e ammaliante al tempo stesso. Batteria pulsante e ritmo assassino con riff taglienti sono il menu della veloce ‘Demon…’ seguita da un melodico e breve preludio che ci prepara a ‘Valley Of The Kings’ altra song molto pomposa soprattutto nelle chorus line che farà contenti tutti i fans, più e meno giovani. ‘Slow Lane Blues’ è un heavy metal cadenzato e piacevole che ci prepara alla bella ‘Crime of Passion’, brano potente e ricco di adrenalina e energia. Un altro breve interludio apre ‘Voice’ song su ritmi lenti ma pregna di power metal e capace di regalare buone dosi di feeling. Classico heavy metal sound lo troviamo su ‘Protect …’ mentre la successiva ‘Hellcat’ è un veloce up tempo che esprime tutto il potenziale di Mr. Byford e soci. La penultima song ‘Come Rock of Ages’ è un altro roccioso sound style senza sbavature ma la sorpresa viene dall’ultima traccia ‘Coming Home’ che …udite udite, si basa quasi su un ‘contesto’ country rock. Originale e sorprendente. Che dire? Un album da avere assolutamente. Roby Comanducci
DAN KEYING Line up: Dan Keying- vocals & keyboards, Lino Trentin- bass, Mattew Barsacchi : guitars, Pelo: drums Tracklist: Black Swan, Another Fate, Visions, Shadow Alone, Holy Answer, Rising Tide, Never Come Back, One Last Crime, Waiting for the End, Life-Line Onestamente parlando conosco poco di questa band e di questo musicista, so solo che Dan è il cantante (anche) dei Cydonia e che questo combo di musicisti è made in italy. I nostri forgiano un progressive metal interessante e non pacchiano come spesso capita di ascoltare in questo settore. Non ti anni a sentire le dieci tracce di ‘Black Swan’ anzi, percepisci qualcosa di originale, di interessante fermo restando, ovvio, le linee base insite nel genere proposto da Dan e soci. A tratti progressive a volte pompous e melanconico soprattutto nei passaggi più melodici e ‘lenti’. In questo ‘Black Swan’ c’è si il metal power ma è tutto ben miscelato ad un ottimo gusto melodico che vede le keyboards, la voce del singer e le chorus line a farla da padrone. Ottimo il lavoro alla chitarra di Mattew e la sezione ritmica non sbaglia un colpo. Song pompous come la bella ‘Visions’ oppure dirette e dedite ad un prog metal elegante quale l’opener ‘Black Swan’ la dicono lunga sulla capacità dei ragazzi in questione. Ci sarebbero tanti esempi ma non mi dilungo: su tutti l’ottimo hard rock (sempre leggermente ‘progressive’ pero’…) di ‘Shadow Alone’ oppure la bella melodic song o ballad (chiamatela come volete) ‘Holy Answer’ per nulla scontata e ricca di feeling. Nulla da eccepire, questo disco mi piace veramente. Bravi! Roby Comanducci
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